Dalla radioterapia al mollare tutto: cosa insegna vedere ogni giorno chi ha aspettato la pensione per iniziare a vivere
Ogni mattina, alla stessa ora, arrivava Giovanni. Lo stendevi sul lettino, cercavi i tatuaggi, premevi un pulsante.
Poi un giorno Giovanni non è arrivato più. E nessuno ti dice niente: semplicemente non è più sulla lista.
Francesco Capaccioni, in arte Kappa, ha lavorato anni come tecnico in radioterapia. E i pazienti anziani gli dicevano tutti la stessa frase:
«Ho aspettato tutta la vita per andare in pensione. Volevo girare il mondo con mio marito. E invece eccomi qua».
A ventinove anni ha lasciato il posto fisso. La trentesima puntata di Paracadute Podcast è il racconto di quella decisione, con tutto quello che sui social non si vede.
Nota redazionale. L’articolo riporta il contenuto della conversazione. I casi clinici richiamati sono ricordi professionali dell’ospite e mantengono l’anonimato che ha rispettato in trasmissione. Alcune affermazioni su sonno e recupero sono opinioni personali e vengono segnalate come tali.
Chi è Francesco Capaccioni
Francesco Capaccioni, in arte Kappa, è videomaker e content creator.
Il lavoro principale. Videomaker per brand e aziende, con una concentrazione sull’outdoor e lo sport, oltre ai matrimoni.
Sui social
Fa content creation da circa dieci anni, con un approccio che descrive come ibrido:
«Voglio interlacciare il content creator con il videomaker e fotografo professionista».
Il progetto. È cofondatore di Wild Dream Elopement, dedicato a servizi video e fotografici per fughe d’amore in location naturali.
Il passato
È laureato in tecniche di radiologia medica, diagnostica per immagini e radioterapia. Ha lavorato due anni a Modena in radioterapia e cinque o sei anni a Lecco, in pronto soccorso e sala operatoria.
Ha lasciato il posto fisso a ventinove anni.
L’ultimo viaggio: un veliero alle Lofoten
La puntata comincia dall’ultimo viaggio, ed è anche il più ironico.
L’esperienza
Un viaggio in veliero alle isole Lofoten, in Norvegia.
Con un dettaglio che rende la cosa più divertente:
«È stata un’esperienza assurda, perché io soffro molto il mal di mare. Mi piace stare coi piedi per terra».
Come è nato
Una sua amica, anche lei creator, di origini sarde, si è trasferita alle Lofoten qualche anno fa. Kappa nota subito il paradosso: «Una sarda alle isole Lofoten, fa già strano».
Si è fidanzata con un ragazzo del posto, pescatore e capitano, e insieme hanno aperto la loro agenzia con due velieri di legno.
Il concetto
L’esperienza combina navigazione e trekking, e la ragione è geografica:
«La bellezza delle Lofoten è che sono tutte isolette, e ci sono dei posti che puoi raggiungere solamente in nave».
Il valore, spiega, sta nell’accesso a luoghi ancora poco battuti.
La precisazione professionale
È onesto sul fatto che non era una vacanza:
«Ho dovuto creare contenuti. Ero lì a fare contenuti, sia storie al momento che video e foto che ancora devo lavorare».
Videomaker o content creator?
La distinzione che fa è utile per capire come funziona questo mestiere.
Il lavoro. Videomaker per brand e aziende, con focus su outdoor e sport, «perché mi piace il mondo dinamico che c’è intorno».
I social
Qui fa il content creator, ma con un metodo preciso:
«Quando mi invitano le aziende, non faccio il semplice contenuto con il telefono. Quello lo faccio solo per le storie».
La distinzione tecnica
Con il telefono: storie e meme divertenti.
Con l’attrezzatura: video strutturati, cinematografici, ispirazionali.
«Quando parto, parto con la mia attrezzatura e faccio lavoro da videomaker e fotografo».
La reflex regalata per la laurea
È l’origine di tutto, e nasce da un momento di crisi.
Il contesto. Dopo la laurea in tecniche di radiologia, Kappa attraversa quello che definisce «un periodo di down profondo».
La delusione sul numero chiuso
È un’informazione che vale la pena riportare, perché smonta una convinzione diffusa:
«Mi avevano venduto la laurea a numero chiuso come: si trova lavoro subito. In realtà scopri dopo che il numero chiuso non è perché trovi lavoro subito, ma è la capacità di insegnamento dell’università».
La conclusione: «Il numero chiuso non c’entra niente col lavoro».
La situazione
Si laurea in un anno in cui non c’erano ancora abbastanza privati e le strutture pubbliche erano sature di tecnici. Restavano solo i concorsi pubblici.
«I concorsi pubblici sono un inferno, perché tutto quello che hai studiato per tre anni possono chiedertelo, dalle cose più generali alle più specifiche».
La saturazione. «Mi sono trovato a ristudiare tutto quello che avevo studiato per tre anni. Ero arrivato alla saturazione, non ne potevo più».
Il regalo
Per la laurea si era fatto regalare dagli zii una reflex. Le mirrorless non esistevano ancora.
La ragione della scelta è interessante:
«Non sapevo cosa farmi regalare, perché non sono mai stato troppo attaccato alle cose materiali. Ma ho sempre detto: una macchina fotografica è una cosa bella da avere».
La svolta
«Avevo la nausea di studiare, e ho detto: ma sai che c’è? Fammi studiare fotografia».
E la ragione di fondo è la stessa che spiegherà il resto della sua vita:
«A me è sempre piaciuto imparare cose. Voglio immergermi in profondità su questa cosa».
Instagram dieci anni fa e i borghi umbri
Prima della fotografia
C’è un dettaglio che spiega molto del suo approccio:
«Io prima scrivevo. Scrivevo poesie, scrivevo prosa. È stato sempre un modo per esprimere quello che sentivo».
E l’ammissione che segue è sincera:
«Mi piaceva rendere partecipe il mondo di emozioni profonde, con un po’ di vergogna, perché ancora di alcune cose mi vergogno».
Il video non gli piaceva
Un dettaglio inatteso per chi oggi fa video di mestiere:
«Prima dei reel i video nemmeno mi piacevano, non volevo farli. Ho sempre pensato che fosse faticoso. In effetti è molto più faticoso che fare foto».
La motivazione iniziale, che fa ridere
È disarmante nella sua onestà:
«C’erano tutte le ragazzine del mio paesino che mettevano le loro foto e avevano un sacco di like perché erano carine. E io ho detto: voglio provare a mettere foto belle e vedere se fanno più like di queste ragazzine».
Il vincolo autoimposto
È la parte più utile della sezione, e vale per qualunque disciplina:
«Mi ero dato un vincolo da solo: postare una volta al giorno, solamente ed esclusivamente foto fatte con la reflex, in RAW. E quindi dovevo anche editarle».
Cosa ha prodotto
«Con questo vincolo in testa io uscivo sempre con la macchina fotografica, perché dovevo pubblicare».
E il metodo che ne deriva:
«Il modo migliore per imparare a fare fotografia è scattare e sbagliare. Al di là di corsi e tecnicismi».
Perché funzionava
La spiegazione è storica e interessante. Viveva in Umbria, regione che dieci anni fa era molto sconosciuta.
«Ci sono tanti borghi e tante bellezze che ancora nessuno conosceva. Io portavo queste foto di questi borghi, e piaceva molto agli americani».
L’Instagram di allora
È un’osservazione nostalgica che contiene anche un’autocritica:
«Era un Instagram dove non esistevano nemmeno le storie, dove crescevi solamente con posti nuovi. Quando scoprivi un posto che non aveva visto nessuno, lì crescevi».
