Episodio 29 — Elisa Piccicuto: Non Puoi Riempire Qualcosa da una Tazza Vuota

Da magazziniera separata a coach: fitness femminile, senso di colpa e la differenza tra essere magre ed essere forti

«Se tu chiedi a una bambina di sei anni chi sei, non ti dice: sono la figlia di. Ti dice: mi piace danzare, da grande voglio fare la ballerina».

«Se lo chiedi a una donna di cinquant’anni, ti dice: ho due figli, e sono nati col parto cesareo».

Elisa Piccicuto ha quarantun anni e un corpo più forte di quando ne aveva venti. Ma non è il corpo la cosa che ha cambiato di più.

Era una magazziniera separata, con una figlia piccola e un affitto da pagare. Non ha aspettato il momento perfetto: ha iniziato nel mezzo della tempesta.

La ventinovesima puntata di Paracadute Podcast è la più lunga della serie, e doveva parlare di allenamento. Finisce per parlare di identità, senso di colpa e di cosa vuol dire, per una donna, tornare a mettersi al centro.

Nota redazionale. L’articolo riporta il contenuto della conversazione. Alcune affermazioni riguardano alimentazione, ormoni e menopausa: sono l’esperienza professionale dell’ospite e non sostituiscono un parere medico. Dove utile, il testo lo segnala. Le citazioni sono state ripulite dagli intercalari senza alterarne il senso.

Chi è Elisa Piccicuto

Elisa Piccicuto ha quarantun anni ed è coach specializzata nel fitness femminile.

Il percorso

Lavorava nella logistica, in magazzino, su turni. Si è formata presso un’accademia di fitness specializzata nell’ambito femminile, e da lì ha costruito la propria attività.

Il Military Coach

Per anni si è specializzata nella preparazione di militari e aspiranti militari, diventando la prima in Italia a occuparsene in modo dedicato. Oggi è tornata al fitness femminile, che era il suo punto di partenza.

Come lavora

Segue le clienti con percorsi personalizzati, tipicamente semestrali o annuali, con un team che comprende coach, preparatori atletici, nutrizionisti e uno psicologo specializzato in disturbi alimentari.

I libri. Ha scritto Protocollo Militare insieme al marito Simone Ponti, ospite dell’episodio 26 di questo podcast. Sta scrivendo il secondo, dedicato alle donne.

La prima cosa che fa la mattina

La domanda d’apertura chiede cosa faccia per sé prima di pensare agli altri. E la risposta smentisce le aspettative, cosa di cui è consapevole.

«Si aspetterebbero da me delle risposte tipo bagno ghiacciato, doccia fredda, respirazione. In realtà la prima cosa che faccio al mattino è farmi coccolare».

Il rito

Da otto anni, ogni mattina, il marito le porta il caffè a letto.

«Mi lascio coccolare da questi dieci, venti minuti in cui tutto è molto lento, e mi concedo di ricevere ancora prima di iniziare a dare, performare, produrre».

Come è nato

Al contrario di come si potrebbe pensare. Quando si sono conosciuti, era lei a lavorare su turni: montava alle 6 o smontava di notte, e lasciava il caffè pronto in tavola con una tovaglietta di carta e un pensiero scritto.

Poi i turni sono cambiati, e il gesto si è invertito.

La tradizione

Il dettaglio più tenero è che non è un’invenzione: il padre di Simone portava sempre il caffè a letto a sua madre. Lui ha continuato.

Vale la pena notare che il verbo scelto per la propria giornata non è iniziare, ma ricevere. È anticipatorio di tutto il resto della conversazione.

Il magazzino, la separazione, la figlia piccola

È la parte della storia che rende credibile tutto ciò che dirà dopo, e Elisa la racconta senza abbellirla.

Il lavoro

Lavorava in un magazzino, nella logistica. E la valutazione che ne dà è onesta in entrambe le direzioni:

«L’unica cosa di positivo che aveva questo lavoro è che aveva uno stipendio abbastanza buono».

Quello stipendio, in una fase in cui si era appena separata con una bambina piccola, le ha permesso di ripartire e prendere un appartamento in affitto.

Perché non bastava

«Era un lavoro poco stimolante, poco motivante, un ambiente abbastanza sterile. Per me era diventato veramente una fatica e basta».

E aggiunge subito la precisazione che le sta a cuore, e che ripeterà:

«Non per il lavoro in sé, perché tutti i lavori sono super dignitosi e vanno benissimo».

Come si è formata

È il dettaglio che dà il metro della sua determinazione:

«Io smontavo dal turno notturno, andavo prima in palestra, e poi dopo andavo a casa e magari mi riposavo».

