Episodio 25 — Andrea Quarto: Quando il Corpo Ti Tradisce e Devi Inventarti un Uomo Nuovo

Dall’attentato in Iraq alle Paralimpiadi di Parigi: fratellanza, identità e ricostruzione raccontate da un incursore della Marina Militare

«Lui mi chiede: sei felice? Gli dico: sì, sono felice. E saltiamo in aria».

Indice dei Contenuti

Sono le ultime due battute prima dell’esplosione. L’operazione era già stata portata a termine con successo, la squadra stava ripiegando, e in quel momento di soddisfazione condivisa un ordigno cambia tutto.

È il 10 novembre 2019. Andrea Quarto, incursore delle forze speciali della Marina Militare, perde un piede.

La venticinquesima puntata di Paracadute Podcast è registrata nella palestra che ha aperto a Caserta, ed è una conversazione su cosa succede quando in un millesimo di secondo ti vengono strappate via le etichette su cui avevi costruito la tua vita.

Perché in quel momento Andrea non ha perso solo un arto. Ha perso l’uomo che era.

Nota redazionale. L’articolo riporta il racconto dell’ospite. Alcuni dettagli operativi non sono raccontabili e Andrea stesso lo premette in apertura: «Non posso raccontare proprio nel dettaglio tutto quello che è successo, però posso raccontarvi tutto quello che ho provato e vissuto su di me». Le citazioni sono state ripulite dagli intercalari senza alterarne il senso.

Chi è Andrea Quarto

Andrea Quarto è incursore in congedo delle forze speciali della Marina Militare. È entrato come VFP1, quindi dal basso, e ha poi frequentato l’Accademia e il corso incursori.

Il 10 novembre 2019, durante un’operazione in Iraq, un ordigno esplosivo gli costa un piede. Per quell’operazione, portata a termine con successo, riceve una medaglia d’oro al merito — e tiene a precisare che non gli è stata data perché è rimasto ferito.

Cosa fa oggi

Atleta paralimpico. Pratica il para powerlifting ed è stato a Parigi 2024. Nel suo palmarès: argento in Coppa del Mondo all’esordio, un oro in Coppa del Mondo, un bronzo europeo nel 2022 e un oro europeo nel 2026.

Imprenditore. Ha aperto una palestra a Caserta che oggi è la seconda società in Italia a livello paralimpico, dopo essersi formato con un master in imprenditoria e innovazione alla Bologna Business School.

Coach. Segue atleti di powerlifting e prepara candidati ai concorsi delle forze armate, con una specializzazione sulle forze speciali che, dice, in Italia condividono in pochissimi.

Autore. Ha scritto Profondamente.

Inventore. Ha depositato un brevetto per un adattatore che trasforma una panca normale in panca paralimpica.

10 novembre 2019: l’attentato

Il racconto comincia con una premessa che vale la pena riportare, perché definisce i confini di ciò che è dicibile:

«Non posso raccontare proprio nel dettaglio tutto quello che è successo, però posso raccontarvi tutto quello che ho provato e vissuto su di me, perché ero vigile. Sono stato vigile per tutto il tempo».

Il contesto

Attività operativa in Iraq. L’operazione era già stata portata a termine con successo, e la squadra stava ripiegando.

È un dettaglio che Andrea chiarisce due volte nella puntata, perché ci tiene: l’esplosione avviene dopo, non durante.

Il momento

L’ordigno coinvolge lui e altri ragazzi della squadra. Andrea viene sbalzato via.

E qui arriva la descrizione più asciutta e più dura del racconto:

«Quando sono atterrato, la prima cosa che ricordo è proprio lo scarpone aperto. E in mezzo non c’era niente. Quindi ho subito capito che il piede, insomma, era andato».

Cosa succede intorno

La descrizione di ciò che accade nei secondi successivi è una lezione di procedura operativa.

La squadra si muove in due direzioni contemporaneamente:

  1. Protezione del perimetro, per prevenire eventuali secondi attacchi — che, precisa Andrea, «normalmente è quello che accade»
  2. Intervento dei medic per stabilizzare i feriti

Il commento di Andrea sul meccanismo è da manuale: «Si è mosso in maniera rapida, fluida».

Il medic ferito che gli salva la vita

È il cuore emotivo dell’intera puntata, e Andrea lo definisce senza esitazione il ricordo più bello del momento più brutto.

Il fatto

Il medic della sua squadra era rimasto ferito anche lui. Con un braccio rotto e una scheggia in un occhio, è il primo a intervenire.

«È stato il primo a mettermi il dispositivo per bloccare l’emorragia sulla gamba, salvandomi la vita».

Il dettaglio che si scopre solo dopo

Emerge molto più avanti nella conversazione, ed è ancora più forte del fatto in sé:

«L’hanno dovuto togliere via da lì mentre stava andando in shock, perché lui continuava a lavorare. Non se ne voleva andare».

Cosa ne trae Andrea

La riflessione che ne ricava non riguarda la fortuna, ma un principio:

«Pensare che una persona ferita possa essere la prima a intervenire su un compagno di squadra per salvargli la vita è una cosa, credo, bellissima».

È il motivo per cui la sezione sulla fratellanza, più avanti, non suona retorica: qui c’è il fatto che la dimostra.

L’ora e venti a terra e il volo su Baghdad

La stabilizzazione

I feriti restano sul terreno un’ora e venti minuti. È un tempo lunghissimo, che però Andrea non ricorda come tale:

«Probabilmente l’adrenalina e lo stress di quel momento… io ricordo veramente tutto molto schiacciato a livello temporale».

Il rifiuto di lasciarsi andare

È il tratto che definisce tutto il resto della storia, e compare già qui, mentre è sedato:

«Io non volevo abbandonarmi a questa cosa di lasciarmi andare».

L’episodio dell’elicottero

È il momento in cui il racconto, pur nella gravità della situazione, diventa quasi comico. E Andrea lo racconta ridendo.

Sull’elicottero dei Marines diretto all’ospedale da campo americano a Baghdad, il tourniquet sulla gamba fa un male insopportabile. Andrea voleva che venisse allentato — cosa impossibile, perché altrimenti l’emorragia riprende.

«Io mi svegliavo, menavo il Marine, lui mi sedava di nuovo, e tornavo in volta».

I sogni durante il volo

C’è un dettaglio che Andrea fatica a descrivere e che vale la pena riportare così com’è:

«Sognavo cose che non saprei nemmeno descrivere. Però era come se stessi affrontando una battaglia anche in quel momento, dentro di me, nel mio subconscio».

