Episodio 23 — Marco Mardollo: Il Riflesso che Abbiamo Dimenticato di Avere

Apnea, riflesso di immersione e sicurezza: quarant’anni sott’acqua raccontati dalla Y-40 di Padova

«Io sul fondo, in genere, mi distendo sulla schiena e guardo le persone che sono sulla superficie, in alto, e penso che non ho tanta voglia di risalire».

La ventitreesima puntata di Paracadute Podcast è registrata dentro la Y-40 di Padova, la piscina con acqua termale più profonda d’Europa: quarantadue metri.

Marco Mardollo ne è stato responsabile tecnico per dieci anni. Ha iniziato a immergersi nel 1967, a dieci anni, e nel 1993 ha fondato con Umberto Pelizzari Apnea Academy, che oggi conta circa seicento istruttori in Italia.

Ma non è una puntata sui record. È una puntata su un riflesso che abbiamo tutti e che quasi nessuno sa di avere, e su un paradosso: per trovare la calma sulla terraferma bisogna prima imparare a trattenere il fiato sott’acqua.

AVVERTENZA

L’apnea comporta rischi reali, primo tra tutti la perdita di coscienza sott’acqua. Le due regole che emergono con più forza da questa puntata sono:

  • Mai da soli. Marco lo indica come il fattore di rischio più grave in assoluto.
  • Mai iperventilare prima di un’apnea. Riduce la CO2 e cancella lo stimolo respiratorio, cioè il segnale che ti avverte che devi risalire.

Questo articolo racconta una conversazione e non è un manuale di addestramento. L’apnea va appresa con un istruttore qualificato.

Chi è Marco Mardollo

Marco Mardollo è una delle figure storiche dell’apnea italiana, e il suo curriculum si legge attraverso tre elementi.

Y-40

È stato responsabile tecnico per dieci anni della Y-40 di Padova. Descrive il proprio ruolo in modo asciutto:

«Mi sono occupato di immersioni, di sicurezza e di regolamenti, per far andare sott’acqua la gente nella maniera migliore».

La struttura arriva a quarantadue metri di profondità con acqua termale tra i 32 e i 34 gradi.

Apnea Academy

Nel 1993-94 conosce Umberto Pelizzari e gli propone di fondare un’associazione dedicata esclusivamente all’apnea. Oggi conta circa seicento istruttori in Italia, ed è nata anche una Apnea Academy International con istruttori in tutto il mondo.

La formazione delle forze speciali

È un elemento che emerge a metà puntata e che dice molto sul suo profilo professionale: alla Y-40 si addestrano Vigili del Fuoco, corpi speciali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.

Marco in particolare addestra le squadre di aerosoccorritori:

«Quelle persone che in elicottero escono per salvare gli equipaggi in mare quando le motovedette non possono uscire, e fanno lezioni di apnea specifiche per riuscire a recuperare le persone sott’acqua».

1967, dieci anni, Jugoslavia: il primo tuffo

La domanda gli chiede di tornare a un momento preciso: 1967, dieci anni, nessun brevetto, nessuna legge, nessuna piscina attrezzata. Un bambino a dodici metri di profondità.

La prima parola che usa è una sola:

«Una grandissima felicità».

Il dettaglio che rende la storia vera

Non era un prodigio. Aveva difficoltà a scendere.

Si trovava in quella che allora si chiamava Jugoslavia, e scendeva con il canotto insieme a un amico del posto. Il nome dell’amico è il dettaglio che Marco racconta ridendo: si chiamava Stanco, «di nome e di fatto».

È lui a dargli i primi consigli.

Perché conta avere qualcuno accanto

La riflessione che ne trae, cinquant’anni dopo, è ancora il centro del suo metodo:

«All’inizio non sai mai cosa succede. Avere un amico che ti dà qualche consiglio ti può aiutare, intanto ti affianca, ma poi ti può consigliare in quei piccoli dettagli che possono fare una grande differenza».

L’immagine che usa per descrivere la sensazione

È la frase più citata dell’intera puntata, e spiega perché qualcuno passi la vita a fare questo:

«Andare sott’acqua, soprattutto in apnea, è come volare. Ti sposti dove vuoi, come vuoi».

Perché l’apnea è più naturale di quanto pensi

La prima cosa che Marco tiene a smontare è l’idea che serva essere un atleta eccezionale.

«Non è una cosa assolutamente da superuomini. Teniamo conto che i bambini praticano l’apnea tranquillamente e molto facilmente».

E porta un’osservazione precisa: un bambino che non sa ancora nuotare, se ha acquaticità, sta tranquillamente in apnea e «gode moltissimo del fatto di rimanere più sott’acqua che in superficie».

La critica alla scuola nuoto

È il passaggio più inatteso della sezione, e non è una battuta polemica ma un’osservazione che ripeterà anche più avanti.

«Poi, crescendo, vengono mandati a scuola nuoto, che provvede da una parte a insegnar loro le tecniche precise del nuoto, dall’altra purtroppo toglie loro la fantasia, toglie loro il piacere di stare in acqua, cosa che invece naturalmente hanno».

È una tesi interessante: l’addestramento tecnico, nel formalizzare il gesto, può sostituire un rapporto spontaneo con l’elemento.

Cosa cerca chi si avvicina all’acqua

La descrizione che dà della gravità è molto efficace:

«Hanno la possibilità di staccare dall’universo dove la gravità impera, e riescono effettivamente a svuotare il cervello».

I benefici che indica sono due, entrambi fisici prima che spirituali: la decontrazione muscolare e il saper rilassarsi.

Il rovesciamento più bello della puntata

È l’osservazione su cosa scoprono davvero le persone che iniziano per passione del mare:

«Molte persone si avvicinano all’apnea per riuscire ad andare a vedere sott’acqua quello che c’è, e poi scoprono che invece sono lì a guardare dentro se stesse».

Il risultato che descrive è concreto: migliora l’autostima, migliora il relax, e «una persona esce dall’acqua molto più ricaricata di quando era entrata».

Acquaticità: chi è davvero portato per l’apnea

Alla domanda su quale sia la caratteristica che gli fa dire «questa persona è portata», Marco dà una risposta che non ha nulla a che vedere con la prestanza fisica.