Lavorava, studiava e si allenava. Con una bambina piccola, da sola.

La frase che chiude la sezione

È la sua legittimazione a parlare, e la usa esattamente così:

«Sono passata per tutta quella fase di non ho tempo, sono stanca, ho i bimbi piccoli, sono sola».

Il gruppo Facebook da cui è nato tutto

Prima di essere un lavoro, è stato un gruppo chiuso su Facebook, quando Instagram ancora non si usava.

Il nome. Diario di una mamma in forma.

Cosa ci faceva

Condivideva semplicemente i propri allenamenti e le proprie ricette. E il ricordo che ne ha la fa ridere:

«Se ripenso ai video che facevo è imbarazzante rispetto a quelli che faccio adesso. Ma muovevo i primi passi».

Il contesto

È un dettaglio storico che vale la pena registrare:

«All’epoca non c’erano ancora le fitness influencer. I social venivano usati proprio per cazzeggio».

Cosa è successo

Le domande che ha iniziato a ricevere non erano sull’allenamento:

«Elisa, insegnami come fai, dimmi come fai la spesa, come fai a far mangiare le mele a tua figlia anziché la merendina, come fai a trovare l’energia per andarti ad allenare dopo il turno di notte».

La scoperta

È il momento in cui capisce di avere qualcosa da vendere, ed è formulata bene:

«Cose che per me erano abbastanza naturali e facili, avevo capito che per tante altre donne erano veramente una difficoltà. Io semplificavo dei passaggi che per le altre risultavano difficili».

L’onestà sul seguito iniziale. «Mi seguivano solo le mie cugine e le mie amiche».

Dove ha imparato a vendere

È un passaggio che spiega perché la sua attività ha funzionato, e viene da un lavoro precedente che sembra non c’entrare nulla.

Il centro estetico

Prima che nascesse la figlia lavorava in un centro estetico che le pagava la formazione.

«Il fine settimana, anziché riposare, si andava a fare formazione».

Cosa ha imparato

L’elenco è sorprendentemente strutturato per un centro estetico:

  • Individuare una nicchia
  • Individuare un problema in quella nicchia
  • Marketing
  • Vendita
  • Soddisfare le aspettative del cliente

Come si è ricomposto

È la sua descrizione del percorso, e vale per chiunque abbia fatto lavori apparentemente scollegati:

«Sono stati veramente tanti pezzettini del puzzle che si sono messi insieme. E alla fine l’ultimo pezzettino è stato: apro questo gruppo dove parlo di quello che mi piace».

Come nasce il Military Coach

È la parte più cinematografica della storia, e succede tutto in tre o quattro mesi.

Il problema

L’accademia che frequentava come utente aveva aperto un percorso di certificazione per diventare coach. Costo: circa tremila euro.

Elisa era separata da poco, con una bambina, un affitto e un lavoro che le faceva schifo.

Cosa è successo

Nello stesso periodo conosce Simone, che stava per partire in missione in Kosovo. E lui le dice una cosa che lei non si era ancora detta:

«Secondo me la tua strada è questa. Molla quel lavoro che ti fa schifo. Sei bravissima nell’allenamento e nell’alimentazione, e sei brava a comunicarlo agli altri, a semplificare cose difficili».

Perché ha contato

La sua spiegazione è precisa e riguarda un meccanismo che vale per chiunque:

«Il fatto che lui c’abbia creduto e l’abbia detto a voce alta mi ha fatto dire: ok, allora ce la posso fare, lo devo fare».

Il prestito

Simone le presta i tremila euro con una formula che vale la pena riportare:

«Se lo accetti come un regalo, ben venga. Se me li vuoi ridare perché ti fa piacere non sentirti in debito, me li ridai. Per me è indifferente».

Come nasce l’idea

Simone parte per il Kosovo. E lì si crea la situazione che genera tutto: aveva tanto tempo per allenarsi in una palestra ben attrezzata, ma nessuna strategia alimentare, perché c’era solo la mensa. Non poteva scegliere cosa mangiare né pesare il cibo.

L’agenda

È il dettaglio più bello del racconto:

«Io avevo la mia agenda Smemoranda, perché durante la giornata prendevo appunti su cosa raccontargli la sera. Ho una pagina del 2018 in cui c’è scritto: coach dei militari, military coach».

Il risultato

Studia un approccio alimentare per la mensa, e Simone torna dal Kosovo in condizione nettamente migliore di quando era partito, pur partendo già da una buona base.

Da lì il ragionamento:

«Se ne hai avuto bisogno tu, che non partivi da zero, sicuramente è un aiuto che può servire a tanti altri tuoi colleghi».