Prima di tutto: quattordici anni di ginnastica artistica

Per capire come Andrea sia arrivato dove è arrivato, bisogna tornare molto indietro.

Inizia a quattro anni con la ginnastica artistica, e la pratica per quattordici anni, fino ai diciotto, anche a livello agonistico ad alto livello.

L’infortunio

Un infortunio alla caviglia interrompe quel percorso. E il modo in cui descrive quel momento è sorprendentemente simile a ciò che accadrà molti anni dopo:

«Io avevo un riferimento, perso quello, un po’ come accade a tantissimi ragazzi tra i sedici e i diciotto anni, io non sapevo più chi fossi e nemmeno chi volessi essere nel mio futuro».

È la prima volta che perde l’identità. Non sarà l’ultima.

Il collegamento che farà anni dopo

Quando l’intervistatore glielo fa notare, Andrea conferma che quella somiglianza gli è stata utile:

«Se ci sono riuscito una volta, se questo sono io che ha fatto queste cose nella sua vita, perché non posso riuscirci nuovamente?»

E aggiunge la precisazione importante: guardare indietro «non vuol dire restare ancorati al passato».

Lo smarrimento a diciotto anni

La fase che segue è raccontata senza abbellimenti.

La scuola va male — «facevo il minimo per portare a casa la pagnotta» — ma la porta a termine senza bocciature. Poi comincia a fare mille lavori: villaggi turistici d’estate, un negozio d’abbigliamento, un call center.

La frase che descrive quella fase

È una delle più belle della puntata, e chiunque abbia avuto vent’anni la riconosce:

«Sai da cosa stai scappando, ma non sai dove stai andando».

Da qui la frenesia: provare tante cose, tutte insieme.

La luce negli occhi di uno sconosciuto

La svolta arriva da un incontro casuale: lo zio di una sua ex fidanzata, in Marina Militare.

Cosa lo colpisce

Non le informazioni, ma qualcosa di molto meno razionale:

«Io vidi una luce nei suoi occhi mentre mi parlava dei suoi periodi imbarcato».

Gli parla degli operatori del Battaglione San Marco, della loro fratellanza, di ciò che li univa.

La reazione

«Non lo so, è scattato qualcosa dentro di me. Sentivo quei valori di cui lui mi parlava, li sentivo molto forti anch’io».

Da lì la decisione di entrare in Marina Militare.

Nota redazionale: vale la pena notare che l’elemento decisivo non è stato un discorso convincente, ma la testimonianza visibile che una vita così poteva rendere qualcuno così. È lo stesso meccanismo che Andrea userà poi come coach, quando parla di esperienze vicarie.

La promessa di forza

Alla domanda sul patriottismo, Andrea introduce un concetto che ritornerà più volte e che è la chiave di tutta la sua ricostruzione.

Cosa si promette, entrando in servizio

«Quando tu entri in servizio tu fai una promessa. Fai una promessa di forza, di essere quel baluardo, quello scudo difensivo tra il bene e il male».

E la promessa ha una geometria precisa: si estende a cerchi concentrici, dalle persone vicine fino all’intera nazione.

La consapevolezza

Su questo Andrea è molto netto, e non si sottrae alla parte scomoda della domanda:

«Sono sempre stato profondamente consapevole della battaglia che stavo conducendo. È una battaglia che ho sempre condiviso, abbracciato con tutto me stesso».

La prima cosa che chiede dal letto d’ospedale

Quando arrivano le alte cariche a trovarlo e gli chiedono cosa possono fare per lui, la risposta è una sola:

«Io voglio tornare in servizio. Quindi voglio tornare in servizio operativo».

Non sarà possibile, per ragioni normative e mediche.

Il calcolo che gli permette di stare in pace

È il passaggio più sorprendente della puntata, perché Andrea affronta la perdita con una lucidità quasi matematica.

Il ragionamento

«Se dobbiamo mettere sul piatto della bilancia il sacrificio di un piede e salvare delle vite, è tutto perfettamente in equilibrio».

E la domanda retorica che lo chiude:

«Quando si parla di salvare vite, quale può essere il prezzo più alto possibile?»

Il dettaglio più interessante

C’è un’osservazione che Andrea aggiunge e che allarga il calcolo:

«L’azione non determina i suoi effetti solamente nell’immediato, ma quello che tu vai a fare ha delle ripercussioni nel futuro».

Il perché che salva

È il principio che Andrea ripete più volte, e che spiega perché la sua elaborazione sia stata così rapida:

«Il perché tu fai una cosa è molto importante. Quel perché può salvarti la vita prima, durante e dopo».

Sulla prevedibilità

C’è una precisazione onesta su come si viva il rischio in quel mestiere:

«Non dico lo metta in conto, ma sai che può succedere. Uno spera non accada mai, ma sai che fa parte degli imprevisti del lavoro».

Come nasce davvero la fratellanza

La domanda è posta bene, ed è scomoda: oggettivamente, non tutti si comporterebbero come quel medic. Come si costruisce una cosa del genere?

La prima correzione. «Non è una cosa che viene insegnata. È una cosa che si matura nel tempo».

La fase di accettazione

Quando si entra in squadra nelle forze speciali esiste una fase in cui la squadra ti conosce. Ma non nel modo che ci si aspetterebbe:

«Per tutti gli aspetti intendo principalmente quelli dove nessuno vuole stare: momenti difficili, le difficoltà, la fatica, il dolore».

Il meccanismo

La sequenza che descrive è precisa e vale ben oltre l’ambito militare:

  1. Si condividono momenti difficili
  2. Li si condivide per molto tempo, non per un periodo limitato
  3. Si arriva a vedere davvero dentro ogni membro della squadra
  4. Li si supera insieme

Ed è il quarto punto quello decisivo:

«La cosa che rende la squadra tale è il fatto di superarli insieme. Una volta che tu superi tutti quei momenti insieme, si crea quell’unione che poi è più forte quasi di qualsiasi altro legame».

Cosa c’è sotto la corazza

È il punto su cui Andrea insiste di più in tutta la puntata, e lo farà anche parlando del libro:

«Noi vediamo l’operatore delle forze speciali come questa figura fredda, indistruttibile, implacabile. Invece siamo uomini che siamo fatti di paure, di incertezze, di difficoltà».

La squadra come ammortizzatore emotivo

Alla domanda su come si gestiscano rabbia e paura, Andrea dà una risposta che smonta lo stereotipo.