Le quattro motivazioni con cui arrivano

Prima di rispondere, mappa chi si presenta ai corsi:

  • Chi ama il mare, e a volte ha paura dell’acqua
  • Chi vuole fare gare
  • Chi cerca benessere, fisico o mentale
  • Chi ha un bisogno strumentale

L’esempio strumentale che porta è molto più concreto di quanto ci si aspetti: togliere l’ancora bloccata sotto la barca. Bastano quattro o cinque metri, osserva, e «una persona normale non ci arriva».

Chi ottiene i risultati migliori

La risposta è duplice e la prima parte è netta:

«Le persone migliori generalmente sono le donne, e le persone che hanno più affinità con l’elemento acqua».

Il criterio ha un nome tecnico: acquaticità.

La differenza che osserva

La distingue con due ritratti opposti.

Da un lato chi affronta l’acqua «letteralmente con piacere». Dall’altro chi la affronta come una prescrizione: «Vado, faccio quaranta vasche e torno, perché me l’ha detto il medico».

Il secondo gruppo, precisa, a volte scopre che c’è qualcosa dietro. Ma il primo parte avvantaggiato.

Il primo malinteso: l’apnea si fa a polmoni pieni

È una correzione tecnica che Marco fa immediatamente, e vale la pena isolarla perché riguarda un errore diffuso.

La domanda ipotizzava un test dopo aver buttato fuori tutta l’aria. La risposta è una correzione secca:

«L’apnea si fa a polmoni pieni, perché buttare fuori l’aria è come svuotare il serbatoio dell’automobile prima di fare un viaggio».

È una di quelle immagini che chiudono la questione: si parte con i polmoni completamente pieni d’aria.

Come valuta davvero una persona nuova

Il suo approccio non è un test ma un’osservazione:

  1. Far entrare in acqua con calma
  2. Provare un’apnea, oppure semplicemente dei movimenti
  3. Vedere dove sono le difficoltà

Le due difficoltà opposte

La distinzione che emerge è interessante perché mostra che non esiste un problema unico.

Alcune persone non riescono a stare ferme: l’apnea statica, in cui si resta immobili con la testa sotto senza fare nulla, le mette in difficoltà proprio perché non si muovono.

Altre invece si muovono benissimo, con o senza pinne, e traggono piacere dallo scivolare in acqua «con uno sforzo molto minore di quello che farebbero fuori dall’acqua».

La base di tutto

Su cosa si lavori davvero, Marco è inequivocabile:

«Noi lavoriamo molto sulla respirazione, perché la respirazione è la base di qualsiasi attività umana e noi ce ne dimentichiamo sempre».

E il paradosso che indica è elegante: proprio andando sott’acqua, dove la respirazione va sospesa, «la cosa importante è riuscire a sfruttare la respirazione per poterci rilassare».

La conclusione è una frase che torna in tutta la puntata: «La tranquillità è la base di tutte le attività che si possono svolgere in acqua».

L’errore che porta all’incidente: ignorare i segnali

È la parte più importante della puntata dal punto di vista della sicurezza, e Marco la costruisce come un ragionamento.

Il meccanismo

«Il problema generalmente è che le persone che sono in acqua, se hanno un obiettivo, trascurano i segnali che dà loro il proprio corpo».

L’obiettivo può essere una distanza, per esempio due vasche, o un tempo, per esempio due o tre minuti di statica. E a un certo punto il corpo manda un messaggio: ho bisogno di respirare.

Il confronto che rende tutto chiaro

È l’analogia migliore dell’intera conversazione:

«Quando io sto correndo e comincio ad avere male a un polpaccio, posso decidere di continuare a correre o di fermarmi: non è un gran problema. Ma se sott’acqua il mio corpo mi sta dicendo che vuole respirare e io continuo a non respirare, effettivamente posso finire l’ossigeno, potrei anche svenire».

La differenza non è la gravità del segnale: è che l’ambiente non perdona l’errore.

La frase che dovrebbe stare all’ingresso di ogni piscina

«Il fatto di avere un obiettivo e di perseguirlo a tutti i costi, quello è sicuramente il principio dell’incidente».

È il contrario di tutta la retorica sportiva sul superare i propri limiti, e viene da un uomo che di limiti se ne intende, avendo raggiunto i cinquantacinque metri.

Il riflesso di immersione: cosa fa il corpo quando trattieni il fiato

È il cuore scientifico della puntata, ed è anche la parte che dà il titolo all’episodio: siamo mammiferi che si sono dimenticati di avere una risposta acquatica.

Chi lo ha reso famoso

Marco corregge con onestà la premessa della domanda, che attribuiva la scoperta a Paul Bert nel 1870:

«Non so se è stato Paul Bert a scoprirlo, però diciamo che è stato riscoperto e reso molto famoso da Jacques Mayol».

Il dettaglio che aggiunge su Mayol è la chiave di tutto:

«Mayol era uno yogi, faceva yoga ad alto livello, e ha portato la sua esperienza di yogi nell’apnea ottenendo dei risultati straordinari».

E ricorda che quando Mayol iniziava a parlare dei delfini come «cugini mammiferi acquatici», la comunità scientifica rideva.

I quattro adattamenti

Marco elenca cosa accade nel corpo, e la sequenza è precisa.

1. Basta il viso in acqua. La risposta si attiva anche immergendo solamente il volto. È più forte in acqua fredda, anche se, precisa, «il nostro corpo non ha protezioni verso l’acqua fredda».

2. Bradicardia. Il cuore rallenta. E il dato che riporta è notevole: con una respirazione preparatoria specifica, anch’essa derivata dallo yoga, si può ridurre il battito cardiaco anche del 50%.

3. Blood shift. In profondità il sangue contenuto nelle estremità si sposta verso i polmoni e i capillari polmonari. La funzione è meccanica: evitare lo schiacciamento della cassa toracica.

È il fenomeno che ha permesso di superare quello che si riteneva un limite invalicabile, ed è documentato soprattutto in chi supera i cento metri, ma avviene in tutti.

4. Contrazione della milza. La milza «spreme» a ogni apnea, immettendo in circolo globuli rossi e aumentando l’autonomia disponibile.

Perché il corpo lo fa

La spiegazione che dà è la parte più illuminante, perché inquadra tutto in una logica di sopravvivenza:

«Tutte queste manovre vengono messe in atto dal corpo perché il nostro cervello non sa quanto tempo durerà questa crisi di apnea».

Il cervello, cioè, non sta gestendo un esercizio sportivo: sta gestendo un’emergenza di durata sconosciuta.