Il pregiudizio della naia

Alla domanda se ci siano stati momenti difficili, Elisa dà una risposta netta sulla motivazione:

«Mai, ti giuro, mai neanche un’ora di una giornata perdere la motivazione. Zero».

Ma una cosa l’ha dovuta combattere

Il pregiudizio dell’ambiente militare. E la descrizione della situazione è concreta:

«Una donna civile di un metro e settanta e cinquanta chili, quindi molto magra, con poca massa muscolare, che pretendeva di allenare soldati».

Cosa ha ricevuto. «Me l’hanno dette cotte e crude, andando anche sul personale».

La sua risposta

È la parte migliore della sezione, ed è sia irritata sia legittima:

«Fatelo voi. Siete uomini, siete militari, siete più grossi di me, fatelo voi. Non ci avete mai pensato. Alla fine sono stata la prima a farlo, quindi un po’ di merito datemelo».

La strategia. «Basta andare avanti per la propria strada, perché tanto poi le soddisfazioni arrivano, i risultati arrivano, e le malelingue in qualche modo le zittisci».

Le due competenze che le sono servite di più

Alla domanda su quale skill l’abbia aiutata di più, ne indica due, più un prerequisito.

Il prerequisito. Lo chiama con una parola sua, e ricorrerà nella puntata: la cazzimma. Senza quella, dice, difficilmente si resta costanti.

Competenza uno: l’ascolto

E la definizione che ne dà è molto più precisa di quanto la parola suggerisca:

«La capacità di ascoltare veramente chi parla con te per capire di cosa ha bisogno. Quindi non per capire cosa rispondere, ma per capire le loro necessità ed esigenze».

Competenza due: la vendita

Ed è qui che ribalta un’accezione negativa:

«Vendere non si intende vendere e incassare. Vendere vuol dire sapersi vendere, saper vendere una propria idea, un proprio punto di vista».

Gli esempi che porta sono domestici:

«Ci si vende continuamente con i figli, ci si vende con i mariti, ci si vende con i colleghi».

Cosa dice alla figlia

«Impara a vendere, e sicuramente non morirai mai di fame».

E la ragione non è economica:

«Se tu sai ascoltare e ti sai vendere bene, migliori le tue relazioni, migliori il rapporto con te stessa e con gli altri».

Perché le donne arrivano esauste

È il cuore della puntata, e la diagnosi è precisa.

La prima correzione. «Arrivano esauste. Esauste non soltanto fisicamente. Non sono stanche fisicamente, sono stanche mentalmente».

La causa

«Nel fare tutte quelle cose perdono di vista le loro necessità come donne, come individuo, prima che come mamma, come moglie, come figlia, come dipendente».

Il meccanismo

La sequenza che descrive è quella di chi non riesce a dire di no:

«Ci si ritrova ad aiutare gli altri, a non saper dire di no, a dire sempre di sì, a voler mettere le pezze ovunque. Mentre poi alla fine ci ritroviamo noi con le pezze».

Il punto che spesso non si dice

È il passaggio più duro, e riguarda le aspettative:

«Nessuno ti dà una medaglia come mamma dell’anno. Eppure tu lo fai con la migliore delle intenzioni, perché vuoi essere brava in ogni ruolo che ti sei costruita».

Il collegamento con il corpo

Ed è qui che il tema del fitness diventa altro:

«Quello che loro vedono nello specchio non è altro che il risultato di come trattano se stesse».

E l’osservazione che segue è ancora più ampia:

«Il come tu tratti te stessa condiziona anche il come tu permetti agli altri di trattarti».

La difficoltà reale. «Sanno che vogliono rimettersi al centro, ma non sanno come fare, da dove partire».

La tazza vuota: essere più egoiste

È l’immagine che dà il titolo a questo articolo, ed è la risposta di Elisa a chi teme di essere egoista.

L’immagine. «Non si può riempire qualcosa da una tazza vuota. Se tu sei esausta, cosa dai?»

La precisazione

«Sicuramente dai un aiuto, ma non sarai mai davvero presente, non sarai mai davvero centrata, non sarai mai davvero calma nell’aiutare qualcuno se tu stessa sei in emergenza».

Il confronto con come è cresciuta

È un passaggio delicato, perché non giudica sua madre:

«Io sono cresciuta con una mamma che diceva: venite prima di me. E lo capisco cosa intendeva, perché sono madre».

E ammette senza esitazione che per la figlia si butterebbe di sotto.

Ma

Ed è qui che introduce la distinzione utile:

«È fin troppo scontato. Bisogna vedere nella vita reale cosa posso fare per mia figlia, e cosa posso fare per me stessa per aiutare anche un domani, e non subito, mia figlia».