Le emozioni ci sono. «Le emozioni ci sono, non è che non ci sono. È che vengono condivise e controllate all’interno della squadra».

Perché serve un ammortizzatore interno

La spiegazione è una delle più delicate della conversazione, perché tocca un tema che riguarda molte famiglie:

«Tutte le persone che sono all’esterno della squadra, quindi purtroppo anche a volte familiari, amici, parenti, non potrebbero capire quello che tu stai provando».

Come funziona concretamente

Il meccanismo che descrive è una forma di supporto tra pari:

«Quello che tu stai vivendo in questo preciso momento, il tuo fratello della squadra l’ha già vissuto in passato, e quindi può darti quel consiglio, quel modo di vedere le cose da un’altra prospettiva».

Le contingency: pianificare l’imprevisto

È la parte più immediatamente applicabile dell’intera puntata, e Andrea la offre esplicitamente come consiglio per la vita civile.

Il realismo dell’addestramento. Il primo principio è che l’addestramento deve essere il più realistico possibile, «proprio per limitare quanto più possibile tutto ciò che è inaspettato».

Cosa sono le contingency

«Tu vai a studiare nel dettaglio tutte le cose che potrebbero accadere in scenari differenti. Se succede questo cosa facciamo? Se succede quest’altro cosa facciamo?»

E il passaggio che le rende efficaci: «Tutto questo poi va visualizzato e provato».

L’applicazione civile

È qui che Andrea fa il salto, e il consiglio è concreto:

«Quello che a noi alza i livelli di stress quotidianamente è proprio l’imprevisto. Non saper gestire l’imprevisto».

Il metodo che propone:

  1. Pianifica la giornata
  2. Visualizza quello che andrai a fare
  3. Poniti domande su scenari alternativi

L’esempio che porta è un incontro di lavoro: cosa voglio proporre, e se mi risponde in un modo cosa dico, se mi risponde in un altro cosa dico.

L’obiettivo dichiarato: «Essere sempre consapevole di quello che sta succedendo, limitare l’imprevisto e abbassare i livelli di stress».

Chi sei quando non puoi più fare quello che sei

È il tema centrale della puntata, ed è anche il più universale.

La difficoltà più grande

Non è stata fisica, e Andrea lo dice chiaramente:

«La difficoltà più grossa è stata affrontare il fatto che non sarei più potuto essere un incursore».

Il meccanismo dell’identità. «Spesso quello che fai ti identifica anche come uomo. Quindi quando vai a perdere la tua identità, poi ti chiedi: chi sono?»

La promessa che sembrava infranta

Ed è qui che il concetto di promessa di forza torna, e diventa un problema:

«Se tu prometti di essere forte, di tornare a casa, di essere sempre quello che eri per come ti hanno conosciuto le persone a te vicine, e se quando torni non sei più lo stesso, non hai mantenuto quella promessa».

La definizione di incursore

È la chiave che gli permette di uscire dall’impasse, ed è il passaggio più intelligente di tutta la conversazione.

Andrea si dà una definizione di incursore che non contiene né armi né divise. Tre elementi:

  1. Una persona capace di soffrire più degli altri
  2. Una persona che nel buio e nelle difficoltà riesce a trovare una soluzione alternativa
  3. Una persona che dà tutto se stesso per il bene degli altri

Il ragionamento che ne consegue

«Se tu li vedi dietro una persona con la divisa, sono limitati a quella figura. Ma se tu li estrapoli, in realtà possono essere fatti anche nel mondo civile».

E la conclusione:

«Io in realtà potevo ancora portare avanti la mia missione. Non potevo più farlo in divisa, non potevo più farlo con la mia squadra, ma potevo sicuramente continuare».

Nota redazionale: questo è il punto tecnicamente più interessante della puntata. Andrea non ha superato la perdita accettandola: l’ha superata ridefinendo la propria identità a un livello di astrazione più alto, dove il ruolo era diventato un modo di esprimerla e non l’identità stessa. È un’operazione che chiunque perda un lavoro, un ruolo o una funzione può provare a fare.

Perché lo sport lo ha tirato fuori dal buio

Lo sport, che lo aveva formato da bambino, torna «come in un cerchio».

Le ragioni che indica

E sono molto più concrete di quanto ci si aspetti. Non parla di passione, parla di struttura:

La disciplina quotidiana. «Ti dà la disciplina di dover fare delle cose giornalmente».

Il futuro riaperto. La possibilità di vedere obiettivi di breve, medio e lungo termine.

La pianificazione. La possibilità di tornare a programmare.

La passione. Ed è l’unico elemento emotivo, che descrive così: «quel brividino dietro la schiena di tutte quelle cose che fai con passione».

Perché questo elenco è utile

Perché le prime tre voci non richiedono di amare lo sport. Richiedono solo di avere qualcosa da fare domani mattina. È il motivo per cui il consiglio funziona anche per chi non è un atleta.

Gli elastici in ospedale contro il parere dei medici

È l’episodio che dice tutto sul personaggio, e Andrea lo racconta con una premessa onesta.

«Io ho iniziato ad allenarmi subito, perché ero sul letto d’ospedale e contro il volere dei medici mi feci portare in ospedale degli elastici e dei manubri».

L’onestà sulla cosa

Non la presenta come un modello. Anzi:

«Questo è una cosa che non va fatta. Però in quel momento per me era più importante ripartire dal punto di vista della testa».

La sua logica in quel momento, che racconta ridendo: «Cosa poteva andare peggio di così?»

La palestra con le stampelle

Il processo di protesizzazione inizia tre o quattro mesi dopo. Ma lui va in palestra prima, senza protesi, con le stampelle e bendato.

Il dialogo con il proprietario della palestra è il momento più leggero della puntata:

«Vabbè, cosa è successo? Ti sei fatto male? — Eh, il piede non c’è. — Ma che cosa? Ti sei rotto la caviglia? — No, il piede non c’è».

Il proprietario si affaccia, vede la situazione, e dice: «Tu sei pazzo».

La sfida con la protesi

C’è un pattern che si ripete e che Andrea riconosce:

«Loro dicevano: ci vogliono quattro settimane, due mesi per fare determinate cose. E io ero nettamente avanti sulla tabella di marcia, perché più loro mi dicevano che non potevo farlo, più io volevo farlo prima».

