Tanato estetica, death education e il tabù italiano della morte, raccontati da chi prepara i corpi per l’ultimo saluto
«Cerca di restituirmi mio figlio. L’identità di mio figlio».
È la frase di un padre che ha girato mari e monti per trovare qualcuno in grado di rendere il corpo del figlio, morto in un incidente stradale, presentabile alla madre. Lui il riconoscimento l’aveva già fatto. Lei voleva vederlo, e non era in condizioni di farlo.
Irene Nonnis, in arte TanatoLady, fa questo mestiere da dodici anni. È esperta di tanato estetica e autrice del libro La ragazza della morte.
La ventiquattresima puntata di Paracadute Podcast affronta l’unica certezza del nostro contratto con l’esistenza, e lo fa partendo da una constatazione: in Italia la morte è diventata un tabù. La nascondiamo dietro porte chiuse e tende bianche, e proprio perché la neghiamo, quando ci colpisce ci devasta.
Nota redazionale. Questo articolo tratta la morte, il lutto e la preparazione dei corpi con il linguaggio tecnico usato nella puntata. Contiene descrizioni di fenomeni cadaverici e riferimenti a lutti reali. Le citazioni sono state ripulite dagli intercalari senza alterarne il senso, e i casi riportati mantengono l’anonimato che l’ospite ha rispettato in trasmissione.
Chi è Irene Nonnis
Irene Nonnis si occupa di tanato estetica da dodici anni, collaborando come professionista esterna con onoranze funebri e con le famiglie.
Ha formazione in Italia e all’estero, e questa distinzione ricorrerà più volte nella puntata, perché molte tecniche apprese fuori dai confini nazionali qui non sono applicabili.
Ha fondato la Tanato Academy, che tiene corsi online e in presenza, e ha scritto La ragazza della morte.
Sui social è conosciuta come TanatoLady, e dal 2021 fa quella che chiama death education: educazione alla morte.
«È importante fare educazione alla morte, perché nessuno la fa in questo paese».
La reazione che non si aspettava
Quando ha iniziato a parlarne pubblicamente si aspettava insulti. È successo l’opposto:
«Pensavo invece di avere un sacco di insulti, di essere insultata. Invece si è formata una bella community. La gente è curiosa, vuole sapere anche quello che non si dice in questo paese».
Il primo lutto: la nonna a nove anni
La domanda d’apertura chiede quale sia stato il momento esatto in cui ha capito che la sua missione non era salvare la vita, ma proteggere la dignità della morte.
La bambina che voleva fare l’anatomopatologo
Irene si descrive come una bambina bizzarra: mentre gli amici volevano fare i veterinari o i biologi marini, lei voleva fare l’anatomopatologo.
Il modello era dichiarato e molto anni Novanta: «Il mio sogno era diventare Dana Scully, perché sono grande appassionata di X-Files».
Ma questo, precisa, era prima di vedere una salma nella realtà.
La domanda che le è rimasta dentro
L’origine vera è un lutto. A nove anni perde la nonna, e davanti al corpo si pone una domanda che non se n’è più andata:
«Mi domandavo perché nessuno facesse niente per lei. Perché non era mia nonna, non la riconoscevo. E mi è rimasto questo tarlo nel cervello».
Con l’onestà che caratterizza tutta l’intervista aggiunge subito il limite di quella percezione: aveva nove anni, non poteva sapere se qualcuno potesse fare qualcosa o no.
Cosa ha capito
«Ok, mia nonna è morta, va bene. Ma perché io non la posso vedere come me la sono sempre ricordata, come l’ho sempre vista?»
La conclusione è secca: «Secondo me c’era una mancanza di cura».
Da lì nasce tutto.
Cosa fa davvero una tanato esteta
La prima cosa che Irene corregge è il verbo.
«Quando si parla di truccare il morto, forse proprio il verbo truccare è sbagliato».
Il suo lavoro non è aggiungere, è attenuare: lenire i segni della morte, che riguardano tutti.
L’esempio concreto
Porta il caso più comune: un nonno novantenne che muore per un infarto. Su quel corpo compaiono i livor mortis, cioè i livori.
Il suo intervento consiste nell’attenuarli. Non nel trasformare la persona in qualcosa che non era.
Le due ragioni del lavoro
Irene le distingue con precisione, e sono entrambe importanti.
La dignità del defunto. Vale per la morte improvvisa come per le lunghe malattie, che «sono abbastanza devastanti anche sul corpo».
L’elaborazione del lutto di chi resta. È la seconda funzione, e tornerà in tutta la puntata.
La battuta che chiarisce tutto
Sul perché «truccare» sia il termine sbagliato, Irene è molto diretta:
«Se io entro in famiglia e dico: trucchiamo il nonno, mi dicono che questa è pazza».
Perché lo fa
Alla domanda su come viva questo lavoro, la risposta è immediata: «Io bene». E la spiegazione è la chiave del personaggio:
«Per me è una missione di vita. Nessuno, quando muore, ha un corpo che non sia un problema da risolvere in fretta. Invece amo prendermi cura dei defunti, perché lo trovo un gesto d’amore».
E aggiunge la frase che vale la pena isolare:
«Sì, è un corpo. Ma quel corpo è stato una persona, ha avuto una vita. Perché non celebrarlo, aiutarlo ad essere se stesso in quel momento?»
Il caso che l’ha segnata di più
È il racconto più forte della puntata, e riguarda un ragazzo giovane morto in un incidente stradale.