Cosa insegna alla figlia lasciandola

È l’argomento più forte che porta, e lo dimostra con una storia personale.

Il ragionamento

«Se tu fai vedere a tua figlia che ti prendi cura di te stessa, ti metti al primo posto, ti ritagli del tempo per te, capiscono che ogni persona può essere centrata e felice vivendo gli altri come un valore aggiunto, ma non utilizzando gli altri come l’unico valore che hanno».

La frase che riassume. «Mia figlia sa anche che io sono felice anche quando lei non c’è».

La vacanza studio

La storia che porta come prova è un sogno d’infanzia realizzato tardi.

Da bambina sfogliava i cataloghi cartacei delle vacanze studio all’estero, e sua madre le diceva: «Vai, sfogliali, ma non ci potrai mai andare».

Due anni fa ci è andata: quattro settimane negli Stati Uniti.

Cosa le ha detto la figlia al ritorno

È il momento più toccante della puntata:

«Mamma, mi sei mancata, ma io sono troppo contenta per te, perché so che è una cosa alla quale tenevi».

Cosa produce

La conclusione che ne trae riguarda il futuro della figlia:

«Loro possono essere bravi, capaci e felici senza la tua presenza continua e costante. E questo porta a crescere dei figli centrati, che non vanno a cercare di accontentare gli altri per sentirsi apprezzati».

«Chi sei?»: la perdita di identità

È il passaggio più incisivo dell’intera puntata, e funziona per contrasto.

Una bambina di sei anni

«Non ti dice: ciao, sono Elisa e sono la figlia di. Ti dice: ciao, sono Elisa, mi piace danzare, da grande voglio fare la ballerina».

Una donna di cinquant’anni

Elisa riporta cosa le scrivono davvero in chat quando chiede «parlami un po’ di te»:

«Ho cinquant’anni, ho due figli, e sono nati col parto cesareo».

La sua osservazione. «Non mi dicono qualcosa di loro, perché negli ultimi anni hanno vissuto solo in funzione del ruolo di madre».

La distinzione che fa

Non è una critica alla maternità, e lo chiarisce bene:

«Quando si hanno figli piccoli è normale che per un periodo ci si assorba. Ci sta, è un cambio di vita veramente importante. Ma è un periodo».

Il problema nasce dopo:

«Che tu hai cinquant’anni e figli di quindici, diciotto, dieci anni, secondo me non è sano identificarsi solo come mamma di».

L’ordine che propone. «Sei sempre prima donna. Se stai in equilibrio come donna, allora sarai brava anche nel ruolo di madre, di moglie, di figlia, di amica».

Il senso di colpa

Alla domanda su da dove venga tutto questo, Elisa individua un’emozione precisa.

La diagnosi

«La donna vive troppo il senso di colpa. Viene cresciuta con questo continuo senso di colpa».

Precisa che non è esclusivamente femminile, ma che si manifesta in ruoli e situazioni diverse.

Il meccanismo. «Si pensa sempre a voler accontentare, perché senò ci rimane male, senò chissà cosa pensa, senò chissà cosa dicono».

Il criterio alternativo

«Se tu fai le cose essendo fedele a te stessa, ai tuoi valori, ai tuoi principi, non ti deve fregare di quello che dice la gente o di come la gente ti etichetta».

Perché il senso di colpa è peggio di altre emozioni

È l’osservazione più acuta della sezione, e distingue tra dolori utili e dolori sterili:

«Mentre il dolore, la sofferenza, la tristezza possono avere un risvolto positivo nella nostra vita, il senso di colpa no. Non porta mai niente di buono».

La responsabilità

E la chiude senza scaricare la colpa su chi ci ha cresciuti:

«È difficile sganciarsi da quel meccanismo, però è nostra responsabilità farlo».

Come gestisce le emozioni

La risposta è personale e ha due parti: come le vive, e come si comporta da madre.

Il metodo

«Le vivo, quindi non le combatto».

Ha imparato a capire da dove arrivano, perché l’emozione è una reazione a qualcosa che innesca un meccanismo.

Cosa ha cambiato

È la parte più utile, perché descrive un’evoluzione concreta:

«Prima le cose che mi mettevano ansia le eliminavo. Adesso no. Imparo a capire perché mi mettono ansia, e pianifico».

L’esempio in diretta

Usa il podcast stesso come caso:

«È una cosa che non ho mai fatto, e mi metteva un po’ d’ansia da prestazione. Anni fa magari non avrei accettato di farlo».

La tecnica

  1. Prepararsi, per non arrivare del tutto impreparata
  2. Pensare al dopo, cioè alla soddisfazione che si proverà avendo affrontato la cosa

Perché evitare non funziona

«Cosa succede? Che tu lo aggiri in quel momento, ma tanto si ripresenterà. E più tu non l’affronti, più si ripresenta in maniera più frequente e più difficile da gestire».