Perché era necessario

La ragione che dà è la più solida di tutta la sezione:

«Altrimenti il passato diventa qualcosa che ti tiene relegato, che ti tiene ancorato e non ti permette di riprendere a vivere».

Il para powerlifting: come funziona

È la disciplina della distensione su panca per persone con disabilità.

Chi può praticarlo

È rivolto a persone con disabilità degli arti inferiori dal bacino in giù:

  • Traumi spinali
  • Amputazioni
  • Patologie con ipotono muscolare delle gambe
  • Fragilità ossea

La panca è diversa

È più lunga e più larga di una panca normale, e la ragione è l’equità:

«Tutti quanti gli atleti si stendono completamente sulla panca, quindi non poggiamo i piedi a terra per fare il drive».

Le regole di gara

  • Tre tentativi
  • I carichi devono essere uguali o crescenti: scelto il peso d’ingresso, non si può più scendere
  • Vince chi solleva di più in una singola alzata

La sintesi di Andrea: «Forza pura».

Da dove viene

Aveva scoperto il lavoro con i sovraccarichi nel 2017, preparandosi per fare l’incursore, ed era la parte che gli piaceva di più di tutta la preparazione.

Dopo l’incidente, cercando uno sport per ripartire, ha cercato «lo sport di forza per eccellenza nell’ambito paralimpico».

Il Covid, il garage e i video mandati a un numero sconosciuto

È la parte più divertente della storia sportiva, e comincia con un tempismo pessimo.

Il contesto. Esce dall’ospedale a febbraio-marzo 2020. Poi arriva il lockdown.

La reazione

«Io sono riuscito a comprare rapidamente tutta l’attrezzatura per allestire l’home gym in casa, perché altrimenti non avrei saputo come fare».

La ragione è sempre la stessa: «Sarei dovuto stare lì fermo ad aspettare che le cose andassero per il meglio, e questo non volevo che accadesse».

Il trasloco in garage

Un dettaglio domestico che fa sorridere: si allena in una stanzetta finché nasce il secondo figlio. A quel punto, dice, «sono stato sfrattato da quella cameretta» e si sposta in garage.

I video al numero sconosciuto

È l’episodio migliore di tutta la sezione.

Andrea cerca il numero del direttore tecnico della nazionale paralimpica. Lo trova, lo contatta, e non riceve alcuna risposta.

«Io mandavo i video sostanzialmente a un numero che non sapevo nemmeno se fosse un numero reale, o se fosse la persona giusta».

Continua a mandare video dei suoi allenamenti. Finché non arriva a 170 chili.

E a quel punto arriva la risposta:

«Buongiorno, adesso possiamo parlare».

La palestra di Caserta

La decisione di aprire una società nasce da un’osservazione precisa e generosa.

Il ragionamento

«Non volevo aiutare solo me, perché ho visto che io avrei avuto bisogno di un aiuto che non c’era».

E la constatazione che ne segue è il punto:

«Io sono riuscito a cavarmela da solo, ma magari ci sono tante persone che per qualsiasi difficoltà non riescono a sganciarsi, a trovare quella soluzione».

Il risultato. Si forma come coach, apre la palestra, inizia a seguire altre persone. Oggi la sua società è la seconda in Italia a livello paralimpico.

Cosa lo soddisfa di più

Ed è qui che si vede la differenza tra un coach e un allenatore:

«Nel contesto paralimpico tu non vedi solo il miglioramento dal punto di vista sportivo, ma vedi il miglioramento anche dal punto di vista della vita. Le persone stanno meglio anche nel quotidiano, credono di più in loro stesse, sono più autosufficienti».

Il prezzo che nessuno racconta: la famiglia

È la sezione più dolorosa della puntata, e Andrea la affronta perché ritiene che non se ne parli abbastanza.

Cosa si perde

«La famiglia è una delle cose che viene più sacrificata nella vita di ogni militare in servizio operativo. Tantissimi tempi lontani da casa, compleanni dei figli persi, primi giorni di scuola persi».

Il dato concreto che porta è brutale nella sua semplicità: il primo anno di vita del figlio è stato fuori otto mesi. Lo ha visto quattro.

L’ammissione

È il momento più onesto di tutta la conversazione:

«Tu speri di riuscire a essere un bravo operatore, un ottimo marito e un ottimo padre contemporaneamente. Non ci sono riuscito molto spesso».

Lo spettro

La descrizione della paura di fondo è precisa e non consolatoria:

«Tu speri che non arrivi mai quel momento in cui la persona che ti sta accanto ti dica: non ce la faccio più».

E il conflitto che ne deriva:

«Vivi con questo spettro che da un momento all’altro tu possa restare solo per qualcosa che ami, in cui credi, ma perdendo un’altra cosa che ami».

Perché lo racconta

La ragione è polemica, e giustamente:

«Mi fa molto arrabbiare quando si vede il militare come una figura fredda, orientata semplicemente all’obiettivo. Io credo che difendere la propria nazione sacrificando tutto questo sia un profondo gesto di altruismo».

E la sua assunzione di responsabilità: «Non so perché non venga raccontato. Io provo a raccontarlo».

Il paradosso dell’incidente

C’è un rovesciamento che Andrea offre e che non ci si aspetta:

«Da un lato l’incidente, per assurdo, mi ha dato la possibilità di ricostruire qualcosa che magari iniziava a perdere qualche pezzo».

Il tatuaggio sopravvissuto all’esplosione

È il dettaglio più incredibile della puntata, e Andrea lo racconta come una cosa «molto simpatica».

Il fatto

Aveva sul polpaccio una tartaruga maori, tatuata insieme a quella che oggi è sua moglie.

Nell’esplosione il piede è saltato. La tartaruga no.

«Il chirurgo plastico si è divertito a riattaccarla, perché era divisa in due. L’ha riattaccata e l’ha messa sotto. Quindi sotto al moncone c’è la tartaruga».

Come la legge

La lettura che ne dà è sua e la definisce «un po’ filosofica»:

«L’ho vista come la nuova base su cui riappoggiare la mia vita».

Il simbolo è talmente esatto che sembra costruito: ciò che ha fatto con la moglie è letteralmente la base su cui il corpo si appoggia adesso.

«Rifarei tutto»: l’unico rimpianto

Alla domanda se tornando indietro rifarebbe tutto, la risposta è immediata e senza condizioni: .

Il rimpianto che ha

Ed è l’opposto di quello che ci si aspetterebbe:

«Io per assurdo ho il rimpianto di non aver potuto dare di più».