E l’ammissione: «Ahimè, sì, abbiamo distrutto tutto noi».
La prima collaborazione
Un’agenzia viaggi del posto lo contatta. E la sua reazione è quella di chi non sapeva che questo fosse un lavoro:
«Io dicevo: che vuol dire lavorare insieme?»
La sua proposta fu semplice: «Boh, va bene, pagatemi i miei viaggi e vi faccio le foto».
All’epoca, precisa, faceva tre lavoretti.
Perché ha scelto radiologia
È una delle parti più interessanti della puntata, perché la scelta non era vocazionale.
Il contesto familiare. «Le università che i genitori vogliono che tu faccia sono tre: medicina, giurisprudenza, ingegneria».
Cosa voleva fare lui. Lettere. Coerentemente con le poesie e la prosa che scriveva.
La risposta dei genitori
Kappa la racconta senza rancore, e premette che ha un bellissimo rapporto con loro:
«Va bene, fai tranquillamente lettere. Però noi non possiamo sostenerti, perché a nostro avviso non è una laurea costruttiva che ti porterà a guadagnare».
La sua reazione. «Non mi sono nemmeno arrabbiato, perché sapevo che sarebbe stata una cosa un po’ difficile da fare».
Come ha scelto
Aveva fatto il liceo scientifico e negli ultimi anni si era appassionato a fisica, anatomia e biologia. Gli piaceva anche la tecnologia.
Ma il criterio decisivo è il più onesto della puntata:
«Voglio trovare una laurea che mi permetta di laurearmi velocemente, avere tanto tempo libero, un buono stipendio sicuro, e così posso fare tutto quello che voglio».
La conclusione
È una frase che dice tutto su come intendeva quel lavoro:
«Divento tecnico di radiologia, fine».
I concorsi
Passa il test d’ingresso subito. Poi due anni di attesa, con un anno di concorsi in giro per l’Italia:
«Modena, Lecco, Ferrara, tutta Italia. Era un tour itinerante praticamente, veramente stressante».
Dopo il primo anno smette e fa mille lavori. Poi lo chiama Modena.
Modena: il reparto di radioterapia
Il dettaglio che cambia tutto è che a Modena non fa il tecnico radiologo diagnostico.
«A Modena mi hanno chiamato a lavorare nel reparto di radioterapia».
La situazione
Si trasferisce, non conosce nessuno, è da solo.
«Lavorare in radioterapia è stata una realtà molto impattante».
La premessa che fa prima di raccontare
È una precisazione che merita rispetto:
«Sono ricordi che mi hanno formato pienamente, e io ringrazio di averli vissuti. Andarli a ripescare non è nemmeno troppo facile, perché sono stati abbastanza traumatici».
E aggiunge una nota su di sé:
«Sono sempre stato una persona molto sensibile, e quindi certe cose le vivo anche con troppa profondità».
Cosa vede davvero un tecnico in radioterapia
È la sezione centrale della puntata, e Kappa la costruisce smontando l’idea che sia un lavoro tecnico.
La procedura
Il paziente arriva ogni giorno. Viene posizionato nell’acceleratore lineare, che tramite raggi X accelerati bombarda il tumore.
Il compito del tecnico è il centraggio, tramite tatuaggi o maschere termoplastiche che immobilizzano il paziente.
Perché il centraggio è critico
La spiegazione è brutale nella sua semplicità:
«È importante che sia fermo, altrimenti quando bombardi il tumore non bombardi il tumore ma il tessuto sano».
La descrizione fredda
È il momento in cui Kappa espone la versione disumanizzata del lavoro, per poi smentirla:
«Tu devi centrare il paziente come fosse un oggetto, mediante dei tatuaggi che hai fatto tu».
E la versione in cui uno potrebbe fermarsi:
«Ti arriva il paziente, lo centri, fine. Arrivi dentro, pigi il pulsante, vedi il paziente da uno schermo, quando ha finito lo vai a riprendere».
Perché non è così
È il ragionamento che ribalta tutto, ed è molto ben formulato:
«Tu il paziente lo vedi tutti i giorni, tutta la terapia. Ogni giorno sai che arriva Giovanni. E quindi, a meno che tu non sia un pezzo di ghiaccio, parlerai con Giovanni. Ti racconterà Giovanni chi è».
E la varietà umana che descrive: «C’è lo scorbutico, c’è chi vuole parlare, c’è chi non vuole parlare».
Il caso che ricorda più nitidamente
È il momento più forte della puntata, e riguarda la fase dei tatuaggi.
Una signora nemmeno troppo anziana, con tumore alla mammella, gli dice:
«Ah, ecco, adesso mi hai marchiato. Adesso io quello che ho dentro lo vedrò per tutta la vita, anche fuori, quando mi specchio».
È la frase che rende impossibile trattare quel corpo come un oggetto da centrare.
Cosa si vede giorno per giorno
La radioterapia si accompagna spesso alla chemio:
«Vedi il progresso della malattia, della terapia, gli effetti che ha sulla persona».
Il contesto
Modena, precisa, è un centro molto attivo, con acceleratori di altissimo livello. E questo comporta un’esposizione maggiore:
«Si fanno tante persone giovani».
Quando i pazienti non arrivano più
È il passaggio più duro dell’intera conversazione, e Kappa lo racconta in poche parole.
«Non ti dicono niente. Il medico non ti dice: non arriva. No. Tu semplicemente in lista non ce l’hai più».
Cosa faceva. «Con quelli con cui legavo andavo dal medico, dicevo: ma che è successo? E mi dicevano: guarda, abbiamo fermato perché non stava bene».
Cosa era peggio
La risposta è immediata: i giovani.
«Ho imparato in quegli anni che i tumori arrivano anche da giovani, e sono devastanti. Perché quando arrivano da giovani sono molto più aggressivi».
La conclusione
È la frase da cui nasce tutto il resto della sua vita:
«Lì ho capito che non bisogna dare la vita per scontata».
«Ho aspettato tutta la vita per andare in pensione»
È la frase che gli hanno detto più volte, e che è diventata la ragione della sua svolta.
Chi la diceva
Le persone in pensione, tra i sessanta e i settant’anni:
«Io ho aspettato tutta la vita per andare in pensione. Volevo viaggiare il mondo, andare in pensione con mio marito. E invece eccomi qua».
Quanto spesso. «Questa è una cosa che mi è rimasta proprio qua, perché me la dicevano tutti. Tutti quanti».
Cosa gli ha dato l’università
C’è un dettaglio che rende la sua consapevolezza diversa da quella di un profano:
«Studiando tecniche di radiologia ti insegnano non solo il macchinario, ma anche perché è importante il tuo lavoro. Quindi ti insegnano come funziona il tumore».
Cosa sapeva
La formulazione è la sua, ed è quella che gli ha tolto la sensazione di essere al sicuro:
«Tutti noi dentro abbiamo dei tumori che potrebbero diventare brutti. E per quello lo screening è importante».
Nota redazionale: il riferimento è alla presenza di alterazioni cellulari che nella maggior parte dei casi non evolvono, e alla ragione per cui gli screening oncologici raccomandati per fascia d’età sono importanti. Il modo in cui Kappa lo formula è divulgativo e va inteso in quel senso.
«Ma cosa aspetto?»
È la domanda che si è posto, e la sua risposta è stata pratica prima che filosofica.
La situazione economica reale
Kappa non abbellisce nulla:
«Stavo in un appartamento che non era un appartamento, era una stanza che condividevo con altri tre uomini adulti vicino all’ospedale di Modena. Una stanza più piccola di questo salotto, e costava un’eresia».
Lo stipendio, senza turni, era intorno ai millecinquecento netti.