Il principio generale. «Se pensi all’emozione che provi solo in quel momento o nel brevissimo termine, non concludi mai niente».

Da madre

Il ritratto che dà di sé è volutamente contrastante:

«Ho un forte istinto materno, ma al contempo non sono morbosa».

Non è mai stata gelosa della figlia, l’ha sempre lasciata volentieri, non ha mai fatto mille telefonate a chi la teneva.

Il risultato

La figlia ha fatto la sua prima vacanza da sola, dormendo fuori una settimana, a sei anni.

«Probabilmente il fatto di avere una madre serena, non morbosa, non apprensiva, ha creato serenità e fiducia in se stessa e negli altri anche per lei».

Come lavora con chi si rivolge a lei

Il primo passo

Domande. Ma non per curiosità:

«Ascoltare le risposte ti fa capire chi è davanti, quali sono le sue difficoltà, non solo pratiche, ma anche le aree di miglioramento personali».

Cosa significa personalizzato

È la correzione più utile che fa a un termine abusato:

«Personalizzato non vuol dire solo che esercizio ti faccio fare in palestra per alzare il gluteo. La personalizzazione sta nel capire chi ho davanti, quali sono gli scogli, le difficoltà, i limiti».

La domanda che si pone

«Cosa ti ha limitata negli anni e ti ha portato alla situazione attuale? E cosa posso fare per far sì che questa volta diventi non solo un percorso, ma un nuovo stile di vita

Il criterio sull’alimentazione

È la parte più concreta:

«Un’alimentazione non deve funzionare tre mesi e poi la abbandoni e ritorni al punto di partenza. Funziona quando la sposi, quando diventa una cosa che puoi mantenere sempre».

E l’esempio che porta è sociale, non nutrizionale: poter andare a cena fuori, portare la figlia a mangiare un gelato, non dover dire di no a un compleanno.

Sovrappeso, genetica e responsabilità

È il passaggio più delicato della puntata, e Elisa lo affronta con equilibrio.

Cosa riconosce. «Oggettivamente ci sono donne che hanno una genetica un po’ più sfavorevole di altre. Questo è inutile negarlo».

Ma il contesto pesa

«Il contesto sociale e familiare in cui viviamo condiziona molto la nostra crescita e il come la nostra genetica si manifesta».

Cattiva alimentazione, cattive abitudini, stress alto: possono produrre una fisicità diversa da quella che la genetica prevedeva.

Il rifiuto del giudizio

È il punto più importante, e Elisa lo dice esplicitamente:

«Non c’è da sentirsi più brave perché io sono più magra o perché mi sono sempre allenata. Ognuno ha avuto la sua vita, la sua infanzia, la sua famiglia. Non sta a noi giudicare».

Ma anche il rifiuto della resa

«Non vorrei che la utilizzassero come una resa».

La riformulazione che propone:

«Non utilizzarla come una scusa, ma come un punto di ripartenza».

Cosa è realistico

È onesta anche sui limiti:

«Se sono una persona con sessanta chili di sovrappeso, non potrò raggiungere il fisico della ragazza che è sempre stata snella. Ok. Però posso migliorare».

Cosa intende per migliorare

È l’elenco che smonta l’idea che si parli solo di estetica:

  • Migliorare l’autostima
  • Vincere la pigrizia
  • Svegliarsi più energica anziché «sotto a un treno»

«L’estetica è veramente l’ultima cosa. È l’effetto collaterale positivo che arriva da tutto il percorso di miglioramento».

Perché le sta a cuore

Il motivo che dà è personale e verrà spiegato più avanti:

«Non posso essere contenta di vedere una persona in sovrappeso, che comunque ha più rischio di malattie. E per me le malattie sono la paura più grande che io abbia».

I tre step: causa, delega, no

Sono i tre consigli che dà a chi ascolta, e sono tutti mentali prima che fisici.

Step 1: passare da effetto a causa

È il più concettuale e lo spiega bene:

«Reagire è un’azione che io faccio in base a uno stimolo che mi arriva dall’esterno. Invece dobbiamo iniziare ad agire, in base a uno stimolo interno».

Perché conta:

«Finché non facciamo altro che reagire, saremo sempre in balia dell’emergenza, dell’urgenza, dell’emozione del momento».

Step 2: imparare a delegare

È il più pratico, e affronta l’obiezione più comune.

L’obiezione: «Non sono bravi gli altri, faccio prima a farlo io».