La richiesta del padre
Il padre aveva fatto il riconoscimento. La madre avrebbe voluto vederlo, e il corpo non era in condizioni di essere visto.
Così si è messo a cercare un professionista, e la richiesta con cui è arrivato da Irene è una delle cose più strazianti dell’intera conversazione:
«Io a mia moglie non gliela posso far vedere quello che ho visto io. Fai qualsiasi cosa, anche poco, anche niente, ma cerca di restituirmi mio figlio, l’identità di mio figlio».
Il lavoro tecnico
Oltre a togliere i segni della morte, Irene ha eseguito una ricostruzione parziale. Mancava una parte del naso.
E qui emerge il limite reale del mestiere, che lei non nasconde:
«Io non so esattamente che naso avesse in vita. La situazione richiedeva poco tempo, e quindi tramite la simmetria gli ho creato un naso che gli stava bene».
La frase che giustifica il mestiere
Sull’imperfezione inevitabile di quel risultato, la sua osservazione è disarmante:
«Magari non era proprio il suo, esattamente. Ma sicuramente vedere un figlio senza naso o vederlo con un naso, già fa la differenza».
Per chi lo fa
Alla domanda se lo faccia per il defunto o per la famiglia, la risposta è entrambi, e la ragione è personale:
«So cosa vuol dire vedere brutte cose, perché ci sono passata in primis».
Tanato estetica e tanatoprassi: due cose diverse
È il chiarimento tecnico centrale della puntata, e serve perché i due termini vengono costantemente confusi.
La tanatoprassi
Si fonda su due operazioni:
- Rimozione dei liquidi interni del defunto, per impedire la decomposizione e l’autolisi
- Iniezione di liquidi conservativi per via arteriosa
La tanato estetica
È una branca della tanatoprassi, e si occupa della preparazione del corpo:
- Igienizzazione
- Disinfezione
- Vestizione
- Attenuazione dei segni della morte
Il mito da sfatare
È il punto su cui Irene è più esplicita, perché riguarda una convinzione diffusissima:
«Ci tengo a dire che la tanatoprassi non è illegale, cosa che la maggior parte delle persone pensa. Non è vero».
La precisazione importante è un’altra: non è illegale, ma non è regolata. E lo stesso vale per la tanato estetica.
Chi può farlo. La tanatoprassi rientra tra le competenze dei medici dell’ASL. La tanato estetica richiede corsi specialistici che, allo stato attuale, non sono riconosciuti.
Perché la formazione conta comunque
Irene è molto chiara sul motivo, e va contro una convinzione ingenua:
«Non è perché sono defunti che tu non puoi creare danno. Anzi, ci sono un sacco di problematiche che possono succedere».
Perché la tanatoprassi è anche una questione sanitaria
Alla domanda sul perché qualcuno dovrebbe richiederla, Irene sposta il discorso dal piano estetico a quello igienico-sanitario.
La prima precisazione. La tanatoprassi è temporanea, e non va confusa con l’imbalsamazione. Sono due cose diverse.
Come funziona altrove. In paesi come Francia e Spagna, spiega, viene praticata su quasi tutte le salme.
Cosa evita
La spiegazione è concreta e non risparmia nulla. Senza rimozione dei liquidi, la decomposizione porta la salma a gonfiarsi, e nei casi estremi a rompersi all’interno del feretro.
Il punto che sottolinea è sanitario prima che estetico:
«Da qualche parte poi usciranno, quei liquidi. Dove andranno a finire? Quindi è proprio anche una questione igienico-sanitaria».
E la conclusione è una posizione netta: se non lo si vuole fare per la persona, andrebbe fatto per la collettività.
Cosa succede davvero al corpo dopo la morte
La domanda parte da un’osservazione giusta: la gente crede ai film, dove il defunto è elegante e roseo.
I fenomeni cadaverici
Irene li elenca, precisando che riguardano tutti:
- Algor mortis — la riduzione della temperatura corporea
- Livor mortis — i livori
- Rigor mortis — l’irrigidimento del corpo
- Disidratazione — il ritiro dei tessuti
Il dettaglio più interessante
C’è un’osservazione sulla temperatura che ribalta una convinzione comune, ed è tecnicamente elegante:
«Siamo noi che siamo caldi, e quindi li percepiamo freddi».
Il corpo assume la temperatura dell’ambiente. Se in una stanza ci sono quaranta gradi, un defunto può essere percepito caldo. Se ce ne sono venti, freddo.
La disidratazione
È il fenomeno che spiega uno dei miti più diffusi in assoluto, e ci torneremo nelle domande a raffica: i tessuti si ritirano, e questo fa sembrare unghie e capelli più lunghi.
La conclusione
Irene la formula senza giri di parole:
«Diciamo che non siamo belli quando moriamo».
La sutura della bocca: illegale in Italia
È uno dei passaggi tecnicamente più utili della puntata, e nasce dalla differenza tra la formazione italiana e quella estera.
Il divieto
Irene è categorica:
«Ci tengo proprio a dire che in Italia è illegale. Poi se c’è qualcuno che lo fa non lo so, non lo voglio sapere. Ma è illegale, perché è vilipendio di cadavere».
La ragione è l’invasività della manovra, in particolare nelle prime ventiquattro ore di osservazione, prima dell’intervento del medico necroscopo.
Perché si vorrebbe chiudere la bocca. La ragione tecnica è il rigor mortis: la mandibola tende ad aprirsi.