«Non mettevo da parte niente. E mio padre mi diceva: ma come, non metti da parte?»
Cosa ha fatto
La decisione è stata di direzione, non di ottimizzazione:
«Ogni volta che finivo il turno mi facevo anche quattro ore di macchina per girare l’Italia».
Nelle Marche dove aveva amici, in Puglia, ovunque.
Il ritmo
La descrizione è concreta e fa capire l’intensità:
«Finito il lavoro, il weekend prendevo e andavo. Avevo già lo zaino pronto. E spesso tornavo nel cuore della notte. Lunedì, Red Bull e via al lavoro».
Il cambiamento è stato progressivo
Alla domanda se ci sia stata una goccia che ha fatto traboccare il vaso, la risposta è onesta:
«È stato progressivo. Una signora che mi dice una cosa, un paziente che scompare, la radioterapista che fa una diagnosi con me presente».
L’obiettivo che si era dato
È il ragionamento più lucido della sezione:
«Sentivo di voler arrivare a un punto in cui, se mi fosse arrivato quel tumore, sarei stato tranquillo. Non sarei stato come quella signora anziana che mi ha detto: io volevo girare il mondo e adesso sono qua».
I binari della società
È la metafora che usa per descrivere ciò da cui si è staccato, ed è equilibrata.
La premessa
Non demonizza nulla:
«Questa società non la voglio demonizzare, è fantastica. Noi per fortuna abbiamo una società. Però ha dei vincoli molto stretti».
I binari. «Tu studi, fai l’università, trovi il lavoro, prendi casa, metti su famiglia, vai in pensione, muori».
Il conflitto. «Il capire che la vita è una e il volersela vivere non va molto d’accordo, perché per la società tu dovresti lavorare, punto».
La formula
È la parte migliore della sezione, perché non nega la libertà ma ne descrive il perimetro:
«Non ti devi fare troppe domande. Cioè puoi fartele, ma i binari sono quelli».
Una precisazione importante
All’inizio non voleva lasciare il lavoro:
«Anch’io all’inizio non sentivo tutto questo voler abbandonare il lavoro. Sentivo il voler vivere, il voler riempire la mia vita».
Lecco: pronto soccorso, sala operatoria, Covid
Dopo Modena, dove era a tempo determinato, viene chiamato a Lecco per l’indeterminato.
Il cambio di reparto
La distinzione che fa tra i due è interessante:
«Nel mondo dei tecnici di radiologia, quello che lavora in radioterapia ha un lavoro comodo: non ci sono turni, sei tranquillamente seduto. Quando lavori in pronto soccorso devi trottare».
Perché Lecco è dinamico
«C’è il lago, ci sono i turisti, c’è la montagna, ci sono le piste da sci».
Turni anche di notte, reperibilità, e sala operatoria.
La sala operatoria
La descrizione è volutamente cruda:
«È stato abbastanza complesso, perché veder smembrare la gente e vedere come lavorano gli ortopedici ti assicuro che è abbastanza…»
Il paragone che usa: «Hai presente Sol Levante? Più o meno è quello». Perché per inserire le staffe metalliche devono segare le ossa.
La radiologia classica
Il ritmo è l’opposto della radioterapia:
«Non c’è il rapporto che hai con il paziente in radioterapia. È molto più frenetico, perché ti arriva il paziente e devi andare di corsa. Sai com’è una lista d’attesa».
La mammografia
È il passaggio in cui il tema umano ritorna, ed è molto sensibile:
«Le signore quando vengono sono sempre molto spaventate, perché tu vai a cercare una cosa brutta. Non è un controllo tranquillo, normale».
E aggiunge il dettaglio che rende necessaria l’umanità:
«Non vengono tranquille, anche perché gli fai male. Schiacciare il seno fa molto male. Quindi devi essere molto umano».
Il Covid
Ha lavorato durante tutte le ondate, al Nord.
«Lavorare con la mascherina, i pazienti morti in corsia, le sale operatorie che non erano più sale operatorie ma erano piene di persone».
Ma non è stato il Covid a fargli mollare
È una precisazione importante:
«Non è stato quello. Non è che ho detto: non ce la faccio più, devo licenziarmi».
Non stanco: bloccato
È la distinzione più precisa della puntata, e spiega perché ha lasciato un lavoro che oggettivamente gli lasciava molta libertà.
I vantaggi che aveva
Kappa li elenca lui stesso, e sono notevoli:
- Turni
- Circa tre mesi di ferie all’anno, per via delle due settimane obbligatorie consecutive previste per lo spurgo radiologico
- Andava al lavoro a piedi
- Si era innamorato della natura intorno a Lecco
La frase. «Non è che sentivo che ero stanco del mio lavoro. Sentivo che ero bloccato».
Cosa significa
Due anni a Modena, cinque o sei a Lecco. E poi:
«Anche se è un lavoro molto dinamico, fai sempre quello. Non c’era crescita».
Perché la carriera non era una risposta
Poteva diventare caporeparto. E la sua obiezione è interessante:
«Anche se diventi caporeparto non è che sei più bravo di loro. Hai fatto semplicemente un concorso. Sai le stesse cose che sanno loro».
Il vincolo
È la parte concreta:
«Mi è successo diverse volte di perdere opportunità con dei brand o degli enti del turismo, perché quel periodo non potevo andare via».
La gratificazione
Ed è qui che arriva l’ammissione più scomoda della puntata:
«Non mi dava la gratificazione che mi dava essere contattato da un brand grande che vedeva in me bravura e capacità».
La frase che non ci si aspetta
È molto onesta e molto poco eroica:
«Lì salvi vite, per carità, ma sei solo un ingranaggio. E non era nemmeno troppo la mia vocazione».
E il promemoria che aggiunge:
«Ricordiamoci che io l’ho dovuto fare per comodo, non perché volessi salvare vite».
Con la precisazione rispettosa: chi lo fa per vocazione, assolutamente.
L’Ente del Turismo del Giappone
È la goccia, ed è arrivata a febbraio.
Il contatto
«Quando mi ha contattato io nemmeno ci credevo. Dicevo: ma questo è uno spam, non è possibile che l’Ente del Turismo del Giappone mi scriva».
Il Giappone non l’aveva mai fatto: era la prima volta.
Cosa è successo al ritorno. «Tornato da quel viaggio ho detto: no, questo è quello che voglio fare. E fare il tecnico di radiologia non mi permette di farlo».
Cosa ha trovato lì
È un dettaglio importante, perché riguarda il potere dell’ambiente:
«In quel viaggio ho parlato con molti altri professionisti, ed erano tutti slegati. Tutti quanti mi dicevano: no, ti devi buttare».
Il calcolo dell’età. «Avevo ventinove anni. Se non lo faccio adesso, ma quando lo faccio?»
L’onestà sulla rete di sicurezza
È il passaggio che smonta il racconto romantico:
«Io sapevo che mi sarei buttato senza rete di sicurezza. Non avevo un lavoro che mi aspettava».
E il dato sui follower è brutalmente realistico:
«Anche se avevo tot follower, già non potevo camparci. Era impensabile. Anche a oggi è impossibile pensare che io ci campi con i miei follower».
Cosa lo ha aiutato
Un elemento pratico che riconosce senza problemi: la sua compagna dell’epoca stava crescendo molto e aveva bisogno di aiuto costante.
«Sapere che lei aveva bisogno d’aiuto e che mi avrebbe dato dei soldi mi ha un po’ spinto. Però in realtà era già nata dentro di me».
Dire ai genitori «lascio il posto fisso»
Tra la decisione e le dimissioni passa esattamente un anno.