La risposta:

«Se io non do neanche l’opportunità all’altro di fare un po’ peggio di me, ma di togliermi un peso…»

La conclusione che libera

«Tutte quelle cose che, anche se vengono fatte peggio, le puoi delegare, delegale. Non ha senso voler far tutto bene perché siamo brave solo noi».

E l’esempio della merenda è efficace:

«Lascia fare la merenda a tuo marito. Se non gli fa il pane e salmone e gli dà un biscotto, pace. Ma tu ti sei levata un peso».

Il chiedere

È una sottosezione che merita attenzione, perché smaschera un doppio standard:

«Se dici: voglio andare in palestra… ma come, lasci il bimbo per andare in palestra? Eh sì, la lascio per andare in palestra. Magari un domani non devo andare dieci volte in più dal dottore».

Per una visita medica nessuno obietta. Per la palestra sì.

Step 3: imparare a dire di no

«Dire no se il dire sì rema contro quello che tu realmente vuoi fare e ti fa stare bene».

L’esempio che porta è di una cliente che pianificava tutto, ma i piani saltavano perché la madre chiamava per essere accompagnata a fare la spesa.

«Di’ di no. Ogni tanto si può dire di no. Se ci rimane male, ci parleremo».

La separazione e i fiori bianchi

È il momento più personale della puntata, e Elisa comincia con un chiarimento generoso.

Sulla prima relazione

«Non perché la prima relazione fosse sbagliata. Assolutamente. Ci siamo amati tantissimo, è stata una storia bella. Non potevo scegliere un padre migliore per mia figlia».

Cosa era successo. «Evidentemente ero molto giovane e mi ero ritrovata in dieci anni in una situazione che non sapevo gestire».

I fiori bianchi

È il dettaglio che descrive uno stato mentale meglio di qualsiasi spiegazione.

Nella nuova casa doveva scegliere dei fiori per il balcone. E non riusciva a scegliere il colore.

«Ero talmente in confusione, e volevo veramente solo pace, serenità. Poi ho detto: li scelgo bianchi, perché almeno il bianco è il neutro, e da lì poi riparto».

E ha fatto lo stesso per gli asciugamani e per le lenzuola.

«Sembra una cavolata, ma non lo è».

Il rimpianto

Alla domanda su cosa cambierebbe tornando indietro, la risposta è netta e non riguarda la separazione:

«Vorrei tornare indietro per fare tutto questo lavoro di crescita personale su me stessa almeno dieci anni prima. Perché veramente mi ha svoltato la vita».

L’osservazione che chiude

«La vita professionale è un po’ come il risultato estetico. Non sono altro che la dimostrazione di quello che sei riuscito a fare con la testa».

Perché non arriva mai a litigare

È la sezione più sorprendente della puntata, e la figlia la conferma in diretta.

L’affermazione

«Io credo che mia figlia non mi abbia mai visto urlare».

E dal fuori campo arriva la conferma: a quasi quattordici anni, non l’ha mai vista arrabbiata.

Perché

La ragione non è il carattere:

«Proprio perché ho fatto tutto questo lavoro a monte, non aspetto che il vaso sia pieno».

Il metodo

Quando qualcosa non le piace, prende il telefono o invita a sedersi, e lo dice apertamente. Ma con una precisazione fondamentale:

«Comunicare non vuol dire dire così come mi viene quello che penso. Perché quello è un mio problema, non è un problema dell’altro».

La responsabilità. «È mia responsabilità capire perché quella cosa mi fa arrabbiare, e trovare una soluzione».

Il difetto della comunicazione sfogo

È l’osservazione più utile della sezione:

«Se tu dici a tuo marito: tu non mi aiuti mai, la sera arrivi e ti sdrai sul divano… ok, l’hai detto. Ma non hai risolto niente, perché il giorno dopo siamo punto e a capo».

Cosa serve invece. «Devi metterti al tavolino e trovare con l’altro una soluzione, e chiedere all’altro come ti può aiutare».

Il rischio di non farlo. «A volte per una cosa detta in malo modo può finire una relazione che poteva essere bellissima».

Il collegamento

E qui il cerchio si chiude con il tema centrale:

«Se io sono sempre affaticata, diventa difficile prendersi il tempo per comunicare con l’altro e trovare una soluzione».

Una donna esausta non ha le risorse per comunicare bene. E la comunicazione è ciò che impedisce ai problemi di accumularsi.

«Inizio quando avrò tempo»

È la frase che sente più spesso, e la risposta è controintuitiva.

L’errore. «Molte aspettano che tutto vada bene per iniziare a fare qualcosa di nuovo. In realtà è il contrario».

Il ragionamento

«Se tutto va male è perché probabilmente le cose che fai ti hanno portato in quella situazione. Quindi è proprio in quel momento che io devo iniziare a fare le cose fatte bene».