Perché non ha rimpianti sul come

Il ragionamento è logicamente chiuso:

«Nella circostanza in cui ero ho sempre dato il massimo. Non c’è più del massimo».

Cosa gli manca davvero

«Mi manca la squadra. Mi manca quella fratellanza, perché nel mondo civile non l’ho ritrovata».

E la descrizione di cosa fosse:

«C’è un senso di scopo comune così grande, qualcosa che ti unisce, e tutti quanti quando si alzano la mattina hanno la stessa fame, la stessa luce negli occhi».

La scelta di andarsene

Gli era stato proposto di restare in servizio con un incarico d’ufficio. Ha rifiutato, e la ragione è una forma di autoconoscenza notevole:

«Se fossi rimasto lì a guardare la mia squadra che partiva mentre io non potevo andare, è lì che probabilmente di testa sarei crollato».

La definisce «un gesto di difesa personale».

Manchester, l’Europeo e la qualificazione a Parigi

L’esordio

È una storia che sembra scritta male da uno sceneggiatore, e invece è andata così.

Marzo 2021, Manchester, Coppa del Mondo. Andrea non aveva mai fatto una gara in vita sua.

«Il mio esordio era un esordio in tutti i sensi: era la mia prima gara, prima gara in azzurro, prima gara internazionale».

Risultato: argento con 180 chili.

Il palmarès

  • Argento in Coppa del Mondo all’esordio, 2021
  • Oro in Coppa del Mondo
  • Bronzo europeo, 2022
  • Oro europeo, 2026
  • Qualificazione a Parigi 2024

Come funziona la qualificazione olimpica

È un meccanismo spietato che vale la pena capire.

Il ranking resta aperto per tre anni e mezzo. Ogni gara può migliorare la tua posizione. All’ultima gara utile, i primi otto del mondo vanno alle Paralimpiadi.

«Non c’è una gara che tu dici: ho fatto questa gara, mi sono qualificato. No, tu fino all’ultimo sei in ballo».

Cosa è successo

Prima dell’ultima gara disponibile, giugno 2024, Andrea era nono.

Con quella gara entra sesto. Qualificato.

Perché era considerato impossibile

Il dato che rende la cosa notevole è il tempo:

«Quando io mi sono qualificato erano due anni e mezzo che facevo gare. Un lasso di tempo brevissimo. Ci sono atleti che si allenano tutta la vita per raggiungere un’Olimpiade».

Cita amici che facevano ginnastica artistica con lui da bambini e che ci sono arrivati dopo venticinque anni.

«Tutti quanti dicevano che probabilmente non sarebbe stato possibile. Io invece ci ho creduto tanto, e me lo sono guadagnato».

Ottomila persone e le bandiere italiane

È il momento più emotivo della parte sportiva, e Andrea ammette che l’ha spiazzato.

«Per uno sport come il nostro, entrare in un palazzetto e vedere ottomila persone che sono lì per vedere te… io non pensavo potesse essere possibile».

Le bandiere

«Sono entrato nell’arena e c’erano tutte le bandiere italiane che sventolavano, e la gente che urlava: siamo venuti qua per te».

E l’ammissione che segue è quella di un uomo che ha appena passato un’ora a spiegare che i militari non sono di ghiaccio:

«Lì anche la persona più di ghiaccio e fredda, qualche effetto te lo fa».

La gara

Andrea chiude ottavo, e spiega perché: ha tentato un carico per prendersi il quarto posto.

I numeri che dà sono onesti e istruttivi. Il primo della categoria ha vinto con 270 chili. Lui era su 208-212. Il quarto posto valeva 219 chili.

«C’ho provato, perché ho detto: siamo qui, siamo qui per combattere, combattiamo».

E la precisazione tecnica che spiega la scelta: nel loro sport non ha senso tentare carichi che non sono nemmeno lontanamente nelle tue corde. 219 lo era.

L’oro europeo con il pettorale strappato

È l’episodio che chiude il cerchio sul personaggio, ed è recente.

L’infortunio. Tre settimane prima dell’Europeo: strappo al pettorale di terzo grado. Un buco nel petto di quattro centimetri per due.

Cosa ha fatto

  • Una settimana di stop
  • Due settimane di allenamento
  • Gara

«Per me la priorità era non abbandonare la battaglia».

Risultato: medaglia d’oro.

La scelta ragionata

C’è però un dettaglio che smentisce l’immagine dell’incoscienza, ed è importante:

«Quello è stato il meglio che ho potuto fare senza rischiare di strapparmi ulteriormente, perché il rischio grosso era che si potesse lacerare completamente».

Le conseguenze sarebbero state operazione e un anno di stop.

La sintesi è la formula che descrive tutto il suo approccio:

«Combattiamo, ma con la testa».

Il prossimo obiettivo. Los Angeles 2028. Il ranking è già aperto, e con il petto rotto ha già una prestazione che lo colloca decimo.

Imprenditore: il master e il brevetto

La formazione

Subito dopo l’incidente, Andrea fa un master in imprenditoria e innovazione alla Bologna Business School, entrando con una borsa di studio per un progetto presentato.

La ragione che dà è interessante e distingue due cose:

«È vero che bisogna avere determinate soft skills che o ce le hai o non ce le hai. Ma le competenze sono importanti».

L’impatto con la burocrazia

È la parte in cui il mondo militare e quello civile collidono, e la descrizione è efficace.

Da un lato il ciclo a cui era abituato: «addestramento, pianificazione, azione. Si decide una cosa e si fa».

Dall’altro fornitori, regolamentazioni, enti locali, comune, provincia:

«È tutto veramente molto burocratizzato e lento. E per un pianificatore, questa è una cosa che dà fastidio».

Il brevetto

È il progetto più interessante che porta avanti: un adattatore che trasforma una panca normale in panca paralimpica.

Il problema che risolve è concreto: oggi una persona con disabilità che entra in una palestra commerciale non avrebbe modo di allenarsi.

L’argomento

Ed è il più forte della sezione, perché usa un paragone che nessuno può contestare:

«Io la vedo un po’ come le barriere architettoniche. Non possono oggi non esserci le rampe, non può non esserci il bagno per persone con disabilità».

E la conclusione:

«Altrimenti che inclusione stiamo facendo? Ne parliamo soltanto, ma poi fattivamente non si fa nulla».

Il coaching

Andrea segue powerlifting paralimpico e normodotato, e prepara ai concorsi delle forze armate.