Perché un anno. «L’ho fatto passare anche per loro, per farsi un po’ abituare all’idea».
Il risultato
La sua risposta è disarmante:
«Non si sono ancora abituati. Sono molto più tranquilli, ma non si sono abituati».
La reazione
«Tu andare dai tuoi genitori e dire: lascio il posto fisso, un posto fisso pagato bene. Ti guardano e dicono: ma tu eri contento? Ma cosa fai? Poi la pensione…»
La sua paura
Non la nasconde:
«Anch’io avevo molta paura. Tanta paura. Perché è stato un buttarsi nel vuoto».
Il problema che aveva davanti
È un dettaglio concreto che spiega la difficoltà:
«Tutti quelli che vedevo che facevano video e foto facevano cose che a me non piacevano tanto. Ad esempio solo wedding».
E all’epoca aborriva i matrimoni, per un’esperienza andata male e per il carico di responsabilità:
«Lì è one shot, fondamentalmente».
Come è cambiato
Oggi li fa, ma selezionando. E il criterio è interessante:
«Se faccio matrimoni normali voglio conoscere gli sposi e voglio vedere che ci sia emozione. Mi è capitato di fare matrimoni che si facessero solamente per etichetta, e quello non mi piace per niente».
«Non avevo niente e non sapevo cosa volevo fare»
È la frase che descrive il punto di partenza reale, e Kappa la dice due volte.
Cosa aveva
Il ragionamento che ha fatto è il più lucido della puntata, ed è una checklist di rischio:
«Io farò un salto nel vuoto, però non ho debiti, non ho una famiglia alle spalle, non ho persone che dipendono da me, sono in affitto».
E il dettaglio pratico: aveva cambiato macchina prima di licenziarsi.
Cosa aveva da parte
È onesto anche su questo:
«Non avevo tutto sto gruzzolo, perché non ho mai chiesto soldi ai miei, e il tecnico di radiologia non guadagna quattromila euro al mese, non è un medico».
Perché ce l’ha fatta comunque
«Non sono mai stato uno spendaccione, non sono mai stato attaccato ai beni materiali, ho sempre messo molto da parte».
E viaggiava a risparmio, cercando modi per spendere pochissimo.
La voracità
È la descrizione più bella che dà di quel periodo:
«Io ero proprio vorace. Ero vorace di posti, non potevo stare. Per sentirmi vivo dovevo scoprire posti».
La sua risposta a chi dice «metti via la fotocamera»
È una difesa del proprio modo di vivere le cose che merita di essere riportata:
«Per me non esiste: ah, ma togli quella fotocamera, goditi più il momento. Io il momento me lo godo con la mia fotocamera. Se non posso raccontare quel momento, mi togli tantissimo del momento».
Cosa vedeva intorno
C’è un dettaglio che ha chiuso il cerchio con i pazienti:
«Vedevo i miei colleghi più anziani vedersi slittare la pensione sempre di più. Sono vent’anni che faccio questo lavoro, non vado mai in pensione».
E la conclusione:
«Vedevo questa gente che aspettava di vivere».
Perché la tenda e non l’hotel
La domanda è posta in modo diretto: convincimi. E la risposta comincia con una premessa che vale la pena riportare.
La premessa antisnobismo
«Al di là del fatto che ognuno fa come vuole. C’è molta gente, anche molti colleghi, che quasi ghettizzano gli altri tipi di viaggiatori».
E la sua posizione:
«Il viaggio è viaggio, a prescindere. È importante che si viaggi, perché è il modo di formarsi più completo per un essere umano».
La critica al resort
Ma poi arriva l’osservazione che gli sta a cuore:
«Vanno nel resort in Marocco. Nemmeno esci dal resort. O se esci fai pochi passi perché hai paura».
La sua distinzione:
«Dire: sono stato in Marocco, dire: sono stato in una porzione di cielo diversa, in una spiaggia diversa, hai toccato un minimo la cultura, ma non l’hai veramente vissuta».
Il concetto
«Quello è essere turista, secondo me».
Con un’ammissione onesta subito dopo: per vivere veramente una cultura, dice, servirebbe restare almeno un mese.
La vera differenza
Ed è qui che il ragionamento diventa preciso:
«Quando vai in tenda, quando vai in macchina, una grossa differenza è che ci sono tante complicazioni».
In hotel, spiega, le complicazioni le risolve la reception. Da soli, no:
«Devi pianificare dove dormire, oppure dire: so che in quel posto più o meno posso dormire, vediamo com’è».
Il «vediamo com’è»
È il punto centrale:
«Il vediamo com’è per molta gente è assurdo. Deve avere tutto pianificato, deve essere tutto preciso, perché hanno paura».
Senza fatica non ti metti in gioco
È la tesi che porta, e la costruisce bene.
La diagnosi. «La società in cui siamo ci ha educato e ci ha preservato dentro una scatola. Noi non proviamo più fatica, né sofferenza».
La conseguenza
«Ogni esperienza che vogliamo fare non ci deve provocare fatica né sofferenza. Ma senza fatica e sofferenza non ti metti in gioco».
E la formulazione che chiude:
«Praticamente vivi la tua vita che vivi a casa in un altro posto».
L’esempio del cibo
È una critica affettuosa a suo padre:
«Mio padre è uno che dice sempre: eh, ma come si mangia a casa. Non puoi fare il continuo paragone di come mangi a casa. Tu sei lì, devi vivere quella cosa».
La realtà della tenda
È onesto sul fatto che è dura, e porta numeri:
«Quando sono andato a dormire in tenda la prima volta ero super attrezzato. Non ho dormito niente».
E i pesi che descrive fanno capire il costo:
- Tenda, anche la più leggera: uno o due chili
- Sacco a pelo tecnico attuale: 600 grammi
- Quello precedente: oltre un chilo
«Sono chili sulle spalle in un trekking che spesso è mille metri di dislivello, svariati chilometri».
Perché ne vale la pena
È la descrizione migliore della sezione:
«Sai quante volte mi è successo di fare un trekking assurdo, fermarmi e dire: non so se ce la faccio? Oppure trovarmi davanti a un sentiero con la neve, quindi non vedevi il sentiero. Oppure una frana, quindi dovevi arrampicarti».
E il momento:
«Arrivi lì e dici: vado indietro o vado avanti? E poi quando vai avanti arrivi in cima, piazzi la tenda, e sei arrivato. La sensazione è completamente diversa».
La frase che riassume. «Noi siamo fatti per quella cosa, anatomicamente, biologicamente. Noi non siamo fatti per il resort, siamo fatti per la tenda».
La società ha tolto il rischio dall’equazione
È il ragionamento più interessante di tutta la puntata, e riguarda l’ansia.
Il fenomeno
Parte da un’osservazione sui titoli di cronaca:
«Quello che vedi in TV, della gente che muore in montagna, fa scalpore. Ma è normale: la gente muore in casa. Io e te potremmo morire adesso».
E aggiunge, con logica difficile da confutare: «La gente muore al lavoro. Quanta gente muore al lavoro?»
Il riconoscimento. Non nega la differenza: «Certo, è più rischioso».
La tesi. «La società ha tolto il rischio dall’equazione della vita. Non c’è più rischio per noi. Quindi che succede? Succede che nascono le ansie».
Il meccanismo
È la parte più acuta:
«Il nostro cervello è abituato a far fronte alle paure, al rischio. Quando non c’è, il nostro cervello le crea».
L’esempio in diretta
Usa il podcast stesso, e la cosa funziona:
«Questo che stiamo facendo, non l’ho mai fatto io. Potrei avere una paura boia di questa cosa. Il mio cervello dice: è una cosa nuova, wow, fa paura. Però sono a casa, devo parlare di me».