L’analogia con la dieta

Per far capire il principio, Marco usa un paragone che chiunque riconosce:

«È come quando cominciamo una dieta: il nostro corpo si autoorganizza per consumare meno, perché dice: qui non c’è mica niente da mangiare, aspetta un attimo».

Stesso principio, risorsa diversa: garantire la sopravvivenza per un periodo più lungo.

La conseguenza pratica

Ed è qui che il discorso torna alla tecnica, con un’affermazione importante:

«Gli apneisti che si allenano concordemente al riflesso di immersione, quindi senza grandi sforzi in acqua e senza preparazioni come l’iperventilazione, riescono a ottenere dei risultati strabilianti».

Lavorare con il riflesso invece che forzare il corpo ha prodotto, negli ultimi anni, risultati che nei primi anni Duemila sarebbero sembrati fantascienza.

Cuore forte o mente calma: chi è avvantaggiato

La domanda è costruita bene: due persone senza esperienza, ma una fa molta attività cardiaca e yoga. È avvantaggiata?

La risposta di Marco è un «ni», e la spiegazione è la migliore sintesi di tutta la puntata.

«Dipende sempre dallo stato mentale della persona, perché se questa persona è agitata non farà assolutamente nulla».

E il caso opposto: una persona sedentaria, «messa anche male», ma particolarmente adatta a stare in acqua, può fare molto meglio.

La spiegazione: il metabolismo basale

È qui che il discorso diventa tecnico e chiarissimo.

L’obiettivo, spiega, è ridurre il consumo basale del corpo.

«Quando una persona è spaventata o in tensione, il metabolismo è alto. È come se avessimo i giri della macchina particolarmente alti».

E il rovescio: quando si è rilassati e si scende con calma, «è come se stessimo dormendo, quindi abbiamo il minimo del consumo».

I segnali fisici della paura

Marco li elenca in modo che chiunque può riconoscerli anche fuori dall’acqua:

  • Movimenti a scatti
  • Respirazione estremamente veloce
  • Battito cardiaco che «schizza molto in alto»

Mentre nella calma «le nostre contrazioni muscolari sono veramente limitate».

La ricaduta fuori dall’acqua

È il motivo per cui molte persone restano dopo il primo corso.

«La capacità di riuscire a rilassarsi a comando o a rimanere più tranquilli è sicuramente un valore in più che queste persone si portano a casa».

E riporta ciò che gli dicono gli allievi: hanno migliorato la qualità della vita perché riescono a gestire meglio lo stress quotidiano, «quella cosa che ci fa impazzire e ci provoca un male di vivere notevole».

L’iperventilazione: la cosa più importante cambiata in quarant’anni

È la risposta più preziosa dell’intera puntata, e nasce da una domanda semplice: cosa è cambiato di più da quando hai iniziato?

Come si faceva

«L’iperventilazione, fino agli anni Duemila, era una cosa obbligatoria da fare nei corsi. Le persone respiravano in maniera feroce».

La convinzione era intuitiva: più si respira, più ossigeno il corpo assorbe.

Perché era sbagliato

La spiegazione di Marco è precisa e va letta con attenzione, perché è il meccanismo alla base della maggior parte degli incidenti gravi in apnea:

«È dimostrato che l’iperventilazione ci abbassa semplicemente il livello di CO2, e semplicemente non ci dà il campanello d’allarme per darci la voglia di respirare. E questo può portare a un blackout, quindi a uno svenimento ipossico dovuto alla mancanza di ossigeno».

Il punto centrale, e il più controintuitivo di tutta la puntata: lo stimolo a respirare non è generato dalla mancanza di ossigeno, ma dall’accumulo di anidride carbonica.

Iperventilando si abbassa la CO2. Il risultato non è più ossigeno disponibile: è l’eliminazione dell’allarme. Il corpo smette di avvertirti che devi risalire, mentre l’ossigeno continua a esaurirsi.

Si perde coscienza senza aver mai sentito il bisogno di respirare.

Perché questa puntata completa quella con Astrid Mauri

Sezione redazionale.

C’è un collegamento tra questo episodio e il precedente che vale la pena esplicitare, perché riguarda la sicurezza e non è evidente a chi ascolta le due puntate separatamente.

Nell’episodio 22, Astrid Mauri descrive la respirazione del metodo Wim Hof: trenta o quaranta respiri molto profondi che abbassano drasticamente la CO2 e alzano temporaneamente il pH del sangue.

È tecnicamente una forma di iperventilazione controllata.

Il protocollo corretto prevede che venga eseguita a terra, e solo dopo si entri in acqua. In quel contesto è una pratica con una sua logica, ed è oggetto di studi.

Marco, in questa puntata, spiega esattamente perché quella sequenza non è negoziabile: se la stessa riduzione di CO2 avviene prima o durante un’apnea, cancella lo stimolo respiratorio. La persona non sente il bisogno di risalire e perde coscienza sott’acqua.

Sono due ospiti che non si sono mai parlati, su due temi diversi, in due puntate consecutive. Ma messi insieme forniscono l’informazione completa:

  • Astrid descrive la tecnica e il protocollo, senza però mai esplicitare il divieto.
  • Marco spiega il meccanismo fisiologico che rende quel divieto vitale.

La regola operativa che ne deriva è una sola, e vale per chiunque pratichi l’una o l’altra disciplina: mai iperventilare in acqua, mai iperventilare prima di un’apnea.

Le discipline dell’apnea, spiegate una per una

Marco elenca l’intera famiglia delle discipline, ed è una mappa utile per chi non conosce il settore.

Apnea statica

È il punto di partenza. Si pratica in superficie, basta una maschera o anche niente, e consiste semplicemente nel restare un certo periodo senza respirare.

Apnea dinamica. Si percorre una distanza sott’acqua, in orizzontale, a uno o due metri di profondità. Si può praticare con le pinne o a rana.

Free immersion

Discesa e risalita a braccia, lungo un cavo. Nelle gare non si usano le pinne; alla Y-40, per motivi di sicurezza, si indossano ma ci si sposta solo con le braccia.

Assetto costante

«Per assetto si intende il peso, che non deve variare». Si scende senza zavorra e si risale a forza di pinne, vicino a un cavo ma senza usarlo.

Il cavo, precisa Marco, è un backup di sicurezza: in caso di problemi lo si afferra per risalire o fermarsi.