Sulla preparazione specifica per le forze speciali dice di essere tra i pochissimi in Italia: «Ci contiamo sulle dita di una mano».

Il limite che si è dato

È una scelta etica che merita di essere riportata. Non fa preparazione tattico-operativa, e spiega perché:

«Io non voglio dare questo tipo di competenze a chiunque. Ci deve essere una selezione».

Come lavora sulla motivazione

C’è una precisazione che rovescia l’idea comune di coach motivazionale:

«Io non cerco di farti trovare la motivazione. Io ti faccio le domande che ti permettano di capire se è veramente quello che vuoi fare».

E la ragione è di sicurezza:

«Se non è quello che vuoi fare, prima non ci riuscirai. Ma semmai ci dovessi riuscire, diventeresti un pericolo per te stesso e per gli altri».

Cosa vede nei ragazzi di oggi

La risposta è equilibrata e divisa in due, e vale la pena riportarla intera perché sfugge sia all’elogio sia alla lamentela.

L’aspetto positivo

«I ragazzi di oggi sanno molto più di noi anni fa cosa vogliono dal futuro. E non hanno paura a dirlo, anche se questo può essere controtendenza».

Li definisce «un po’ più sfacciati», e lo considera un pregio:

«Scegliere qualcosa e volerlo fare anche andando controcorrente, contro tutti, la vedo una cosa bella. Alla fine la vita è la nostra».

L’aspetto critico

«Dall’altro li vedo molto più arrendevoli e molto meno capaci di gestire gli imprevisti. Per qualsiasi piccola problematica subito si spengono, si chiudono a riccio».

Perché è un problema

L’argomento che porta è difficile da confutare:

«Non esiste nessun percorso di valore dove si possa arrivare senza cadere e doversi rialzare. Qualsiasi percorso di valore che ti prospetti nella vita sarà difficile».

Il consiglio operativo

Ed è la parte più utile, perché ribalta il punto di partenza:

«È inutile che parti dal punto che speri di non sbagliare mai. Parti dal punto che sbaglierai, e utilizza quello sbaglio per imparare qualcosa di nuovo e fare meglio al tentativo successivo».

E l’osservazione su cosa fermi davvero le persone:

«Magari potrebbero superare quell’ostacolo, ma si arrendono prima di capirlo. Mi arrendo prima di provarci».

Trovare la propria strada

Il consiglio che dà più spesso è partire dalle proprie passioni, e la ragione è pratica: dentro ciò che ami trovi lo stimolo per lavorarci sopra ogni giorno.

Ma la formulazione che dà al concetto di valore è più ampia:

«Ogni persona dovrebbe vivere la propria vita pensando di lasciare il mondo un po’ meglio di come l’ha trovato».

Di chi fidarsi

Il criterio che offre contro la fuffa è concreto:

«Tu non mi stai vendendo qualcosa che non riguarda te, tu mi stai vendendo una parte della tua vita».

E il concetto che usa arriva dal mondo militare: quello dell’anziano, che non è una questione di età ma di esperienza, maturità e saggezza.

La sua conclusione:

«Siamo in un mondo in cui manca la concretezza. È tutto immagine, è tutto estetica, ma poi è effimero».

Profondamente: il libro

Il titolo

È un gioco di parole doppio, e Andrea lo spiega su due livelli:

Profonda-mente. La parte più importante del sistema è la mente. «Il corpo segue la mente».

Profondità. Il parallelismo tra le profondità del mare dove ha lavorato e la profondità dentro se stessi.

Come è nato

Nel 2022 lo contatta Roberto Stefanelli, studente dell’Università del fumetto di Bologna, con una richiesta:

«Ho visto la tua storia sui social, mi ha aiutato moltissimo a uscire da un momento di difficoltà. Mi piacerebbe raccontare la tua storia sotto forma di fumetto e presentarla alla mia tesi di laurea».

Come è diventato altro

Il ragionamento che ha fatto Andrea è semplice e generoso:

«Se questa cosa ha aiutato una persona, andandola a raccontare tutta, senza filtri, senza veli, quanto potrebbe essere d’aiuto per tante persone?»

Da lì il progetto diventa un libro scritto da lui e illustrato da Roberto.

Cosa è costato scriverlo

Andrea è parte da quando ha memoria, e non nasconde la difficoltà:

«Ci sono stati momenti in cui mi sono dovuto fermare, perché era troppo. Rivivere determinate situazioni è complesso da gestire dal punto di vista emotivo».

Ma lo definisce anche terapeutico: gli ha permesso di capire cosa aveva fatto nella sua vita e come poteva rialzarsi ancora una volta.

La tesi del libro

È il ragionamento più elegante di tutta la puntata, e riguarda il coraggio:

«Se tu davvero fossi indistruttibile, fare determinate cose che valore avrebbe? Ma se invece tu puoi essere ferito, hai delle paure, hai dei dubbi, tutto questo acquista molto più valore».

E la conclusione:

«Le tue scelte non sono più scelte supportate dal fatto che tanto andrà tutto bene. Sono scelte supportate dal fatto che, nonostante possa andare male, tu scegli comunque di fare quella cosa per un bene più grande di te».

Le due voci

Descrive un meccanismo che riconosce chiunque abbia affrontato qualcosa di difficile: due voci interne, una che dice «ce la farai» e una che dice «fermati».

E l’osservazione su come cambia il rapporto tra le due:

«All’inizio quella voce del dubbio è fortissima, quasi assordante. Però, man mano che diamo retta all’altra voce, andare oltre non diventa più un caso, ma diventa proprio il tuo modo di essere».

Il messaggio finale

«Nessuna problematica, sia dal punto di vista fisico che psicologico, può definirti come persona. Non è un piede, non è il corpo. È come ti approcci alla vita».

La frase che riguarda tutti

È forse la più importante dell’intera conversazione:

«Tutti noi silenziosamente combattiamo una battaglia. Non so che tipo di battaglia, perché ognuno combatte la propria. Ma abbiamo una cosa in comune, perché ci troviamo tutti quanti a combattere qualcosa».

Hai perso tutto: i tre step

Lo scenario proposto è duro: trentacinque anni, licenziato dal lavoro della vita e lasciato dalla moglie lo stesso giorno.

La risposta di Andrea è strutturata e applicabile.

Step 1: valutare

Il primo passaggio è una constatazione:

«Il passato non si cambia. Se è successa una cosa non si può tornare indietro nel tempo».