E il confronto con il pericolo reale: non è il sentiero coperto dalla neve che non vedi più.
La conclusione compassionevole
È il passaggio in cui non giudica:
«Non dico che non vada bene. Dico che mi dispiace per loro, perché non potranno mai sentire quel tipo di gioia di arrivare su con tutte le difficoltà del caso e dire: me la sono meritata».
E il confronto finale:
«Qual è una cosa che ti sei meritato oggi? La pizza al ristorante?»
«Il lavoro si trova sempre»
È la convinzione che gli ha permesso di fare il salto, e la formula senza attenuazioni.
«C’è gente che dice: ah, non c’è il lavoro. Io sono dell’idea che il lavoro c’è sempre. Se vuoi una pizza, il lavoro te lo trovi».
La precisazione fondamentale
È ciò che rende la frase difendibile invece che arrogante:
«Devi farti un buco di culo. Non sarà un lavoro che ti realizzerà, ma il lavoro per campare, non per realizzarsi, lo trovi sempre».
E porta gli esempi meno gratificanti possibili: pulire i bagni, pulire per strada.
Come questo ha reso possibile il salto
«Mi son detto: faccio il salto nel vuoto, starò senza lavoro, vediamo come va. Perché il lavoro si trova sempre. Al di là che ho una laurea, quella resta».
E cita come prova colleghi che sono entrati nel pubblico a cinquanta o sessant’anni.
Il mito della pensione
È la sezione più polemica della puntata, e ha un argomento biologico che regge.
La sua proposta provocatoria. «Io sarei per una società che ti spinge a vivere al massimo ai vent’anni, e poi a quaranta o cinquanta farti lavorare».
L’argomento
È il più solido che porta:
«Tu arrivi in pensione che il tuo corpo è già finito».
E il ragionamento non riguarda solo la forza:
«Non solo le forze, anche la mentalità. Il voler rischiare a quarantacinque anni non lo vuoi. Dici: madonna, io ho già vissuto tanto, me la fai fare?»
Il dato che aggiunge. «Ormai siamo a sessantacinque, settant’anni in pensione».
Cosa fa lui
È interessante che non sia fatalista:
«Io mi sto allenando tanto, cinque volte a settimana, perché so, e l’ho visto anche in ospedale, che è il miglior modo per essere longevo e stare bene da anziano».
Ma resta realista:
«Quando arriverò a quell’età non avrò questa prestanza. Biologicamente è impossibile».
La battuta. «A sessant’anni mi prendo una bella PlayStation e mi metto a giocare, perché tanto so che il mio corpo il suo l’ha fatto».
La parte più equilibrata
Ed è qui che Kappa smette di essere polemico:
«Molta gente, e ripeto, non li demonizzo, li comprendo. È giusto che seguano quella strada».
La riflessione sulla società
È sorprendentemente sfumata per chi ha appena criticato i binari:
«Non ci fosse la pensione, la società, uno stato che ti salvaguarda, un’università, una scolarizzazione… una persona basilare, debole anche fisicamente, che fine farebbe? Morirebbe di fame».
E la conclusione è una doppia verità:
«La società è oro, è il più grande risultato dell’umanità. Ma al contempo è la cosa che ci porterà alla rovina, perché abbiamo perso chi eravamo. È per quello che stiamo morendo di ansia».
«Ho quindici giorni di ferie e me li voglio godere»
È la risposta a chi lavora undici mesi per riposare uno, ed è il passaggio più diretto della puntata.
L’obiezione. «Tu ti spacchi la schiena per vivere undici mesi l’anno, e quel mese ti vuoi riposare».
Il ragionamento
È costruito come una contraddizione:
«Tu mi vuoi dire che tutti i giorni che torni dal lavoro sei super attivo? Tu sicuramente non stai sul divano, tutti i giorni esplori, scappi? Quindi quel mese ti serve per riposarti».
L’affermazione sul sonno
«Il tuo corpo non ha bisogno di un mese per riposarsi. Il tuo corpo va a dormire e a posto».
E aggiunge quella sulle ore perse:
«Una volta che hai perso le ore di sonno non si recuperano».
Nota redazionale: la letteratura sul debito di sonno indica che il recupero è parziale e non immediato, ma la formulazione dell’ospite è più assoluta di quanto le evidenze consentano. Va letta come opinione personale.
La diagnosi vera
Ed è qui che arriva il punto:
«Sei più stanco quando ti svegli perché non stai facendo quello che ti piace».
La domanda. «Quel mese in cui sei libero di fare tutto quello che vuoi, vuoi veramente buttarlo a riposarti steso sul lettino tutto il mese?»
La sua paura
È la frase che chiude la sezione, e ha lo stesso peso delle frasi dei suoi pazienti:
«La cosa che mi fa più paura in assoluto è arrivare a settanta o ottant’anni e dire: quante cose potevo fare che non ho fatto perché volevo riposarmi».
E la domanda finale:
«Tu veramente a trent’anni vuoi riposarti? Sai quanto tempo avrai per riposarti?»
La chiusura autoironica
C’è un dettaglio che gli evita di suonare moralista:
«Chi vive veramente stando sul lettino con ventimila drink… però quello è faticoso. Non è facile bere tutto il giorno. L’abbiamo fatto tutti e due, credo».
Viaggiare in tenda costa davvero meno?
È la sezione più onesta della puntata, perché smonta un mito che gli farebbe comodo.
La risposta. «Secondo me è un falso mito quando ti dicono che è economico, perché c’è un investimento iniziale da fare».
Perché serve attrezzatura
«Se non vai attrezzato, rischi».
E la distinzione sul rischio è importante:
«Un conto è rischiare, ma rischiare con la testa. Al giorno d’oggi abbiamo tutto disponibile, le conoscenze le abbiamo tutte».
I numeri
Il confronto che porta è concreto:
- Sacco a pelo: il suo primo costava 60 euro e pesava oltre un chilo. Quelli tecnici arrivano a 320 euro
- Tenda: da 80 a 400 euro
- Zaino: stessa forbice
Quando conviene
«Poi sì, sul lungo spendi meno, perché non paghi per il dormire».
La condizione che pone è precisa:
«Se una persona vuole viaggiare tanto, e il suo obiettivo non è fare la settimana ma viaggiare il più possibile nella vita, ha senso».
Quando non conviene
«Per chi inizia, no. Se uno dice: vado una settimana in Sardegna tenda in spalla, probabilmente costa comunque, perché lo zaino te lo devi comprare, la tenda te la devi comprare».
L’ammissione sul proprio privilegio
È il passaggio più onesto della puntata, e vale la pena riportarlo per intero:
«Io sono fortunato, perché la mia attrezzatura spesso me la mandano i brand per testarla. E io mi rendo conto di essere fortunato».
E quello che dice a chi glielo chiede:
«Non guardate me. Guardatemi per essere ispirati, ma non pensate che sia facile come sembra, come faccio vedere io, come fanno vedere tutti gli altri».
Van e camper: quanto costano oggi
Il cambiamento
Kappa individua un momento preciso:
«È dopo il Covid che è schizzato in aria».
Prima si trovavano furgoni e camper a poco, perché le aziende svendevano i van da lavoro. E il camper aveva un’immagine diversa:
«Prima il camper lo facevano i vecchietti e li guardavi male».
Oggi
«Adesso il prezzo di un van è una casa».
Cita van che arrivano a centomila euro contro case da centocinquanta.
«Secondo me è una cosa un po’ da ricchi. Non è più per poveracci, il van».
Quando ha senso
La sua posizione: se uno vuole viverci.
Ma con due avvertenze concrete.