Perché la motivazione non arriva dal benessere

È l’osservazione più acuta:

«Quando va tutto bene stai sul divano e te la godi. È proprio quando tutto va male che trovi quella spinta per cambiare».

Il paragone

«È come dire: aspetto di vincere alla lotteria per comprarmi la Ferrari. Se non hai un soldo, non è che puoi puntare sulla lotteria. Devi capire cosa hai sbagliato e imparare a gestire al meglio il denaro che oggi ti entra».

La correzione sul tempo

«Non è che ti manca tempo. È che semplicemente non lo stai organizzando bene».

E la parte quantitativa è ragionevole: tre volte a settimana, quaranta minuti anche in casa. Più pasti con più proteine invece di saltarli.

«Sono veramente poche le cose da fare bene per vedere sul lungo periodo un risultato».

La conclusione. «Se ogni volta aspetti che tutto vada bene, non inizi mai. Perché mai andrà tutto bene».

Quanto tempo serve davvero

È la domanda che le fanno tutte, e la sua risposta è un ribaltamento.

Il controesempio

«Quando hai deciso di fare figli, ti sei chiesta quanto tempo avresti dovuto dedicare a loro? Quando hai deciso di sposarti, ti sei chiesta quanto tempo dovrò curare la mia relazione?»

Perché la domanda è il problema. «Se tu parti con il quanto tempo ci vuole, vuol dire che già stai pensando a quando finalmente potrai smettere».

Cosa risponde comunque

È onesta anche sul lato pratico: mostra i prima e dopo delle sue clienti, perché possono servire da riferimento realistico.

«Ci sta che il sapere che l’obiettivo non è così lontano ti dia quella spinta in più per iniziare».

I percorsi

Semestrali o annuali, con questa spiegazione:

«I primi tre o sei mesi ti servono per uscire dalla vecchia vita e dal vecchio corpo, e iniziare a entrare nel nuovo».

L’onestà sulla sala pesi

È il passaggio più disarmante della puntata, e viene da una che ci vive:

«Lo so che è noioso andare in sala pesi. A me mi fa schifo allenarmi con i pesi. Io vengo dalla danza».

E la ragione per cui ci va comunque:

«Ci vado perché mi piace il risultato che mi dà in termini di forza, di salute, di estetica e di soddisfazione personale».

Chi è meglio che non inizi

La domanda era sulle caratteristiche di chi riesce. Elisa la ribalta e risponde su chi non dovrebbe cominciare.

Il segnale. «Quelle che mi dicono: mah, non lo so, ci provo, non so se ce la faccio».

Perché. «Se tu credi che non ce la farai, sicuramente avrai ragione e non ce la farai».

Cosa serve invece

«Devi iniziare con la sicurezza di dire: ce la farò, costi quel che costi. Se non è tra un mese, non è tra tre mesi, sarà tra un anno».

Il limite della motivazione esterna

È una precisazione professionale importante:

«Io posso motivare, mi piace. Ma poi ti deve venire da dentro questa fame. Trovala dove ti pare, che sia un senso di rivincita, non importa. Trova quella leva».

Il secondo libro

Il primo

Allenamento Protocollo Militare, scritto con il marito. Lei ha curato le parti su allenamento e alimentazione insieme al nutrizionista del team, lui i capitoli storici e più tecnici.

Il secondo. Sarà «tutto rosa fucsia, dedicato finalmente alle donne», e segna il ritorno alle origini.

Il messaggio che vuole lasciare

È la sintesi di tutta la puntata:

«Alimentazione e allenamento sono strumenti necessari. Ma il vero cambiamento è quello che arriva a livello personale».

E la conseguenza:

«Se io non cresco personalmente, il mio fisico non avrà mai un miglioramento definitivo. Posso migliorare in sei mesi, ma se non faccio un lavoro su me stessa, quel risultato non sarò mai in grado di mantenerlo».

La menopausa ti presenta il conto

È la sezione tecnicamente più interessante, e smonta un alibi molto diffuso.

L’errore comune. «Da quando sono andata in menopausa ho preso dieci chili».

Cosa riconosce

Elisa non nega la fisiologia:

«Sicuramente il nostro corpo cambia, non siamo più quelli di prima a livello ormonale. Nessuno sta qui a negarlo».

Ma

La riformulazione è la parte migliore:

«La menopausa cosa fa? Ti presenta il conto. E quel conto non è altro che la somma di tutte quelle cattive abitudini che ho avuto negli anni precedenti».

Siccome arriva intorno ai cinquant’anni, quel conto copre venti o trent’anni.