Assetto variabile

Si scende con un peso che si abbandona sul fondo, tipicamente una slitta zavorrata. La discesa avviene in completa immobilità, pensando solo a compensare, e la risalita senza alcun peso.

È riservata agli esperti, ed è quella che Marco definisce «molto piacevole e molto divertente».

Monopinna

Le due gambe vanno insieme e ci si muove a delfino. L’analogia che usa è perfetta:

«È un po’ come la differenza tra lo sci e lo snowboard».

Dà ottimi risultati, ma richiede molta pratica prima di poter esprimere il proprio livello.

Rana subacquea. Praticabile in orizzontale e in verticale, ma tecnicamente impegnativa: richiede di saper nuotare bene a rana.

Le combinazioni

Marco cita anche la dinamica profonda, per esempio a dieci metri, e soprattutto il lavoro sulle tecniche di compensazione, che «una volta non si conoscevano» e che dagli anni Duemila sono diventate parte fondamentale dell’insegnamento.

La caduta libera: perché è la più divertente

È il fenomeno fisico che rende l’apnea profonda diversa da qualunque altra cosa, e la spiegazione di Marco è molto chiara.

Il meccanismo

Scendendo, la pressione aumenta e schiaccia sia l’aria nei polmoni sia la muta. Il risultato è una perdita progressiva di galleggiamento.

«Nei primi quindici, venti metri pinneggiamo. Dopodiché smettiamo di pinneggiare, ma siamo diventati negativi e cadiamo sul fondo».

Perché è piacevole

La descrizione è quasi meditativa:

«Non devi fare assolutamente niente e ti lasci semplicemente cadere sul fondo. Sei in completa immobilità, in completa decontrazione muscolare, pensi semplicemente a compensare le orecchie e basta».

Il vantaggio pratico

Non è solo estetico. La caduta libera fa arrivare sul fondo «con una notevole riserva di energia».

Il confronto che fa è concreto: se devi pinneggiare fino a quaranta metri, quando arrivi «è meglio che cominci a risalire subito». Se invece scendi aiutato dal peso, puoi restare sul fondo anche un minuto o un minuto e mezzo.

Cosa fa sul fondo

È la risposta più bella della puntata, e vale la pena rileggerla:

«Io sul fondo, in genere, mi distendo sulla schiena e guardo le persone che sono sulla superficie, in alto, e penso che non ho tanta voglia di risalire. Ma che comunque mi toccherà risalire prima o poi».

Il suo record personale, raggiunto qualche anno fa nel Mar Rosso, è di cinquantacinque metri.

Apnea o bombole: cosa è più pericoloso

La risposta di Marco parte da una premessa che vale per entrambe:

«Qualsiasi attività in acqua potenzialmente ha dei rischi. Ma dipende sempre dall’intelligenza delle persone».

La differenza tra le due discipline

Prima ancora della sicurezza, Marco individua una differenza di natura.

Le bombole le definisce «una pratica adatta a tutti»: si tratta di capire come funziona l’attrezzatura, quali norme rispettare e soprattutto cosa non fare.

L’apnea è un’altra cosa:

«Nell’apnea ci sono degli strumenti, ma è il nostro corpo che dobbiamo gestire nello spazio. E non è così immediato».

La differenza nei margini

Sul piano del rischio, la distinzione che fa è sui tempi di intervento:

«Se dovesse esserci un incidente in apnea, abbiamo pochi secondi per aiutare una persona».

Il vero fattore di rischio

Ed è qui che arriva l’affermazione più importante della sezione, ripetuta in tutta la puntata:

«Molte volte gli incidenti che si leggono sul giornale, dove si legge malore, sono subacquei o apneisti che vanno da soli. Il problema di essere da soli è la parte fondamentalmente più pericolosa in assoluto».

E l’analogia che usa toglie ogni specificità al mare:

«Anche andare in un deserto, se sei da solo e ti rompi una caviglia, è un bel problema. È la stessa cosa».

Alla Y-40, aggiunge, non ricorda incidenti particolarmente gravi.

Il compagno: la regola del livello più basso

È una delle regole più concrete della puntata e nasce da una domanda molto pratica: chi mi aiuta deve essere più bravo di me?

La risposta è netta: deve avere almeno le tue capacità.

La regola operativa

Da qui Marco ricava il principio che governa ogni uscita in coppia:

«Le persone vanno insieme alla capacità della persona di livello più basso. Se tu vai a dieci metri e il tuo amico va a trenta, si va a dieci metri, perché tu puoi salvare lui a dieci metri e lui può salvare te».

La logica è simmetrica: la sicurezza esiste solo se il soccorso è reciproco. Un compagno che può salvarti ma che tu non puoi raggiungere non è un compagno di sicurezza.

I lanyard

Esiste un’alternativa tecnica per le grandi profondità: i lanyard, cavetti di sicurezza che collegano l’apneista al cavo, permettendo di recuperarlo dalla superficie.

Ma Marco non li presenta come una scorciatoia: «Ci vuole del tempo, ci vuole esperienza, bisogna saper recuperare le persone».

E aggiunge l’elemento umano che spesso viene dimenticato nei protocolli:

«Quando dovesse esserci un episodio di questo tipo, le persone vanno in panico. Bisogna avere un po’ di sangue freddo».

Alla Y-40 si tengono corsi safety dedicati proprio a questo, e Marco dice che hanno grande successo perché se ne sente la mancanza.

Blackout in gara: perché secondo Marco non è normale

È la parte in cui Marco prende una posizione critica verso il proprio ambiente, e vale la pena riportarla per intero.

Cosa succede tecnicamente

La domanda parte da un’immagine vista nei video di gara: un atleta che si blocca in risalita e un altro che gli mette una mano sotto il mento.

La spiegazione è precisa:

«Sono dei blackout che avvengono per diminuzione della pressione parziale di ossigeno. Le persone hanno consumato troppo ossigeno, e quando la pressione dell’acqua diminuisce, perché ti avvicini alla superficie, non è più sufficiente per mantenere la coscienza».

È un dettaglio fisiologico importante: il blackout avviene tipicamente in risalita, proprio quando sembra che il pericolo sia passato.

Perché la mano sotto il mento

La funzione è una sola: bloccare le vie aeree per impedire che la persona inspiri acqua.