Non è per tutti. Le scomodità che elenca sono precise: dove dormire, l’acqua che finisce, l’elettricità limitata.
Serve una base. È un’osservazione pratica raramente fatta:
«Ti serve comunque avere un nido, una casa, qualche posto dove tenere le tue cose, perché non puoi tenere tutto in van».
Il consiglio. «Adesso ci sono tanti noleggi. Fare un’esperienza di noleggio ti aiuta, perché buttarsi subito nel van non è per tutti».
Si può lavorare viaggiando?
La risposta è sì, ma con una qualificazione geografica importante.
Il vincolo
«Facendo il videomaker, spesso io sono costretto ad andare da alcune realtà. Il brand mi chiama e mi dice: mi serve che tu venga tot giorni qua».
Perché la posizione conta
È il passaggio più realistico della sezione, e smonta il sogno del nomade digitale:
«Non è che possiamo dire: ce ne andiamo per un anno in Thailandia. Probabilmente il nostro lavoro diminuirebbe drasticamente».
La ragione è concreta: molti clienti sono in Italia, e il brand che lo contatta vede che parla italiano e che sta in Italia.
Il vantaggio del profilo
C’è un’osservazione utile per chiunque faccia questo mestiere:
«Il mio profilo da creator è anche un portfolio. Uno arriva sul mio profilo, vede che so fare quelle cose, e un brand mi contatta».
Cosa è possibile
Un esempio concreto: un mese nei Pirenei con la tenda da tetto, portandosi tre lavori. Il brand della tenda stessa, un brand di scarpe, delle creme, più montaggi in remoto.
La conclusione. «Si fa, volendo si fa. È complesso, non così facile. Un altro sogno che fanno passare come facile, ma non è facile».
Sicurezza: dormire in tenda e in van
Alla domanda sulla sicurezza, Kappa comincia con un’ammissione che gli fa credito.
«Vorrei dirti che io non ho paura di niente, ma non è così. Vorrei farti l’uomo vissuto senza paure. Non è vero».
La tenda a terra. «In tenda ti fa ancora più paura, perché sei per terra».
La tenda da tetto
Il vantaggio che descrive è tecnico:
«Sei più tranquillo perché sei rialzato. Senti se qualcuno sta salendo la scaletta».
E il dettaglio che fa sorridere:
«Io dormivo con il treppiede aperto a fianco a me. Non è mai successo niente. Però stile castello, quello arriva sulla scala, bam, e vai giù».
In van
Il metodo è informativo:
«Ci sono molte applicazioni e siti che ti dicono i posti dove si può dormire e dove non si può, ci sono le recensioni».
E un principio di rispetto:
«Ci sono zone in cui sai che le persone non vogliono che dormi lì con il van. E quindi le eviti. Punto».
Easy Rider
È il riferimento culturale che usa per spiegare l’ostilità che a volte si incontra:
«La società che vive nei binari vede male chi vive libero. C’è un po’ di invidia, c’è un po’ di paura, e dice: come fa questa persona a essere libera?»
Le regole di convivenza
Sono pratiche e civili:
- Portare rispetto per le persone del posto
- Non lasciare sporco
- Mettersi a distanza, appartarsi
- Non far vedere le proprie grazie
Su quest’ultimo punto ha visto cose che riporta con esasperazione: «Gente a culo nudo col van spalancato. Non ci interessa».
La sicurezza in gruppo. «Quando sei in gruppo non hai paura, anche perché non arriva un malintenzionato, perché rischia».
Il ragionamento più interessante
È la sua risposta all’ipotesi di uno scenario violento, e ribalta la prospettiva:
«La società ci porta ad avere paura del prossimo sempre di più. Ma il prossimo ha anche paura lui di te. Anche il più grosso malintenzionato».
La logica: chi si avvicina a una tenda non sa cosa c’è dentro, e rischia anche lui.
L’errore più grosso di chi parte impreparato
È la sezione in cui Kappa si assume una responsabilità, e lo fa citando sé stesso come parte del problema.
L’errore. «L’errore più grosso è andare impreparati. Farsi abbindolare dal video sui social che ti fa vedere: wow, che bello questo posto».
L’autocritica. «Oppure anche da me, che mi vedi con la tenda, pianto la tenda e via, e non sapere quanto mi sono ammazzato per arrivare».
Le due conseguenze
- Non rendersi conto che per arrivare in quel posto c’è da faticare tanto
- Non rendersi conto che per farlo serve un’attrezzatura specifica
Di chi è la colpa
È una posizione che vale la pena registrare, perché non scarica tutto sui creator:
«Non do la colpa a me o ai miei colleghi. Do la colpa all’utente base che vede questi contenuti e non si va a documentare. Lui prende e va».
Perché è inaccettabile oggi
«Non puoi permetterti di prendere e andare, col fatto che oggi hai Google, internet, che ti basta una domanda per avere sottomano una checklist».
La sua diagnosi: «La gente è svogliata, non ha voglia nemmeno di cercare».
Cosa porta sempre con sé
È l’elenco più concreto della puntata, e vale come checklist.
1. L’assicurazione. «Io sono sempre assicurato. Ho un’assicurazione annuale per i viaggi, per qualsiasi cosa. Quello mi fa stare tranquillo».
2. Le calzature
Le mette prima di tutto il resto:
«Non posso permettermi di andare in montagna con l’infradito».
3. Il guscio impermeabile
Anche d’estate, ed è il consiglio più specifico:
«Non si sa mai quando in montagna può arrivare un acquazzone estivo. Avere un guscio impermeabile fa tanta differenza».
Con calzature in tessuto impermeabile, aggiunge, se arriva il temporale puoi tornare a casa.
4. Acqua e cibo essenziali
5. Un dispositivo di emergenza
Segnala i dispositivi satellitari e gli smartwatch che permettono di contattare i soccorsi anche senza copertura di rete:
«Sarebbe da avere, soprattutto se uno va in montagna in posti che sai non prendono».
6. Dire dove vai
È il consiglio più importante e il più sottovalutato, e Kappa lo sottolinea:
«Forse non si fa abbastanza informazione su questa cosa. Io quando vado a fare un trekking dico sempre alla gente che sta a casa dove vado».
E include un metodo inatteso: anche le storie sui social funzionano.
«Se tu non arrivi dopo un giorno, la gente sa dove sei, sa che stai facendo un percorso».
Il monito finale:
«Se vuoi farti l’esperienza solitaria, fattela. Ma di’ ai tuoi, di’ a qualcuno dove stai andando. Perché altrimenti, dove ti ritrovano?»
Da solo, in due o in gruppo
I gruppi
Li ha gestiti per un’agenzia viaggi, e la risposta è netta:
«Non è assolutamente il mio, posso dirvelo chiaramente».
La ragione è la libertà di ritmo:
«A me piace stare ai miei tempi. Non esiste che tu mi fai l’itinerario. Oggi mi riposo perché il giorno prima mi sono ammazzato di trekking».
Da solo. Ha viaggiato tantissimo da solo, e sta bene.
La cosa più bella
È il passaggio più sentimentale della puntata, e cita Into the Wild:
«Il vero fulcro della felicità è condividere la felicità. E per me condividere la montagna è condividere la felicità».
Con un limite pratico che riconosce senza problemi: la compagna ha un livello di preparazione diverso dal suo, quindi spesso va da solo.
Gli amici sbagliati
C’è un’osservazione utile per chiunque abbia amici che chiedono di essere portati in viaggio:
«Mi è capitato di partire con amici che dicevano: Kappa, dai, portaci in viaggio con te, facci tu l’itinerario. Infernale. Non lo rifarei mai più».