Ma il passo successivo non è rassegnarsi, è analizzare. Le domande che pone sono concrete: il lavoro è recuperabile? Il problema con la moglie è risolvibile? Sì o no.

E in base alle risposte si muovono gli scenari futuri.

L’accettazione

Se le risposte sono no, subentra l’accettazione. E qui Andrea usa la propria storia come prova:

«Se io mi fossi fermato al fatto che ho perso un piede, probabilmente non avrei fatto più nulla e sarei rimasto in depressione su un divano».

Step 2: valorizzare e pianificare. Andare a individuare le proprie competenze e capacità, e valorizzarle possibilmente in ciò che si ama.

Step 3: agire

Ed è il punto su cui insiste, perché è dove tutti si fermano:

«Molto spesso ci fermiamo alla parte di pianificazione, abbiamo una bella idea e rimane lì. Ma la parte di execution, effettivamente agire, fare il primo passo, è la cosa più complessa e la cosa più importante».

La formula: valutare, pianificare, agire.

Sul lutto

C’è una domanda collegata, su chi ha perso una persona cara, e la risposta è misurata:

«Si debba avere la forza, non che sia facile, assolutamente non lo è, di mantenere il ricordo dei momenti belli, interiorizzarli e utilizzarli per andare avanti».

Duecento chili sul petto: l’interruttore

La domanda è specifica: cosa accendi nella testa nel millimetro prima del cedimento?

La riflessione sulle medaglie

La risposta parte da una valutazione fatta a caldo dopo l’Europeo vinto col petto strappato:

«Le medaglie, se non ci fosse tutto quello che c’è dietro per ottenerle, sarebbero solo pezzi di ferro».

L’interruttore. «Qual è l’interruttore che ti smuove tutto quanto? È tutto quello che hai fatto fino a quel momento».

Il ragionamento sugli incroci

Ed è qui che Andrea costruisce l’argomento più solido:

«Se siamo in un determinato momento della nostra vita non possiamo parlare più del caso, perché sono troppi gli intrecci che ci hanno portato in un determinato punto. E sono tutti intrecci che per la maggior parte dipendono dalle scelte che abbiamo fatto noi».

La conclusione operativa:

«Se sono lì è perché me lo sono guadagnato. E quindi, se me lo sono guadagnato, adesso la porto a termine».

Domande a raffica

Cosa distrugge di più il corpo: l’addestramento o le Paralimpiadi?

L’addestramento, senza dubbio. E la spiegazione contiene la distinzione più utile della sezione.

L’operatore si addestra a operare in ogni condizione, e quelle condizioni non sono favorevoli: privazione del sonno, privazione dei nutrienti, fatica accumulata, non sapere mai cosa c’è dopo.

L’atleta fa l’opposto: cerca la condizione migliore per esprimere la performance.

«Uno ricerca la miglior condizione, l’altro cerca di fare la cosa migliore nella peggiore condizione».

Il dolore dell’arto fantasma

La risposta è inattesa: Andrea non lo ha mai percepito come dolore, ma come sensazione.

E l’ha trasformato in una risorsa: proprio per la nitidezza di quella percezione ha collaborato con l’Istituto Italiano di Tecnologia per testare protesi e caviglie elettroniche.

«Io mentre sto parlando con te adesso penso di muovere il piede che non ho».

L’odore dell’ospedale in Iraq. Betadine, misto all’odore ferroso del sangue.

Ti dà più fastidio chi ti compatisce o chi ti idolatra?

Né l’uno né l’altro, e la risposta dice molto:

«A me fa piacere che la gente veda in me una persona con esperienze diverse di vita, ma che comunque sia una persona. Non vedermi su un altro piano, ma vedermi insieme a loro».

Tecnica o rabbia sulla panca?

Un mix, ma con priorità alla tecnica: la panca richiede sensibilità su appoggi, traiettorie e passaggi. «Però c’è un momento in cui quel po’ di rabbia ce lo devi mettere».

Hai mai usato i pesi per non pensare a un trauma?

Sì, e lo considera legittimo:

«Ci sono momenti in cui il brutto delle giornate lo riesci a mettere sotto il bilanciere. Ben venga che sia così».

Chi perde una parte del corpo diventa migliore e più saggio?

La risposta contiene una correzione fondamentale alla domanda:

«Una persona che perde una parte del corpo e si rialza diventa automaticamente una persona migliore e più saggia».

Torneresti al 9 novembre 2019? «Rifarei tutto».

La medaglia più importante: quella militare o quella sportiva? Militare.

Il grazie più grande

È l’ultima domanda della raffica e produce la risposta più intensa dell’intera puntata. Andrea nomina tre momenti.

Primo: la sera prima

Condivideva con il medic la paura di quella specifica attività. E la frase che si sono detti è una delle più belle mai raccolte in questo podcast:

«Ho paura anch’io, ma andiamo lo stesso».

La riflessione che ne trae:

«Il fatto di vivere le stesse cose ma farlo lo stesso è qualcosa che poi aiuta non solo in quella circostanza, ma aiuta in generale».

Secondo: poco prima dell’esplosione

Andrea ricorda l’ordine esatto delle battute con un ragazzo della squadra:

«Lui mi chiede: sei felice? Io dico: sì, sono felice. E saltiamo in aria. Direttamente in quest’ordine».

Il suo commento:

«Collegare questo momento di felicità per quello che avevamo fatto, felicità condivisa, al momento probabilmente più critico di tutti… è molto particolare».

Lo definisce «l’ultimo momento di squadra».

Terzo: il medic

Il ritorno alla persona che lo ha soccorso ferita, e la riflessione che chiude:

«Pensare che qualcuno possa mettere a rischio la propria vita per salvare la tua… non è una cosa che ho scoperto in quel momento. Io già lo sapevo».

La Domanda Finale

Come in ogni puntata, la chiusura è la stessa domanda sull’istante dopo aver chiuso gli occhi per l’ultima volta.

La risposta di Andrea è netta:

«Io credo che ci sia assolutamente il nulla».

Ma la parte importante è il perché

È la sola risposta della serie in cui la conclusione viene usata come metodo di vita, non come consolazione:

«Ed è il motivo per cui vivo ogni giorno della mia vita cercando di amare, di vivere con passione, di dare tutto me stesso per costruire qualcosa».

E la conclusione:

«È importante sapere che non c’è una seconda possibilità».

Perché questa risposta chiude il cerchio

Chi crede che non ci sia nulla dopo dovrebbe, in teoria, avere meno ragioni per rischiare la vita per qualcun altro.