La ragione è che una persona portata in superficie e rianimata si riprende senza problemi. Ma «se ha acqua nei polmoni è molto più difficile da trattare».

La critica

È qui che Marco esce dal ruolo di tecnico:

«Nelle gare viene considerato purtroppo normale che le persone svengano».

E il giudizio è senza appello: «È una cosa assolutamente negativa per conto mio. Non va assolutamente bene».

L’argomento che porta è di principio, e riguarda lo sport in generale:

«Uno dei fondamenti dell’attività sportiva dovrebbe essere l’integrità della persona che fa sport. E le persone svengono perché manca ossigeno al cervello, e non fa bene».

Come si comporta la Y-40

La conseguenza pratica è una politica che vale la pena conoscere, perché è l’opposto della tolleranza:

«Chi ha un incidente viene severamente punito con il divieto di accesso nella struttura per qualche periodo, dopo aver comunque fatto degli esami medici».

Un blackout, cioè, non viene trattato come sfortuna: viene trattato come una violazione.

Sulla domanda dei danni cerebrali

Alla domanda da avvocato del diavolo sui possibili danni neurologici dell’ipossia volontaria ripetuta, Marco risponde con una prudenza che merita di essere segnalata:

«Non ho idea di quale sia il danno che può essere fatto, perché non sono un medico. Ma sicuramente non è una buona cosa che una persona svenga, e magari ripetutamente».

Nota redazionale: Marco non rivendica competenze che non ha, ed è un atteggiamento che ricorre in tutta l’intervista. Sulla stessa linea, alla domanda sulla ricerca in medicina iperbarica risponderà semplicemente che bisogna chiedere a uno specialista.

La compensazione: lo scalino che ferma il 40% delle persone

La domanda nasce da un’esperienza diretta dell’intervistatore: un tentativo in Thailandia finito a due metri, per dolore alle orecchie e paura.

Il dato

«La compensazione è facile per il 60% delle persone. C’è un 40% di persone che ha dei problemi meccanici di compensazione».

La buona notizia è che nella maggior parte dei casi si tratta di un problema tecnico: «Basta individuare qual è la tecnica che non è corretta e correggerla».

I due problemi, separati

Marco distingue con precisione due cause che spesso vengono confuse.

Il problema tecnico. Una manovra eseguita male, risolvibile con l’istruzione corretta.

L’ansia. E qui la sua lettura è molto rispettosa:

«Il nostro cervello ci mette in guardia da un’esperienza che potrebbe rivelarsi pericolosa. Giustamente».

La paura non viene trattata come un difetto da vincere, ma come un segnale sensato che si disinnesca con l’esperienza: «Quando riesci a capire che puoi scendere facilmente, allora il tuo cervello si calma».

L’analogia con l’arrampicata

«Chi fa roccia non comincia subito ad andare su pareti a strapiombo alte duecento metri. Ci va dopo aver fatto esperienza. Andare sott’acqua non è così diverso».

La nascita di Apnea Academy con Umberto Pelizzari

L’origine del progetto è molto meno epica di quanto ci si aspetti, e proprio per questo è interessante.

La noia dell’insegnamento standard

Marco insegnava in una scuola subacquea di Padova, la Metamauco. E si era accorto di una cosa:

«Insegnavo sempre le stesse cose, perché insegnando bombole hai determinate cose da spiegare agli allievi. E per quanto divertente, era sempre la stessa identica cosa».

Mentre in vacanza, facendo apnea, si divertiva molto di più. E soprattutto: «Non c’era nessuno che approfondisse realmente questo tipo di cose».

L’incontro

Conosce Umberto Pelizzari nel 1993-94. Si vedono un paio di volte in acqua, all’Elba e a Padova, e Marco gli propone di fondare un’associazione dedicata solo all’apnea.

Il risultato

«Abbiamo subito riscontrato un notevole successo». Oggi Apnea Academy conta circa seicento istruttori in Italia, non tutti attivi, ed è nata anche una struttura internazionale.

La riflessione con cui chiude misura la distanza percorsa:

«Abbiamo cominciato una cosa che una volta non esisteva, fare solamente apnea. E invece adesso in tutto il mondo ci sono anche i campionati del mondo di apnea».

Il Giro d’Italia di apnea

Cita anche una formula interessante: una gara per club che si svolge nell’arco di una settimana, in cui ogni squadra si organizza nella propria piscina, i risultati vengono registrati e la classifica è unica a livello nazionale.

Vi partecipano anche duemila persone.

I corsi alla Y-40 e il primo brevetto

Cosa cambia rispetto a una piscina normale

La differenza che Marco segnala è di disponibilità:

«A differenza delle piscine normali, dove lo spazio per i subacquei era riservato solo la sera, qui facciamo subacquea dalla mattina alla sera. E in realtà anche di notte».

La struttura

Si può scegliere tra corso collettivo settimanale e corso privato con calendario personalizzato.

La formula compressa è quella più interessante: sei lezioni in tre o quattro giorni, con una o due lezioni al giorno. Il che lascia tempo, osserva, per visitare il Parco dei Colli Euganei.

Il primo brevetto: i numeri

Alla domanda su cosa possa aspirare chi parte da zero, Marco dà tre parametri concreti:

  • 25 metri in apnea dinamica, a bassa profondità
  • 10 metri in assetto costante, pinneggiando
  • 1 minuto e mezzo di apnea statica

Il suo commento è incoraggiante: «Sono dei traguardi assolutamente facili». L’unica variabile è la compensazione.

Il paradosso dei nuotatori

C’è un’osservazione che smentisce l’intuizione comune:

«Ci sono bravissimi nuotatori che hanno difficoltà e che devono perdere ore e ore a fare prove di compensazione. E ci sono persone che a malapena riescono a fare venticinque metri a nuoto, che invece scendono sott’acqua senza neanche mettere le mani nel naso».

Perché serve un istruttore

La motivazione che dà non è solo la sicurezza:

«Ti evita di esporti a rischi e di prendere delle abitudini sbagliate, perché molte manovre in acqua sono anche controintuitive, quindi rischi di prendere dei brutti vizi».

E conferma che partire da zero è più facile che correggere: «Se uno ha un foglio bianco è molto più facile».

«La Disneyland dell’apnea»: la critica dei puristi

È la domanda scomoda della puntata: la Y-40 è un ambiente perfettamente controllato, acqua a 32-34 gradi, visibilità infinita, cavi di sicurezza. Un purista direbbe che il vero oceano è freddo, buio e imprevedibile.