L’alternativa legale
In Italia esistono due tipologie di mentoniere, che sono il metodo consentito.
Irene ammette con onestà che il risultato estetico della sutura sarebbe migliore, perché la mentoniera resta visibile intorno al collo. Ma la regola è quella, e va rispettata.
L’altra differenza con l’estero
Riguarda i tamponamenti, cioè la chiusura degli orifizi per evitare fuoriuscite di liquidi, sangue, feci o urine.
All’estero, dove la rimozione dei liquidi è prassi, servono molto meno. In Italia sono più complessi, e c’è un ulteriore livello di difficoltà:
«Dipende da regione a regione, perché ogni regione ha il proprio decreto di polizia mortuaria».
Cosa si può fare, quindi, cambia a seconda di dove ci si trova.
Ricostruire un volto: luci, ombre, volumi
Alla domanda tecnica su come si affronti un corpo gravemente compromesso, Irene comincia con una correzione importante.
«Non posso andare a ricreare qualcosa che la biologia ha rimosso».
Il verbo resta sempre lo stesso: lenire.
Su cosa si lavora. Le aree principali sono occhi, viso, bocca e mani.
La tecnica. Il lavoro è di luci e ombre, cioè di volumi percepiti più che di materia aggiunta. In alcuni casi si ricostruiscono piccole parti.
L’obiettivo
È la frase che riassume l’intero mestiere:
«Fare sì che la persona non sia soltanto la persona malata o incidentata, quello che ha subito all’ultimo, ma che ritorni la persona che è sempre stata in vita».
La colorazione
Sul come si restituisca colore, Irene distingue nettamente due cose.
Nell’imbalsamazione vengono iniettati liquidi conservativi, tra cui uno di colore rosa che restituisce il colorito.
Nella tanato estetica si lavora con sfumature di colore applicate, in un lavoro che definisce «dedicato al trucco correttivo».
Sull’imbalsamazione
Anche qui c’è un mito da correggere: è legale in Italia. Ma richiede volontà espressa per iscritto, una procedura legale e burocratica articolata, e la disponibilità di un imbalsamatore.
Il dato che stupisce è quanto sia raro: Irene indica l’esistenza di un solo imbalsamatore operativo, che collabora anche con la Chiesa.
La sua sintesi è efficace: «Ci vuole talmente una congiunzione astrale».
Non neutralizzare: restituire l’identità
È forse il passaggio più profondo della puntata, e nasce da una domanda apparentemente tecnica su come si dia un’espressione neutra al viso.
Irene corregge la premessa:
«Perché dare una visione neutra? In realtà bisogna dare quella che aveva lui in vita».
Il limite del mestiere
Ed è qui che arriva la riflessione più matura dell’intera conversazione, che riguarda la tentazione professionale di fare sempre di più:
«Noi cerchiamo sempre di fare meglio, cerchiamo sempre di fare di più. Ma certe volte bisogna anche fermarsi e ricordarsi chi era quella persona».
E la formulazione finale è quella che vale la pena trattenere:
«Non è tanto il neutralizzare, quanto ridare la sua identità. Non l’identità che pensiamo noi».
Le richieste dei parenti
Alla domanda se sia mai arrivata una richiesta eccessiva, Irene premette una cosa che dice molto sul contesto in cui lavora:
«I parenti in quegli istanti ne succedono un sacco di cose, ne dicono di tutti i colori. Quindi sta al professionista saperli indirizzare».
L’esempio del sorriso
Il caso che porta è un fratello che chiede di far sorridere il defunto perché «lui rideva sempre».
La risposta professionale è una spiegazione, non un rifiuto:
«Imporre un sorriso a suo fratello sarebbe un artificio».
Il criterio che governa tutto è la naturalezza.
Il paradosso italiano
C’è però un’osservazione inattesa. Alla domanda se abbia mai dovuto rifiutare qualcosa, la risposta è sostanzialmente no, e la ragione è culturale:
«Soprattutto in Italia, che non abbiamo una cultura della morte, ti lasciano fare tanto. Fai tu. Loro non vogliono saperne niente».
È il rovescio del tabù: dove non c’è cultura, non c’è nemmeno richiesta.
La distinzione sul rossetto
C’è un criterio che Irene applica e che spiega bene la sua etica professionale.
Se la famiglia porta un rossetto che era della persona, glielo mette. Anche se fosse nero o blu:
«Tu glielo metti perché era della persona».
Se invece è un rossetto che non le apparteneva, no. Perché il trucco che esegue è correttivo e basico, e non c’entra nulla con un’aggiunta estranea.
Le mani: la parte che non si tocca
È una delle sezioni più belle della puntata, e riguarda un dettaglio che quasi nessuno considera.
Cosa si fa alle mani. Si massaggiano, si può fare la manicure, si può mettere lo smalto, si possono truccare in presenza di livori.
Cosa non si tocca mai
«Le mani che hanno la storia della loro vita non vanno mai toccate».
I calli di chi ha lavorato una vita restano dove sono.
La ragione, che è neurologica prima che sentimentale
La spiegazione che dà è sorprendentemente precisa, e vale per tutto il suo lavoro:
«Quando entrano a vedere il defunto, magari anche inconsapevolmente, inconsciamente cercano tutti i dettagli che hanno sempre riconosciuto in vita. Se tu vai a togliere o modificare un dettaglio, il cervello non lo riconosce».