Andrea fa esattamente l’opposto, e il ragionamento tiene: proprio perché non c’è nient’altro, quello che si costruisce qui è l’unica cosa che conta. Ed è coerente con la bilancia di cui parla a metà puntata, dove un piede pesa meno di una vita salvata.

Cosa si porta a casa chi non ha una divisa

Sezione redazionale.

Questa puntata è nominalmente su un incursore. In realtà contiene almeno cinque strumenti che non hanno nulla di militare.

1. Le contingency

Pianificare la giornata, visualizzarla, e prepararsi mentalmente agli scenari alternativi. È il metodo che Andrea indica esplicitamente come rimedio allo stress quotidiano, e il meccanismo è semplice: ciò che è stato immaginato prima non arriva come imprevisto.

2. Separare l’identità dal ruolo

È l’operazione che gli ha permesso di ricostruirsi, ed è replicabile: chiedersi quali siano i tre o quattro tratti che il proprio ruolo esprimeva, e verificare se possano esprimersi altrove.

3. Sapere il proprio perché. «Quel perché può salvarti la vita prima, durante e dopo».

4. Partire dall’errore. Non sperare di non sbagliare, ma dare per scontato che accadrà e progettare il come si userà quell’errore.

5. L’azione batte la pianificazione. È il punto in cui, secondo Andrea, si ferma la maggior parte delle persone. Il primo passo è la parte complessa, non il piano.

Glossario

  • Incursore — Operatore delle forze speciali. Nella definizione data da Andrea: chi sa soffrire più degli altri, trova soluzioni nel buio e dà tutto per il bene altrui.
  • Medic — L’operatore sanitario integrato nella squadra, formato per intervenire in ambiente operativo.
  • Tourniquet — Dispositivo per bloccare un’emorragia grave a un arto.
  • Contingency — Studio preventivo degli scenari alternativi e delle relative risposte.
  • Ripiegamento — Fase di rientro successiva al completamento dell’operazione.
  • VFP1 — Volontario in Ferma Prefissata di un anno, il canale d’accesso base alle forze armate.
  • Para powerlifting — Disciplina paralimpica di distensione su panca per atleti con disabilità dal bacino in giù.
  • Assetto della panca — Nel para powerlifting il corpo è interamente disteso sulla panca, senza appoggio dei piedi.
  • Drive — La spinta con le gambe usata nella panca normodotati, non consentita nella variante paralimpica.
  • Ranking — Classifica internazionale, aperta per tre anni e mezzo, che determina l’accesso alle Paralimpiadi.
  • Arto fantasma — Percezione persistente di un arto amputato.
  • Protesizzazione — Percorso di adattamento e riabilitazione con la protesi.
  • Esperienze vicarie — L’apprendimento tramite l’esperienza altrui, che Andrea indica come strumento di aiuto.

Domande Frequenti

Cosa è successo esattamente il 10 novembre 2019?

Durante il ripiegamento da un’operazione conclusa con successo in Iraq, un ordigno esplosivo ha coinvolto Andrea e altri membri della squadra. Ha perso un piede ed è rimasto cosciente per tutto il tempo.

Chi lo ha soccorso?

Il medic della sua squadra, a sua volta ferito con un braccio rotto e una scheggia in un occhio. È stato il primo a applicare il tourniquet.

Ha ricevuto una medaglia per il ferimento? No, e ci tiene a precisarlo. La medaglia d’oro al merito è per l’operazione condotta, non per essere rimasto ferito.

Perché non è rimasto in servizio?

Il rientro operativo non era possibile per ragioni mediche e normative. Gli era stato proposto un incarico d’ufficio, che ha rifiutato per non dover guardare la squadra partire senza di lui.

Cos’è il para powerlifting? Distensione su panca per atleti con disabilità dal bacino in giù. Tre tentativi, carichi crescenti, vince la singola alzata più pesante.

Come si è qualificato a Parigi? All’ultima gara utile di giugno 2024, passando dal nono al sesto posto del ranking mondiale. Erano ammessi i primi otto.

Che risultato ha fatto a Parigi? Ottavo, dopo aver tentato 219 chili per il quarto posto anziché consolidare una posizione più bassa.

Cosa fa oggi?

Atleta in preparazione per Los Angeles 2028, imprenditore con una palestra a Caserta, coach di powerlifting e preparazione ai concorsi militari, autore e titolare di un brevetto.

Di cosa parla il libro?

Profondamente è la sua storia completa, dall’infanzia al post-incidente, con illustrazioni di Roberto Stefanelli. La tesi centrale è che nessuna problematica fisica o psicologica può definire una persona.

Conclusioni: la promessa mantenuta

Il filo che tiene insieme questa puntata è la promessa di forza.

Andrea la fa entrando in servizio: essere quello scudo, tornare a casa, restare quello che le persone hanno conosciuto.

Il 10 novembre 2019 sembra che quella promessa salti insieme al piede. E la difficoltà più grande che descrive non è il dolore, ma proprio quel senso di inadempienza.

Come la risolve

Non negando la perdita, ma scoprendo che aveva definito male i termini.

Se essere un incursore significa saper soffrire più degli altri, trovare soluzioni nel buio e dare tutto per gli altri, allora un piede non c’entra. E la promessa si può mantenere in una palestra di Caserta, in un brevetto per l’accessibilità, in un libro, davanti a ottomila persone a Parigi.

La cosa più utile che dice

Vale per chi ha perso un lavoro, un ruolo, una funzione, una capacità:

«Nessuna problematica, sia dal punto di vista fisico che psicologico, può definirti come persona. È come ti approcci alla vita».

E la frase che riguarda chi ascolta

«Tutti noi silenziosamente combattiamo una battaglia».

È il motivo per cui questa non è una puntata su un incursore. È una puntata su cosa si fa quando ciò che eri non c’è più.

Contatti

Andrea Quarto è incursore in congedo delle forze speciali della Marina Militare, atleta paralimpico di para powerlifting e imprenditore.

La sua società a Caserta è oggi la seconda in Italia a livello paralimpico. Offre coaching in presenza e online per powerlifting paralimpico e normodotato, e percorsi di preparazione ai concorsi delle forze armate, con specializzazione sulle selezioni per le forze speciali.

Il suo libro Profondamente, illustrato da Roberto Stefanelli, è disponibile su Amazon.

Trovi tutti i suoi riferimenti, i social e il link al libro nella descrizione dell’episodio su YouTube.

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