La risposta comincia con una concessione

È il modo migliore di rispondere a una critica, e Marco lo fa subito:

«È vero, è assolutamente vero».

E lo ripete anche più avanti: «Sicuramente questo è un ambiente anche troppo controllato».

L’argomento

Il punto che porta è che il valore sta proprio nel controllo, e riguarda la densità di ripetizioni.

Il confronto che fa è molto concreto:

«Quando tu vai in mare e l’acqua è fredda, l’allievo è ghiacciato, ha paura, fa fatica a fare quattro capovolte, e dopo un’ora scappa fuori. Qua invece le stesse cose le puoi provare e riprovare».

La sua stima è netta: un’ora di tuffi alla Y-40 equivale a molte sessioni in acqua libera, dove «fai un tuffo ogni tanto».

Non è un’alternativa, è uno step

La conclusione è equilibrata e vale la pena riportarla, perché non liquida l’obiezione:

«Poi bisogna saper andare in mare, e noi portiamo gli allievi sia in mare che in lago. Ci vuole una cosa e ci vuole l’altra. Sono due livelli diversi».

La Y-40, nella sua lettura, è uno step intermedio che prima non esisteva: quando poi si va al mare, con acqua più fredda e più scura, capovolta e compensazione sono già acquisite.

L’argomento che chiude la questione

È anche il più difficile da controbattere:

«Qui vengono molte forze speciali ad addestrarsi, proprio perché l’ambiente è controllato, perché possono ripetere i gesti e le tecniche più volte».

Ricerca scientifica: il primo prelievo arterioso a 40 metri

Alla domanda su cosa si stia scoprendo in medicina iperbarica, Marco risponde con una premessa che vale la pena notare:

«A questa domanda non so risponderti, perché non sono un medico».

È la seconda volta nella puntata che declina una domanda fuori dalla propria competenza, ed è un tratto costante del personaggio.

Cosa può raccontare

Sul piano di ciò che conosce direttamente, però, ha molto da dire. La Y-40 collabora stabilmente con università per esperimenti sott’acqua.

Il risultato più notevole che cita è questo:

«Qui è stato fatto il primo prelievo arterioso sott’acqua al mondo, in apnea, a quaranta metri».

Lo studio è stato condotto dal professor Bosco e dal master in medicina subacquea e iperbarica dell’Università di Padova.

Le campagne di prelievi sono proseguite anche in mare, alle Tremiti e a Castellammare di Stabia, per studiare la variazione dei gas all’interno del corpo umano.

Quanto è cambiato in quarant’anni

La valutazione complessiva che dà è molto positiva, e riguarda entrambe le discipline:

«I manuali subacquei sono stati riscritti più volte, sia di apnea che di subacquea, grazie alle scoperte che ci sono state. Andare sott’acqua adesso è davvero molto più sicuro che qualche anno fa».

Per le bombole, il cambiamento principale che segnala riguarda le tabelle di decompressione, oggi integrate nei computer subacquei, che indicano tempi di permanenza e di risalita in sicurezza.

Apnea o bombole: dove si va più profondi

La risposta è tecnicamente interessante.

Con le bombole il limite della subacquea ricreativa è sui quarantadue metri, e i vincoli sono due: l’assorbimento di azoto da smaltire in risalita, e soprattutto la narcosi da profondità, che compromette la lucidità.

In apnea, dice, non ci sono limiti di profondità predefiniti, ma crescono i problemi di autonomia di ossigeno e possono comparire narcosi e altri fenomeni.

La conclusione è che si scende più in profondità in apnea, ma solo a livello agonistico avanzato. E su questo aggiunge un giudizio che è coerente con tutto il resto:

«Sappiamo bene che l’agonismo molto spinto non è mai una buona scelta, perché le persone che fanno agonismo ad alto livello vanno su un livello di rischio più elevato».

Doping nell’apnea: cosa dice Marco

È una domanda che l’intervistatore stesso definisce nata da una curiosità, e la risposta è più diretta di quanto ci si aspetterebbe.

«Può darsi che vengano usati. Penso che sia normale che vengano usati, come del resto negli altri sport».

Il problema strutturale

Il punto che segnala non è morale ma organizzativo:

«Purtroppo, quando si fanno delle gare, per motivi di budget non vengono fatti i controlli antidoping. E questo può essere effettivamente un problema, perché se c’è la possibilità di barare, le persone barano».

Cosa si userebbe

Alla domanda su cosa possa dare un vantaggio, Marco ipotizza due categorie, precisando più volte che non è il suo campo.

Beta bloccanti, per abbassare il battito cardiaco.

Sostanze che aumentano il trasporto di ossigeno, e qui usa l’analogia che ricorre in tutta la puntata:

«Più ossigeno hai, più autonomia hai. È come aumentare il serbatoio dell’automobile».

Nota redazionale: Marco non muove accuse a nessuno e ripete che non ha competenze specifiche in materia. Il passaggio va letto come una riflessione generale sulla mancanza di controlli, non come una denuncia.

Il Test Mardollo

Porta il suo cognome ed è utilizzato da molti istruttori. La sua descrizione è molto sobria: «È una cosa molto semplice».

L’origine

Nasce da un’esigenza pratica: capire quali fossero i test per stabilire la preparazione di una persona. Marco lo ha ideato basandosi sul test di Cooper, il classico test dei dodici minuti di corsa.

Come funziona

  1. Piscina da 25 metri, con le pinne
  2. Durata: 12 minuti
  3. Una vasca si percorre sott’acqua in apnea
  4. La vasca di ritorno si percorre respirando, sul dorso o con il boccaglio
  5. Si fanno più vasche possibili senza fermarsi mai

Il numero di vasche completate indica il livello di allenamento.

A cosa serve davvero

Qui Marco è molto onesto sui limiti dello strumento:

«È difficile paragonare una persona con un’altra con questo test».

Il suo valore è nel confronto con se stessi nel tempo, ripetendolo ogni tre o quattro settimane. Quaranta vasche o sessanta vasche sono due condizioni diverse.

L’uso che non ti aspetti

C’è una seconda applicazione che Marco segnala e che è molto pratica: testare l’attrezzatura.