E la conseguenza è concreta: possono derivarne traumi o problemi nell’elaborazione del lutto.
Nota redazionale: il meccanismo descritto è coerente con ciò che si sa sul riconoscimento dei volti e delle persone care, che si basa su un insieme di dettagli elaborati in gran parte in modo automatico. Alterarne uno può produrre quella sensazione di estraneità che Irene aveva provato a nove anni davanti alla nonna.
La Tanato Academy e chi sono i suoi allievi
L’Academy nasce nel 2021 dalle domande ricevute sui social, e da una scoperta personale: «Ho scoperto che mi piace molto l’insegnamento».
I corsi
- Tanato estetica online, per capire cosa sia la disciplina
- Tanato estetica in presenza presso case funerarie, con pratica sulle salme
- Galateo del funerale
- Un percorso dedicato alla perdita degli animali
Una scelta che tiene a sottolineare
Il corpo docente conta quattro o cinque persone, tutte donne. La ragione è esplicita:
«Di donne nel settore funebre ce ne sono poche. Ci tengo a sottolineare che sono donne, che sono professioniste».
Chi frequenta
Irene distingue tre gruppi.
Chi lavora già a contatto con la morte. OSS, OSA, infermieri, personale delle camere mortuarie, che non hanno corsi specifici e vogliono lavorare bene.
Chi viene dall’estetica. Estetiste, makeup artist.
Chi ha vissuto un lutto andato male. È il gruppo più interessante, e Irene lo descrive come una ricerca di «una corretta chiusura del cerchio».
La storia della diciottenne
È il racconto che le è rimasto più impresso, e riguarda una ragazza che aveva appena compiuto diciotto anni.
«Io non so se farò mai questo lavoro, però ho nonni e genitori molto anziani. Visto che nessuno ci prepara alla morte, io voglio essere preparata».
Le sue due motivazioni erano precise: poter eventualmente prendersi cura lei stessa dei corpi, e saper valutare se le onoranze funebri stiano lavorando bene.
Un mestiere che in Italia non è riconosciuto
Il dato è secco: esiste un decreto legge fermo al Senato dal 2017.
Il paradosso pratico
Il mestiere non è riconosciuto, ma senza formazione non si lavora comunque:
«Senza corsi le onoranze funebri non ti guardano neanche, perché non sanno chi sei, dove ti sei formato, cosa hai studiato, cosa sei in grado di fare».
Il rammarico sulla formazione estera
Irene ha studiato anche fuori dall’Italia, e le competenze acquisite lì in parte non sono utilizzabili qui.
Il suo commento è una sola parola: «un grande peccato».
Perché la gente ha bisogno di chiedere
Alla domanda se chi la segue sia mosso da attrazione per il macabro o da bisogno reale, Irene distingue.
Una parte del pubblico è effettivamente interessata al macabro. Ma la maggioranza no:
«La gente è curiosa di sapere, ha paura di chiedere davanti a queste tematiche. E non sono argomenti che puoi chiedere alla vicina di casa, a papà durante il pranzo domenicale o agli amici al bar».
Il ragionamento che c’è sotto
È molto semplice ed è difficile da contestare:
«La morte è la certezza, l’unica certezza che abbiamo nella nostra vita. Quindi è normale che prima o poi qualche pensiero ce lo facciamo. Ma con chi ne parli a casa, a scuola, al lavoro?»
Perché ha scelto i social. La motivazione è pratica: mancando la death education nelle scuole, i social sono «la via per arrivare di più a tutti».
Come si convive con questo lavoro
Alla domanda su come lo gestisca psicologicamente, Irene risponde con una franchezza che merita attenzione.
I primi anni
«Sicuramente i primi anni non è stato così semplice».
E aggiunge un elemento che raramente si sente dire da un professionista: ha fatto un percorso psicoterapeutico personale, che l’ha aiutata anche ad acquisire il distacco necessario al lavoro.
Ciò che patisce di più
Su questo la risposta è immediata: i bambini.
«Secondo me determinati reparti di oncologia per i bambini non dovrebbero neanche esistere».
I riti per staccare
Sono piccoli, quotidiani, e vale la pena riportarli perché sono la risposta pratica alla domanda:
- La doccia
- La skincare
- Una canzone
- Accendere una candela
«Tutte cose che mi dicono: ok, basta, stacco».
La reperibilità
È il costo reale del mestiere: ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette.
E la formulazione con cui lo descrive è la migliore battuta della puntata:
«È lei la mia capa, è la morte. Non decido io».
L’onestà sull’adrenalina
C’è un passaggio che Irene avrebbe potuto tacere e invece dice:
«C’è una cosa fondamentale che è l’adrenalina. L’adrenalina non passa mai in questo lavoro».
E descrive il momento in cui, la sera sul divano, ripensa alla giornata e prova quell’attimo di stupore per ciò che ha fatto.
«Pettina morti»: il pregiudizio
È il nomignolo dispregiativo che le viene affibbiato, e la sua reazione è interessante perché non è difensiva.
«Come se ci fosse qualcosa di brutto nel pettinare morti. Non ho ancora capito questa cosa».
La risposta che dà
Quando sa chi l’ha detto, ci va a parlare. E la frase che usa è la più forte dell’intera puntata:
«Ti devi augurare che il giorno che succeda a te o a qualche tuo caro una cosa simile, ci sia un pettina morti. E solo lì capirai l’importanza del mio lavoro».