La ragione:
«Io ti faccio un itinerario per i miei gusti, non i tuoi. Non sono un’agenzia di viaggio».
Wild Dream Elopement
Cosa è. Un progetto nato con un amico fotografo, Alessandro, dedicato agli elopement.
Cosa sono gli elopement
«Sono fughe d’amore. Servizi fotografici che gli sposi fanno prima o dopo il matrimonio, dove fingono una fuga d’amore vecchio stile».
La caratteristica è la location:
«È nato in posti molto wild: montagna, laghi, scogliere. Pensa alle Dolomiti, e le foto delle coppie con abiti da sposi nelle Dolomiti».
Come sono partiti
È una storia di guerrilla marketing che vale la pena raccontare.
Hanno preso la tenda da tetto, sono stati una settimana sulle Dolomiti ad agosto, e fermavano le coppie:
«Fermavamo le coppie che vedevamo in giro e dicevamo: volete un servizio di elopement?»
Il vantaggio era doppio: per la coppia un servizio bellissimo, per loro il portfolio.
Perché gli piace di più dei matrimoni
«L’elopement è molto più emotivo, molto più raccolto. Non ci sono fuochi d’artificio: ci sono gli sposi, i loro vestiti, il bouquet, il posto e le loro emozioni. Basta».
Perché è più complesso
È una precisazione tecnica interessante:
«Forse anche più complesso di un matrimonio, perché devi conoscere bene quel posto. Non puoi portarli su alla bella e meglio: devi pensare che sei in montagna».
Il servizio più emozionante. Cita una proposta di matrimonio a una coppia asiatica, con la neve.
Mostrare i posti li rovina?
È la domanda scomoda, e Kappa comincia ammettendo la propria responsabilità.
«Purtroppo io mi ci metto anch’io. Io ho rovinato alcuni posti, purtroppo».
Dov’è il limite. «Il limite è accorgersene».
Cosa fa. «Io ormai sono anni che non metto più location. Se qualcuno mi chiede dov’è questo posto, gli dico la regione, non il posto preciso».
E quando deve dirlo
Quando per lavoro è obbligato a indicare il luogo, la soluzione è l’educazione:
«È qua, questo posto, e per arrivarci c’è bisogno di questo, questo e quest’altro. Bisogna essere attrezzati».
La sua definizione di overtourism
È precisa e non riguarda i numeri:
«La cosa peggiore dell’overtourism è non portare rispetto, non andare attrezzati, non sapere niente di quel posto, volere solo quella bella foto».
Il messaggio che vorrebbe passare
«Trasmettere il fatto che i posti, la natura, sono preziosi, unici. E ogni volta che noi andiamo portiamo un danno, anche se non lasciamo tracce».
Chi ha davvero la responsabilità
È l’analisi più equilibrata della sezione, e distribuisce le colpe:
I creator, ma marginalmente. Perché quei posti, dice, sarebbero diventati così comunque: sono troppo belli.
La redistribuzione della ricchezza. Più persone possono viaggiare e vogliono andare nei posti belli, legittimamente.
Le realtà locali. Ed è qui che è più critico:
«Le realtà locali cosa hanno fatto quando hanno visto i creator all’inizio? Hanno spinto e hanno detto: pubblicizziamoci. Senza pensare al danno. E adesso puntano un po’ il dito, ma sono state anche loro».
Il lato oscuro del mollare tutto
È la sezione più onesta della puntata, e l’unica cosa che Kappa non prova a rendere attraente.
Cosa si perde
«La stabilità è una bella cosa. Sapere che arriva lo stipendio è molto bello, perché ti permette anche di rischiare».
E la spiegazione è concreta:
«Rischio, vado lì, tanto so che mi arriva lo stipendio. Finisco tutti i soldi, distruggo la macchina, ma so che mi arrivano stipendi».
Cosa cambia. «Quando molli tutto non è più così».
Le sue paure
Le elenca senza abbellirle:
«I primi tempi ero molto spaventato di non trovare lavoro, di diventare povero, di dover chiedere soldi ai miei. Perché non l’ho mai fatto in vita mia, e non vorrei trovarmi a trent’anni a doverli chiedere».
La frase più importante della puntata
È quella che smonta tutto il genere di contenuti a cui lui stesso appartiene:
«Non è quel sogno che ti vogliono vendere. Non è così, non è per tutti».
Per chi non è. «Ci sono persone molto spaventate dalla non stabilità, dal non avere tutto sotto controllo. Ed è giusto così».
L’ammissione finale
«Anche per me ci sono stati momenti molto duri, che sono stati bui, e che sono riuscito a superare grazie a forza di volontà».
E la definizione del lato oscuro:
«Il lato scuro è mettersi in gioco e dover affrontare le proprie paure, le proprie incertezze».
Tornerai a una vita normale?
La risposta è onesta fin dall’inizio.
«È una domanda difficile che mi faccio anch’io spesso, perché la risposta è non lo so».
Cosa sa di volere. Dei figli, e continuare la vita con la sua compagna attuale.
Cosa gli fa ancora paura. «Sicuramente il posto fisso mi fa ancora tanta paura. Il sentirmi legato».
Il bilancio economico reale
È il dato che rende credibile tutto il resto:
«Adesso lavoro molto più di prima, guadagno molto meno».
E la ragione per cui va bene:
«Però è mio. Decido io quanto impegnarmi. Ho cominciato quest’anno a dire no ad alcuni lavori, a valorizzarmi».
Il cambiamento più bello
È il dettaglio più interessante della sezione, perché riguarda la fine della voracità:
«Ho smesso di fare quei viaggi velocissimi che erano posto, posto, posto. Non sono più un fagocitatore di posti, perché adesso posso andare quando voglio».
Lo scenario che non esclude
È onesto anche sul futuro:
«Magari con un figlio, con un mutuo, non mi basterà più questo lavoro, diventerà troppo rischioso, e dovrò tornare al posto fisso».
L’argomento che potrebbe farlo restare
È una considerazione sul tempo che vale per molti genitori:
«Il lavoro stabile mi porta via comunque molto tempo anche dai miei figli. Avere un lavoro del genere magari mi fa viaggiare, però quei tre giorni, e poi la settimana successiva sono sempre a casa».
La conclusione. «Ad oggi non vorrei tornarci. Sono molto felice di questa vita, sono veramente grato. Però mai dire mai».
Domande a raffica
Il posto più sopravvalutato
Due risposte: Bali — «piuttosto che andare a Bali, esplorate l’Indonesia e le isole vicine» — e la Lapponia, che liquida così:
«Tutti vanno in Lapponia. È un deserto di alberi e neve. Se volete andare nel circolo polare artico a vedere l’aurora boreale: Lofoten, Norvegia, Islanda».
Il posto più sottovalutato
È la risposta migliore della sezione:
«Casa tua. Tendiamo costantemente a guardare lontano e non ci guardiamo mai vicino, ma abbiamo dei posti bellissimi vicino casa».
E precisa che non vale solo per l’Italia: «In tutto il mondo i posti più sottovalutati sono quelli vicino casa».
Una cosa nello zaino di cui non può fare a meno. La macchina fotografica.
Caldo o freddo? Freddo.
Il consiglio di viaggio peggiore. «Quei video che dicono: i cinque posti imperdibili. Sono le cose peggiori, perché non formano minimamente le persone».
La cosa più stupida che ha fatto
È il racconto più autocritico della puntata:
«Mi son fatto caricare facendo l’autostop di notte in Indonesia, in un furgone bianco senza nessun brand, da una ragazza».
La ragione: era lontanissimo da dove doveva essere e non si era premurato di guardare come tornare.