Eseguendo lo stesso test nello stesso periodo con due paia di pinne diverse, si ottiene un confronto oggettivo sull’efficienza della pinneggiata.

Come si conduce

Serve una persona a bordo vasca che misuri i tempi della parte in apnea e di quella in respirazione, e che registri la distanza complessiva.

E l’avvertenza finale è che si tratta di un test a esaurimento: «Dovresti arrivare alla fine che sei spompato completamente».

Adattamento: cosa sa fare il corpo umano

La domanda parte da un documentario sui cosiddetti «mutanti del mare», e la risposta di Marco allarga il discorso in modo molto interessante.

Le mutazioni genetiche. Conferma che sono possibili: «Ci sono delle mutazioni genetiche che permettono degli scostamenti dalla norma molto molto forti».

Le pescatrici Ama

L’esempio che conosce meglio, però, non riguarda la genetica ma l’allenamento.

Sono le pescatrici Ama giapponesi, che Marco descrive così: donne anche anziane che fanno sei o sette ore al giorno di pesca in apnea, in acqua a dieci o dodici gradi, e che fino a qualche anno fa non usavano nemmeno le mute.

La lezione sull’adattamento

È qui che arriva il passaggio più sorprendente della puntata, e riguarda tutti, non solo le eccezioni.

«Già il fatto di andare in acqua: entro mezz’ora, una persona comincia facendo trenta secondi, dopo un po’ fa un minuto e mezzo, due minuti. E questo, nel giro di mezz’ora, non è un allenamento: è un adattamento».

La distinzione è sottile e importante. L’allenamento richiede settimane. L’adattamento avviene in tempo reale, perché il corpo sta ricalibrando le proprie risposte mentre lo usi.

L’analogia con la palestra

Per far capire cosa accade su tempi lunghi, Marco usa un esempio che chiunque ha sotto gli occhi:

«Quando una persona comincia a frequentare una palestra, in panca alza venti chili. Ma se ci sta dieci anni, le alzerà centoventi».

E la sua conclusione è che questo non dovrebbe stupirci:

«È il corpo umano che ha delle possibilità letteralmente incredibili».

Domande a raffica

Tolleranza alla CO2 o capacità polmonare?

La risposta è la sintesi di tutta la puntata:

«Se non c’è dietro il cervello, nessuna delle due. Ci deve essere dietro una persona calma e tranquilla. Quella è la base».

E il corollario: «Avere più polmoni, ma essere agitati, non fai nulla lo stesso».

Il mare ha un odore diverso prima o dopo un’immersione profonda? «Dopo, perché esci più soddisfatto».

Meglio un allievo pauroso che ascolta o uno spavaldo fisicamente perfetto?

La risposta è immediata: il primo.

«Uno pauroso imparerà a conoscersi. Quello spavaldo, cerchiamo che non si faccia male».

Computer da polso: salvavita o distrazione?

«Dipende dall’intelligenza di chi li adopera».

E qui Marco racconta l’episodio che lo ha fatto arrabbiare di più: una persona che, dopo ogni discesa, usciva dall’acqua, andava a prendere il cellulare e fotografava il proprio orologio per documentare la profondità raggiunta. Quattro o cinque volte nella stessa sessione, per un metro in più ogni volta.

Il commento è secco: «L’avrei preso a calci».

È il comportamento che riassume tutto ciò contro cui Marco mette in guardia: l’obiettivo numerico che sostituisce l’ascolto del corpo.

Tra uomini e donne, chi si arrende più facilmente all’acqua? «Gli uomini tendono a forzare molto e in genere sono più stupidi. Le donne se la cavano molto meglio».

Cosa pensi durante la prima forte contrazione diaframmatica?

Marco premette di non avere questa difficoltà: tollera bene le contrazioni e in profondità non ne ha.

Ma spiega cosa sono, ed è utile: «Sono una specie di singhiozzo che viene quando il livello di CO2 nel sangue diventa un po’ troppo elevato».

Quando si trova in difficoltà, il pensiero è semplice: «Io ce la faccio».

Fare yoga a secco ti rende automaticamente un buon apneista? Falso. «Di automatico non c’è proprio nulla». Aiuta ad affrontare certe tematiche mentali, ma non è una garanzia.

A che età si dovrebbe insegnare ai bambini a trattenere il fiato?

Dopo i dodici anni, con una precisazione molto bella:

«I bambini, se fanno apnea divertendosi, va benissimo, perché si autoregolano. Sono dei piccoli animali che sanno cosa devono fare. Ma forzarli a fare apnea, per conto mio, è assolutamente sbagliato».

Hai mai pianto sott’acqua? «No».

La Domanda Finale

Come in ogni puntata, la chiusura è affidata alla stessa domanda: cosa c’è nell’istante dopo aver chiuso gli occhi per l’ultima volta?

La risposta di Marco è la più breve mai raccolta in questa serie. Una parola.

«Tranquillità».

C’è una coerenza quasi perfetta tra questa risposta e tutto ciò che l’ha preceduta.

Marco ha passato un’ora a spiegare che la tranquillità è la base di ogni attività in acqua, che il metabolismo si abbassa solo quando si è calmi, che una persona agitata non farà nulla di buono per quanto sia allenata, e che l’incidente comincia quando si insegue un obiettivo invece di ascoltare il corpo.

Alla domanda sulla morte risponde con la stessa parola con cui ha descritto la condizione ideale per immergersi.

Le regole di sicurezza che emergono

Sintesi redazionale di quanto detto nella puntata.

1. Mai da soli. È la regola più ripetuta e la più importante. Gli incidenti che finiscono sui giornali come «malore» riguardano quasi sempre persone che erano sole.

2. Mai iperventilare

Abbassa la CO2 ed elimina lo stimolo respiratorio. Si perde coscienza senza aver mai sentito il bisogno di respirare. È ciò che fino agli anni Duemila veniva insegnato come obbligatorio.

3. Polmoni pieni. L’apnea si fa con i polmoni completamente pieni d’aria. Espirare prima è come partire per un viaggio con il serbatoio vuoto.

4. Ascoltare i segnali. Quando il corpo chiede di respirare, va ascoltato. L’obiettivo perseguito a tutti i costi è «il principio dell’incidente».

5. Il compagno deve avere almeno le tue capacità. E si scende sempre al livello del più basso dei due, perché il soccorso deve poter essere reciproco.