Perché funziona
Non è una difesa, è un augurio rovesciato. E coglie il punto: il disprezzo per questo mestiere regge solo finché non se ne ha bisogno.
Quanto costa davvero
È la sezione che smonta il pregiudizio economico, ed è interessante perché l’intervistatore stesso ammette di essersi sbagliato.
Come lavora
Irene è sempre collaboratrice esterna, con partita IVA, e lavora sia con le onoranze funebri sia direttamente con le famiglie.
Quando passa dalle onoranze, la tanato estetica viene spesso inserita nel pacchetto vestizione, con una maggiorazione rispetto a quanto viene corrisposto a lei.
Il mito da smontare
«È una cosa che pensano tutti: che bisogna avere tanti soldi per farsi fare la tanato estetica, oppure che io sono molto ricca perché trucco i morti».
La realtà che descrive è l’opposto: prezzi accessibili, e la necessità di lavorare molto per viverci.
La ragione etica
Ed è il motivo per cui i prezzi sono quelli:
«È giusto che tutti, anche nella morte, abbiano lo stesso trattamento».
Inumazione, tumulazione, cremazione
Alla domanda su cosa scelgano le persone e perché, Irene parte da una constatazione:
«La maggior parte delle persone non sa esattamente cosa accade in un’inumazione, e soprattutto in una tumulazione».
La sua scelta è cambiata. È il dato più eloquente della sezione. Prima di fare questo mestiere voleva essere tumulata. Dopo aver assistito a un’estumulazione ha scelto la cremazione.
Le tre opzioni
Inumazione — sepoltura in terra. È l’opzione che Irene indica come più ecologica in assoluto, soprattutto se accompagnata da vestiti in cotone organico che favoriscono la decomposizione.
Tumulazione — nel loculo. Qui la spiegazione tecnica è importante: se la cassa è preparata correttamente, con valvola di sfiato per i gas, il processo procede. Se qualcosa non va, la situazione è molto diversa, e Irene non la addolcisce:
«Se c’è qualcosa che non va, tu rimani a galleggiare nei tuoi liquidi per vent’anni, trent’anni».
Cremazione — l’opzione più conosciuta. Irene precisa però che non è la più ecologica, perché comporta emissioni.
Il dettaglio che nessuno si aspetta
È probabilmente l’informazione più sorprendente dell’intera puntata:
«La nostra generazione mangia e assume conservanti ovunque, che ci conserveranno anche dopo».
Dove i nonni diventavano scheletro in una ventina d’anni, oggi i tempi si sono allungati. Il motivo indicato sono i conservanti alimentari, i farmaci assunti nel corso della vita e i cosmetici.
Nota redazionale: l’osservazione è riportata come la formula Irene. L’entità dell’effetto dei conservanti alimentari sulla decomposizione è oggetto di discussione e non tutti i fattori citati hanno lo stesso peso. Il punto generale, cioè che i tempi di scheletrizzazione siano variabili e spesso più lunghi di quanto l’immaginario suggerisca, è però corretto.
La domanda che pone a chi sceglie
È la riflessione con cui chiude, ed è scomoda nel modo giusto:
«Tu scegli la tipologia di sepoltura per il tuo corpo, o per dare meno fastidio ed essere economicamente meno gravoso sulle spalle di chi resta?»
Perché si va al cimitero
La domanda è onesta e personale: l’intervistatore ammette di non riuscire a comprendere chi ci va ogni giorno.
La spiegazione di Irene
«La persona che ci va tutti i giorni sicuramente lo fa per amore, perché non riesce a staccarsi dalla tipologia di relazione, di sentimento che la legava a quella persona».
Il concetto che usa è quello di continuazione del legame: «Molte persone non sono in grado di far finire i legami».
Chi le piace meno
Ed è una posizione netta e inattesa. Preferisce di gran lunga chi ci va tutti i giorni a chi ci va solo per Ognissanti:
«La trovo una questione di marketing, perché si deve fare, perché gli altri ti devono vedere che vai al cimitero».
È l’unico giorno dell’anno in cui non ci va.
Il suo rapporto personale
È il dettaglio più sorprendente e più tenero della puntata.
In una piccola frazione ligure c’è quello che chiama il suo cimitero di famiglia, dove riposano quasi tutti i suoi. E lei ci va a fare i picnic la domenica, per mangiare in famiglia.
Il paragone che usa spiega tutto:
«Come tu ti puoi spostare per andare in Toscana a mangiare dai tuoi genitori, io ho loro e sono lì. Io vado lì».
Ogni reazione al lutto è giusta
È il principio che Irene tiene di più a trasmettere, e lo formula senza eccezioni.
«Ogni persona, come reagisce e quello che fa durante e dopo un lutto, è sempre giusto».
Gli esempi che porta
Sono i due giudizi più comuni ai funerali, e li smonta entrambi:
- «Guarda, lui però non ha pianto»
- «Guarda, è morta sua madre e sta ridendo»
La sua replica:
«Chi sei tu per giudicare quella reazione? Cosa ne sai perché ha quella reazione?»
Perché la gente giudica
La spiegazione che dà è generosa e probabilmente giusta:
«Non lo fanno per essere cattivi. Lo fanno perché non sanno stare in silenzio davanti a queste cose».
E il consiglio che dà a chi non sa cosa dire è il più utile che si possa dare:
«Piuttosto stai zitto, che fai più bella figura».
La diagnosi
Su chi fa battute o giudizi, la sua lettura è senza acredine:
«Sono persone ignoranti, nel senso proprio che ignorano la materia. E quindi si difendono a modo loro».