«Camminavo letteralmente in mezzo alla strada. Il traffico è infernale, le strade non sono illuminate. Questa ragazza ha avuto pietà di me, ma poteva tranquillamente uccidermi. E io sono entrato in quel van a occhi chiusi».
Il pasto più assurdo. Carne di yak in Tibet. E ammette: «è stata buonissima».
La paura più grande quando è solo nel nulla
È la risposta più poetica della puntata, e non riguarda gli animali:
«Mi fa tanta paura il silenzio che si ha in alta montagna. Quando sei tanto in alto, tremila o quattromila metri, non ci sono uccelli, magari non c’è nemmeno il rumore dell’acqua».
E la definisce così:
«Lì c’è il silenzio assordante, e ti senti veramente solo».
La paura vera, precisa: «Di perdermi, che mi capiti qualcosa, che non mi trovi più nessuno».
Sugli animali
Un’osservazione equilibrata: ha avuto paura dei lupi visti da lontano un paio di volte, ma «tendenzialmente gli animali hanno paura di noi come noi abbiamo paura di loro».
Botta e risposta
- Mare o montagna? Montagna
- Zaino o valigia? Zaino
- Più pericoloso il freddo o la gente? La gente
- Posto fisso o ignoto? Ignoto
- Se dico casa? La persona che amo
- Se dico freddo? Islanda
- Foto o esperienza? «Per me non esiste l’una senza l’altra»
- La comodità? «Nemica. La più grande nemica del tempo odierno»
- Una cosa più importante dei soldi? L’esperienza
- Si può vivere così per sempre? «Sì, con accortezze»
- Vale la pena mollare tutto? Sì
- Cos’è viaggiare, in una parola? Vivere
La Domanda Finale
Come in ogni puntata, la chiusura è sull’istante dopo aver chiuso gli occhi per l’ultima volta.
La risposta
«Secondo me non è finita. Secondo me c’è qualcosa oltre alla vita terrena».
Aggiunge che lo affascina la reincarnazione, e ci crede.
Ma poi arriva la parte migliore
All’intervistatore che gli chiede di descrivere quel niente, Kappa risponde con una parola:
«Pace assoluta».
La condizione che pone
Ed è qui che il cerchio si chiude con Giovanni e con la signora che voleva girare il mondo:
«Questa vita è fatta per essere vissuta, e devi arrivare alla fine sereno, contento, in pace con te stesso, per essere stato una buona persona e per aver fatto il massimo che potevi».
La formula:
«Arrivare alla fine della vita e fare un respiro di sollievo: ok, ho fatto tutto quello che volevo fare».
Il paragone che nessuno si aspetta
È il migliore della puntata, e arriva dal suo passato da giocatore:
«È un po’ come quando platini un gioco e fai tutte le side quest, e dici: hai finito. Ti dispiace, ovviamente. Però le cose belle finiscono, ed è giusto che finiscano, altrimenti non sarebbero belle, sarebbero noiose».
È la stessa logica dei suoi pazienti, rovesciata. Loro sono arrivati alla fine con le side quest incompiute. Lui vuole arrivarci a gioco completato.
Glossario
- Acceleratore lineare — Macchinario che eroga radioterapia tramite raggi X accelerati.
- Radioterapia — Trattamento oncologico che utilizza radiazioni ionizzanti.
- Centraggio — Posizionamento preciso del paziente tramite tatuaggi o marker, essenziale per colpire il bersaglio e non i tessuti sani.
- Maschera termoplastica — Dispositivo di immobilizzazione modellato sul paziente.
- Spurgo radiologico — Periodo di ferie obbligatorie consecutive previsto per gli operatori esposti a radiazioni.
- Elopement — Servizio fotografico e video che ricrea una fuga d’amore, tipicamente in location naturali.
- Guscio — Giacca impermeabile e antivento.
- Tenda da tetto — Tenda montata sul tetto del veicolo, rialzata dal suolo.
- Overtourism — Sovraffollamento turistico con conseguenze sull’ambiente e sulle comunità.
- RAW — Formato fotografico non compresso che richiede editing.
Domande Frequenti
Cosa faceva prima? Tecnico di radiologia. Due anni in radioterapia a Modena, cinque o sei anni a Lecco tra pronto soccorso, sala operatoria, radiologia e mammografia.
Perché ha lasciato? Non per stanchezza né per il Covid. Perché si sentiva bloccato: nessuna crescita, e il vincolo delle ferie gli faceva perdere opportunità.
Quanto tempo ha impiegato a decidere? Un anno esatto tra la decisione e le dimissioni, anche per dare tempo ai genitori di abituarsi.
Aveva una rete di sicurezza? No. Ma aveva zero debiti, nessuno a carico, era in affitto e aveva risparmiato. E aveva appena cambiato macchina.
Viaggiare in tenda costa meno? Non all’inizio. C’è un investimento in attrezzatura significativo. Conviene solo se l’obiettivo è viaggiare molto nel tempo.
Si può lavorare viaggiando? Si può, ma è più complesso di quanto si racconti. Nel suo caso i clienti sono in Italia e la posizione geografica conta.
Qual è l’errore più grosso di chi si ispira ai social? Non documentarsi. Non capire quanta fatica e quale attrezzatura servano per arrivare dove si vede una foto.
Cosa porta sempre? Assicurazione annuale, calzature adeguate, guscio impermeabile, acqua e cibo essenziali, un dispositivo di emergenza. E dice sempre a qualcuno dove sta andando.
Qual è il lato oscuro del mollare tutto? La perdita della stabilità, e la necessità di affrontare le proprie paure. Lavora più di prima e guadagna meno.
Tornerebbe indietro? No, e non vorrebbe tornare al posto fisso. Ma non lo esclude se dovesse avere figli e un mutuo.
Conclusioni: la lista di Giovanni
Questa puntata funziona per una ragione che non ha nulla a che vedere con i viaggi.
Kappa non ha mollato tutto perché gli piaceva la montagna. Ha mollato tutto perché per anni, ogni mattina, ha visto entrare persone che avevano rimandato la propria vita a un momento che non è arrivato.
La frase che le riassume tutte. «Vedevo questa gente che aspettava di vivere».
Le tre cose che restano
Il vincolo autoimposto. Una foto al giorno, in RAW, con la reflex. È il metodo con cui ha imparato un mestiere, e funziona per qualsiasi cosa.
Il rischio e l’ansia. Il suo ragionamento è il più interessante della puntata: il cervello è fatto per gestire il rischio, e quando non ce n’è se lo inventa. Vale la pena rileggerlo.
Di’ a qualcuno dove vai. È il consiglio più banale e il più ignorato, e Kappa segnala che su questo non si fa abbastanza informazione.
La cosa più onesta che dice
Viene da uno che vive di contenuti sui viaggi, ed è il contrario di ciò che gli conviene:
«Non guardate me. Guardatemi per essere ispirati, ma non pensate che sia facile come sembra».
E la sua ammissione sul lato oscuro:
«Non è quel sogno che ti vogliono vendere. Non è per tutti».
E la domanda che ti lascia. «Tu veramente a trent’anni vuoi riposarti? Sai quanto tempo avrai per riposarti?»
Contatti
Francesco Capaccioni, in arte Kappa, è videomaker e content creator specializzato in outdoor e sport. Lavora con brand, aziende ed enti del turismo, e realizza servizi per matrimoni, elopement e proposte di matrimonio.
È cofondatore di Wild Dream Elopement, progetto dedicato a servizi video e fotografici per fughe d’amore in location naturali, con base tra il Lago di Como, le Dolomiti e la Costiera Amalfitana.
Trovi tutti i suoi social e il sito del progetto nella descrizione dell’episodio su YouTube.
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