6. Il blackout non è normale. Anche dove viene tollerato in ambito agonistico, per Marco resta una violazione dell’integrità della persona. Alla Y-40 comporta la sospensione dell’accesso.

7. Imparare con un istruttore. Non solo per la sicurezza, ma perché molte manovre in acqua sono controintuitive e da soli si acquisiscono abitudini sbagliate difficili da correggere.

Glossario

  • Apnea statica — Restare immobili senza respirare, tipicamente in superficie.
  • Apnea dinamica — Percorrere una distanza orizzontale sott’acqua.
  • Free immersion — Discesa e risalita a braccia lungo un cavo.
  • Assetto costante — Discesa e risalita senza variazione di peso, a forza di pinne.
  • Assetto variabile — Discesa con zavorra abbandonata sul fondo.
  • Caduta libera — La fase in cui, persa la spinta di galleggiamento, si scende senza pinneggiare.
  • Monopinna — Pinna unica per entrambe le gambe, movimento a delfino.
  • Riflesso di immersione — Insieme di adattamenti automatici che si attivano immergendo il viso in acqua.
  • Bradicardia — Rallentamento del battito cardiaco, fino al 50% secondo quanto riportato.
  • Blood shift — Spostamento del sangue verso i capillari polmonari in profondità.
  • Blackout — Perdita di coscienza per carenza di ossigeno, tipicamente in risalita.
  • Iperventilazione — Respirazione rapida e profonda che riduce la CO2. Sconsigliata prima dell’apnea.
  • Contrazioni diaframmatiche — Spasmi simili al singhiozzo, segnale di CO2 elevata.
  • Compensazione — Manovra per equalizzare la pressione nell’orecchio medio.
  • Acquaticità — Affinità naturale con l’elemento acqua.
  • Lanyard — Cavetto di sicurezza che collega l’apneista al cavo guida.
  • Safety — Assistente che accompagna l’apneista nella fase critica della risalita.
  • Narcosi da profondità — Alterazione della lucidità legata alla profondità.

Domande Frequenti

Devo essere un atleta per fare apnea?

No. Marco è esplicito: non è un’attività da superuomini, e i bambini la praticano naturalmente. Conta molto più l’acquaticità e la calma della preparazione atletica.

Si fa a polmoni pieni o vuoti? Pieni. Sempre.

Posso allenarmi da solo in piscina? No. È il punto su cui Marco è più categorico: la solitudine è il fattore di rischio più grave in assoluto.

L’iperventilazione aiuta ad andare più a lungo? No, ed è pericolosa. Non aumenta l’ossigeno disponibile: elimina il segnale che ti avverte di risalire.

Cosa serve per il primo brevetto? Venticinque metri in dinamica, dieci metri in assetto costante e un minuto e mezzo di statica. Marco li definisce traguardi facili.

Quanto dura un corso? Alla Y-40, sei lezioni in tre o quattro giorni.

Non riesco a compensare, devo rinunciare? Probabilmente no. Il 60% delle persone compensa facilmente, e nel restante 40% si tratta spesso di un problema tecnico correggibile.

Bravo nuotatore uguale bravo apneista? No, e a volte è il contrario. Marco cita nuotatori eccellenti bloccati dalla compensazione e persone che nuotano a fatica ma scendono senza problemi.

La piscina sostituisce il mare?

No. Marco lo dice chiaramente: «Ci vuole una cosa e ci vuole l’altra». La piscina è uno step intermedio dove ripetere le tecniche molte volte.

Serve un compagno più bravo di me? Deve avere almeno le tue capacità. E si scende al livello del meno esperto dei due.

Conclusioni: la tranquillità come tecnica

Se c’è una parola che attraversa questa puntata dall’inizio alla fine, è tranquillità. Compare come base di ogni attività in acqua, come condizione per abbassare il metabolismo, come differenza tra chi ottiene risultati e chi no, e infine come risposta all’ultima domanda sulla morte.

Cosa si porta a casa chi non farà mai apnea

Il riflesso di immersione è l’informazione più sorprendente: basta immergere il viso in acqua perché il cuore rallenti, il sangue si ridistribuisca e la milza rilasci globuli rossi. È un meccanismo che abbiamo tutti e che quasi nessuno sa di avere.

E c’è l’osservazione sul metabolismo, che vale ovunque: la paura consuma. Movimenti a scatti, respiro veloce, battito alto significano bruciare risorse. La calma non è solo uno stato d’animo, è efficienza energetica.

Cosa si porta a casa chi la pratica già

Due regole, entrambe controintuitive rispetto alla cultura della prestazione.

Non iperventilare. Per decenni è stato insegnato il contrario, e chi ha imparato prima del 2000 potrebbe ancora farlo.

Non avere obiettivi in acqua. «Il fatto di avere un obiettivo e di perseguirlo a tutti i costi, quello è sicuramente il principio dell’incidente».

Il ritratto che ne esce

Marco Mardollo è una figura poco comune in un mondo che vive di record. Ha fondato l’accademia italiana di apnea, ha raggiunto i cinquantacinque metri, addestra le forze speciali, e passa l’intera intervista a spiegare perché non bisogna spingere.

Critica l’agonismo estremo, considera inaccettabile che nelle gare si dia per normale svenire, dice che gli uomini si fanno male perché forzano, e definisce «cretino» chi documenta ogni metro guadagnato.

Su due domande fuori dalla sua competenza risponde semplicemente che non è un medico.

È probabilmente il motivo per cui, dopo quarant’anni, è ancora qui a raccontarlo.

Contatti

Marco Mardollo è istruttore di apnea, cofondatore di Apnea Academy insieme a Umberto Pelizzari, ed è stato responsabile tecnico della Y-40 Deep Joy di Padova per dieci anni.

La Y-40 organizza corsi di apnea e subacquea per tutti i livelli, dai principianti assoluti ai percorsi di perfezionamento, oltre a corsi safety dedicati alla sicurezza nelle immersioni profonde.

Trovi tutti i riferimenti della struttura e delle esperienze disponibili nella descrizione dell’episodio su YouTube.

Hashtag

#ParacadutePodcast #MarcoMardollo #Apnea #Y40 #Freediving #ApneaAcademy #UmbertoPelizzari #RiflessoDiImmersione #Subacquea #Padova #Sicurezza #Compensazione #Breathhold #Blackout #DivingReflex

Ascolta su Tutte le Piattaforme

Torna in alto