Death education: parlarne ai bambini
È la sezione più propositiva della puntata, e Irene ha idee precise.
Da dove si comincia. Dall’asilo. Esistono album illustrati che spiegano la perdita, suddivisi per fasce d’età.
Cosa non fare
La critica è diretta a una formula che tutti abbiamo sentito:
«Muore il nonno, sì, è andato in cielo. Tutto sbagliato».
Cosa fare
Il metodo che propone è molto più rispettoso di quanto sembri:
- Dire la verità
- Spiegare biologicamente cos’è la morte e cosa succede al corpo
- Chiedere al bambino se vuole vedere il nonno, salutare la nonna
- Rispettare la sua risposta, che sia sì o no
Il punto centrale è il terzo: si chiede, non si decide per lui.
La critica ai genitori
È formulata con delicatezza ma è chiara:
«Gli adulti cercano di tutelare i bimbi. In realtà non gli stanno dando un’opportunità di crescita e di imparare qualcosa che poi gli servirà nella sua vita».
La ragione è che prima o poi la morte arriva comunque: il pesce rosso, il cane, il nonno.
La frase che chiude il ragionamento. «Loro non hanno preconcetti. Siamo noi che ce li abbiamo».
Il problema di chi dovrebbe spiegare
C’è un ostacolo pratico che Irene individua: i genitori non sono formati.
Da qui la figura del death educator, presente anche nella sua Academy, che affianca le famiglie nel raccontare la morte a bambini, ragazzi e persone con disabilità.
E una precisazione che vale per tutti:
«Non è che gli anziani, perché hanno visto morire, sanno affrontarlo meglio di noi. Ne hanno tutti bisogno».
Il tempo guarisce il dolore?
È la domanda a cui Irene dà la risposta più onesta della puntata, e comincia ammettendo cosa vorrebbe poter dire:
«Vorrei dire di sì. Mi piacerebbe dire di sì. Ma no».
La distinzione che fa
Il tempo aiuta. Ma non risolve.
Descrive un andamento a onde: periodi in cui non ci pensi affatto, e periodi in cui sembra successo ieri.
Le festività
È il momento peggiore, e lo dice riferendosi anche a sé:
«Vedi tutti che fanno regali alla mamma, e io non ce l’ho».
La conclusione. «Il tempo aiuta, ma mai del tutto».
L’avvocato del diavolo: le onoranze funebri
La domanda è scomoda: chi sostiene che in un momento di fragilità le onoranze funebri arrivino per svenarti ha ragione?
La risposta
È sorprendentemente franca:
«Può essere. Sono sincera, può essere».
Il meccanismo
La ragione riporta al tema centrale della puntata. Le persone arrivano dicendo:
«Guarda, fai tu, fai una cosa decorosa, scegli tu».
E il motivo è sempre lo stesso: manca l’educazione alla morte, quindi non si sa nemmeno cosa si potrebbe scegliere. Non si sa se una cifra ragionevole siano duemila euro o dodicimila.
La conseguenza
A quel punto tutto dipende dal professionista che ti trovi davanti: c’è chi ti accompagna nelle scelte e chi applica il proprio listino e basta.
La soluzione
È sempre la stessa, ed è il filo rosso dell’intera conversazione:
«Se uno fosse educato anche a queste scelte, che inevitabilmente almeno una volta nella vita qualcuno dovrà fare, riesce anche meno a farsi prendere in giro».
Il dato sul post-Covid
C’è un’osservazione che vale la pena registrare.
Prima del Covid, racconta, la tendenza era la soluzione più economica e veloce possibile. Dopo, qualcosa è cambiato:
«Post Covid si è ritornati un pochino più a tenerci».
Il funerale più costoso
La risposta è inaspettata: i cinesi.
Irene coglie l’occasione per smontare una leggenda urbana molto diffusa: sì, i cinesi muoiono, e no, non spariscono. Vengono fatti grandi festeggiamenti e i corpi vengono rimpatriati.
Religioni e funerali laici
La preparazione secondo la fede
Irene precisa di essere più competente sulla preparazione dei corpi che sui riti funebri.
L’esempio che porta è quello musulmano: il corpo viene lavato integralmente in una vasca, ma da familiari dello stesso sesso. Donne per le donne, uomini per gli uomini.
Il suo ruolo in quel caso è di presenza: eventuali correzioni le esegue nella cassa, con il permesso della famiglia.
Il metodo quando non conosce una tradizione
È un approccio professionale che vale la pena riportare: chiede i riferimenti del responsabile di quella comunità religiosa e lo contatta per sapere come procedere.
Una precisazione importante
Non basta sapere la religione di appartenenza. Conta anche quanto quella persona la praticasse, e se nel corso della vita l’avesse cambiata.
È un’ulteriore forma di rispetto dell’identità reale, non di quella presunta.
I funerali laici
È l’informazione più utile della sezione, perché quasi nessuno la conosce:
«Ogni comune deve per legge avere una stanza dove celebrare il funerale laico».
E non si è obbligati a usarla: la location può essere scelta liberamente.
Esistono inoltre i celebranti, che officiano il rito laico secondo le volontà del defunto o dei familiari.
Perché quasi tutti scelgono il funerale cattolico
La ragione che indica non è la fede, ed è coerente con tutto il resto:
«Molta gente non sa che ci sono diverse altre possibilità, e quindi vanno su quella più classica, più semplice da sbrigare».
L’affido delle ceneri e un problema che nessuno conosce
Sì, l’urna si può tenere in casa. Si chiama affido delle ceneri, ed è perfettamente legale.
Gli obblighi. Se cambi residenza o casa, vanno rifatte le pratiche relative all’urna.
Il problema che quasi nessuno considera
È l’informazione più sorprendente della puntata, e Irene la porta con un esempio personale: tiene in casa le ceneri del padre.
«Se al cimitero è pubblico, ci posso andare io e ci può andare l’ex fidanzata. Io, per legge, se l’ex fidanzata mi bussa alla porta perché vuole vedere le ceneri di mio padre, non le posso dire di no».
Il ragionamento è logicamente ineccepibile: portando le ceneri in casa si sottrae a chi aveva legami con il defunto un luogo pubblico dove potersi raccogliere. La legge tutela quel diritto.
La sua conclusione è asciutta: «È una cosa da sapere, da non sottovalutare».
Le altre possibilità. Lo spargimento delle ceneri è legale, ma dove sia consentito cambia da regione a regione e da comune a comune. Va sempre verificato.
Gli animali
Anche per gli animali esiste la cremazione, e oggi è molto più semplice di un tempo. Il costo dipende dal peso: un gatto costa meno di un cane di quaranta chili, che costa meno di un cavallo.
La censura social sulla parola morte
È un ostacolo concreto al suo lavoro di divulgazione, e Irene lo racconta con frustrazione.
«C’è molta censura, infatti è anche difficile emergere, farsi conoscere, nonostante i contenuti possano essere ottimi».
Come si aggira. Su alcune piattaforme la parola va scritta alterata, sostituendo una lettera con un numero, per non essere penalizzati dall’algoritmo.
La sua obiezione
Non è contro la moderazione in sé, ed è una posizione ragionevole:
«Capisco il fine, però ci dovrebbe essere un ente che valuta. Non puoi buttare tutto a prescindere perché non siamo in grado di gestirlo».
Il confronto con l’estero
Le sue colleghe straniere, che si definiscono mortician, possono mostrare molto più di quanto le sia consentito:
«A me entrano in casa, mi arrestano, mi bannano tutti i profili che ho».
Il suo rapporto con la morte dopo dodici anni
La domanda è diretta: è diventata ipocondriaca o si è abituata?
La risposta
«Io conosco molto bene la morte. L’ho voluta conoscere. E quindi io non ho paura della morte, anzi, ci sono amica».
E aggiunge quello che definisce un consiglio personale: fare pace con la morte prima di morire.
Cosa le ha insegnato
È la frase che dà il senso all’intera puntata, e vale la pena riportarla per intero:
«La morte mi ha insegnato tanto dalla vita. Mi ha insegnato a cogliere le cose belle. Se vuoi mandare un messaggio, mandalo. Un abbraccio, fallo. Non rimandare a domani, farla oggi».
E la sintesi:
«La morte mi ha insegnato a vivere».
Domande a raffica
In camera mortuaria: silenzio o musica? Silenzio assoluto. «Mi voglio dedicare completamente alla cura della persona defunta».
La parte del viso più difficile da ricreare. Il naso, anche più degli occhi.
Morte improvvisa o lunga malattia: cosa è più facile da trattare?
Le morti improvvise, e la ragione è tecnica:
«Ci sono soltanto i segni della morte, non ci sono i segni della malattia».
Capelli e unghie continuano a crescere dopo la morte?
Falso, ed è una delle domande che le fanno più spesso.
La spiegazione è la disidratazione: i tessuti si ritirano, e unghie e capelli sembrano più lunghi.
Novantenne o giovane: chi è più facile da trattare? Un giovane.
Senti freddo quando prepari una persona? Le strutture sono tenute a temperature basse per la conservazione, ma Irene ama il freddo e non lo patisce.
A quale odore non ci si abitua?
Quello di una salma sottoposta ad autopsia:
«Sa proprio di macelleria».
Hai mai parlato ad alta voce con un defunto?
Sempre. Ed è forse il dettaglio più toccante della puntata:
«Di solito gli tocco le mani, gli faccio una carezza sul viso, mi presento e gli dico cosa andrò a fare. E poi, quando l’ho preparato, lo saluto».
Alla domanda se questo la aiuti emotivamente: «Un sacco».
Cremazione o terra, per te? Cremazione.
A che ora arriva il vuoto, nei turni notturni? «Tra le 3 e le 5 del mattino. È l’orario più introspettivo per chi fa questo lavoro».
Ti sei mai addormentata dopo il lavoro, sul posto?
No, e la ragione è una regola che si è data:
«La cosa più importante è tornare a casa».
La Domanda Finale
Come in ogni puntata, la chiusura è la stessa domanda: cosa c’è nell’istante dopo aver chiuso gli occhi per l’ultima volta?
Con Irene la domanda arriva al destinatario più qualificato possibile, e lei risponde due volte.
La risposta da professionista. «Niente. Perché non ci sono fatti che dicono una cosa diversa».
La risposta da Irene
«Secondo me si può vedere l’anima che se ne va. Esce proprio l’anima dal corpo».
E prosegue: si diventa un’anima che sa dove deve andare, o che torna dove dovrà tornare. Ma che continua a vedere.
Perché questa doppia risposta è la migliore della serie
Irene è l’unica ospite che separa esplicitamente ciò che sa da ciò che crede, e le tiene distinte senza far vincere nessuna delle due.
È esattamente la stessa distinzione che applica al suo lavoro: i fenomeni cadaverici sono fatti, la dignità di un corpo è una scelta.
Glossario
- Tanato estetica — Preparazione del corpo del defunto: igienizzazione, disinfezione, vestizione e attenuazione dei segni della morte.
- Tanatoprassi — Rimozione dei liquidi interni e iniezione di liquidi conservativi per via arteriosa. Effetto temporaneo.
- Imbalsamazione — Conservazione permanente. Legale in Italia ma rarissima e soggetta a procedura complessa.
- Algor mortis — Riduzione della temperatura corporea dopo il decesso.
- Livor mortis — I livori, dovuti alla ridistribuzione del sangue.
- Rigor mortis — Irrigidimento muscolare.
- Autolisi — Processo di autodigestione dei tessuti.
- Mentoniera — Supporto legale in Italia per mantenere chiusa la mandibola.
- Tamponamenti — Chiusura degli orifizi per evitare fuoriuscite.
- Inumazione — Sepoltura in terra.
- Tumulazione — Sepoltura in loculo o cappella.
- Estumulazione — Rimozione della salma dal loculo dopo un dato periodo.
- Affido delle ceneri — Possibilità legale di conservare l’urna in casa.
- Death education — Educazione alla morte e al lutto.
- Medico necroscopo — Medico che accerta il decesso, tipicamente dopo le 24 ore di osservazione.
- Vilipendio di cadavere — Reato che sanziona atti lesivi della dignità del corpo del defunto.
Domande Frequenti
La tanatoprassi è illegale in Italia? No. Non è illegale, ma non è regolamentata. È il mito che Irene tiene di più a smontare.
Che differenza c’è tra tanato estetica e tanatoprassi?
La tanato estetica è una branca della tanatoprassi e riguarda la preparazione esterna del corpo. La tanatoprassi comprende la rimozione dei liquidi e l’iniezione di conservanti.
Costa molto? No. È una delle convinzioni più diffuse e più sbagliate. I prezzi sono pensati per essere accessibili.
Si può cucire la bocca di un defunto? No, in Italia è illegale e configura vilipendio di cadavere. Si usano le mentoniere.
Unghie e capelli crescono dopo la morte? No. È un effetto ottico dovuto alla disidratazione dei tessuti.
Posso tenere l’urna in casa?
Sì, tramite l’affido delle ceneri. Ma va saputo che chi aveva un legame con il defunto può chiedere accesso, e per legge non gli si può negare.
Qual è la sepoltura più ecologica? L’inumazione in terra, secondo Irene. Più della cremazione, che comporta emissioni.
Devo portare mio figlio al funerale?
La risposta di Irene è che va chiesto a lui, dopo avergli spiegato la verità in modo chiaro e adeguato all’età. La decisione non va presa al posto suo.
Esiste il funerale laico? Sì. Ogni comune deve per legge disporre di una sala per celebrarlo, e la location può comunque essere scelta liberamente. Esistono celebranti dedicati.
Serve un titolo per fare questo lavoro? Non esiste un riconoscimento ufficiale, perché il decreto è fermo dal 2017. Ma senza formazione documentata le onoranze funebri non affidano incarichi.
Conclusioni: il tabù che ci costa caro
Se c’è una tesi che attraversa questa puntata dall’inizio alla fine, non riguarda i corpi. Riguarda l’ignoranza.
Ogni problema che Irene descrive ha la stessa radice: non sappiamo nulla della morte, e per questo la subiamo peggio.
Non sappiamo cosa scegliere tra inumazione, tumulazione e cremazione, quindi ci affidiamo a chi capita. Non sappiamo quanto dovrebbe costare un funerale, quindi possiamo essere sfruttati. Non sappiamo cosa dire a chi ha perso qualcuno, quindi diciamo la cosa sbagliata. Non sappiamo spiegarla ai bambini, quindi li teniamo fuori e li priviamo di uno strumento che gli servirà comunque.
Le due cose pratiche da portarsi via
Davanti a chi ha subito un lutto, il silenzio è meglio della frase sbagliata. È il consiglio che Irene dà più spesso ed è il più facile da applicare.
Nessuna reazione al lutto va giudicata. Chi non piange, chi ride, chi va al cimitero ogni giorno e chi non ci va mai stanno tutti facendo la cosa giusta.
Il ribaltamento finale
Quello che rende questa puntata diversa è il rapporto tra chi la fa e ciò di cui parla.
Irene passa un’ora a spiegare come si prepara un corpo, quali fenomeni lo trasformano, cosa si può correggere e cosa no. Ma la conclusione a cui arriva non riguarda la morte:
«Se vuoi mandare un messaggio, mandalo. Un abbraccio, fallo. Non rimandare a domani».
Chi passa le giornate con i morti finisce per essere l’ultima persona a raccomandare di rimandare qualcosa.
Contatti
Irene Nonnis, in arte TanatoLady, è esperta di tanato estetica con dodici anni di esperienza. Collabora con onoranze funebri e famiglie in tutta Italia.
È fondatrice della Tanato Academy, che tiene corsi online e in presenza di tanato estetica, galateo funebre, death education e percorsi dedicati alla perdita degli animali. Il corpo docente è interamente femminile.
È autrice del libro La ragazza della morte.
Trovi tutti i suoi riferimenti e quelli dell’Academy nella descrizione dell’episodio su YouTube.
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