Cosa manca di solito

«Ti sei accontentata di essere semplicemente magra, e non ti sei preoccupata di costruire».

È il muscolo, dice, che permette di non avere un declino repentino.

Il contesto generazionale

È un passaggio che rende la sua posizione più comprensiva:

«Le donne che vanno in menopausa oggi sono cresciute con quell’ideale di canone estetico. Basta vedere le top model alle quali ci ispiravamo: alte due metri, gambe lunghissime, secchissime».

Un’estetica, osserva, non raggiungibile da nessuna.

Cosa cambia oggi. «Adesso non abbiamo più scuse. Le ragazze che hanno trent’anni hanno tutti gli strumenti e tutte le informazioni per sapere cosa devono fare».

Non è mai troppo tardi

«Questo non vuol dire che se ho cinquant’anni e non ho massa muscolare io non possa rimediare. Sicuramente continuare a fare quello che hai sempre fatto non ti aiuta».

Nota redazionale: la menopausa comporta modificazioni ormonali reali con effetti su composizione corporea e densità ossea. Il punto sostenuto da Elisa — che la massa muscolare costruita prima faccia da riserva — è coerente con quanto si sa sulla sarcopenia e sull’importanza dell’allenamento contro resistenza. Sintomi e strategie vanno comunque discussi con un medico.

Muscolose, non magre

È la tesi centrale del suo lavoro, e affronta la paura più comune.

La paura. «Non voglio diventare grossa».

La risposta. «Nessuna donna da natural, allenandosi tre volte a settimana, diventa grossa. Cioè non esiste».

La correzione terminologica

È il passaggio più utile della sezione:

«Quello che voi intendete come voglio essere tonica… io non sono tonica, io sono muscolosa».

E la spiegazione:

«La tonicità non è altro che un muscolo più bello, più pieno, più compatto».

La sua osservazione finale:

«Stessa identica cosa, però una vi piace e una no».

Come si ottiene

La distinzione tecnica è chiara:

  • Con l’alimentazione si abbassa la massa grassa
  • Con l’allenamento si incrementa la massa muscolare

Il risultato: magra e tonica, cioè muscolosa.

La battuta sull’infiammazione

È la più efficace della puntata:

«Non è vero che i pesi ti fanno venire l’infiammazione. È lo spritz e la pizza che ti fanno venire l’infiammazione. Non è di certo lo squat con venti chili».

Glutei alti e pancia piatta: reale o marketing?

La domanda è onesta e la risposta è doppia.

È reale

«È reale, totalmente reale».

Ed è anche marketing, nel senso che quelle parole descrivono un desiderio reale del pubblico.

Il limite

È onesta sui vincoli genetici:

«Non tutte potranno avere l’addome squartato, come non tutte potranno avere il sedere perfetto. Ma tutte possono avere un gluteo sodo e un addome più piatto di quello che hanno con delle cattive abitudini».

Dov’è l’errore, e chi lo commette

È il passaggio più autocritico della puntata, e riguarda la sua stessa categoria:

«È sbagliato da parte di chi fa il mio mestiere non mostrare i prima e dopo delle varie clienti».

Perché

«Se io dico sempre e solo sedere alto e ventre piatto e faccio vedere solo il mio fisico, l’altra persona capisce che può ottenere un fisico come il mio».

Mostrare le clienti reali serve a far capire che ognuna ha la propria fisicità, e che ognuna migliora dalla propria.

La regola

«Nessuno può avere il corpo di un’altra persona, anche se faccio le sue stesse cose. Devi iniziare perché tu vuoi un corpo più bello, non perché vuoi il mio risultato».

Perché le diete estreme non funzionano

La riformulazione

È il modo in cui toglie la colpa alla cliente:

«Non è che non sai stare a dieta. È che nella tua vita hai sempre provato diete sbagliate. O meglio, sbagliate per te».

Il meccanismo del fallimento

  1. Ti allontanano totalmente dalla tua quotidianità
  2. Le tieni tre settimane o tre mesi
  3. Perdi cinque o sette chili
  4. Smetti
  5. Dopo un mese sei al punto di partenza

Il criterio alternativo. «Un’alimentazione bilanciata magari lì per lì dà meno risultato immediato, ma quello che ci preme è un risultato reale e duraturo nel lungo periodo».

Da dove parte una donna di quarant’anni

Cosa non fare

Le diete estreme. A quarant’anni, dice, non conviene perdere tempo con strategie che non funzionano.

I corsi di gruppo come unico allenamento. È la posizione più controcorrente della sezione:

«Sicuramente è meglio che stare sul divano, ma non ti aiuterà mai a ottenere il risultato che cerchi».

La ragione tecnica: manca lo stimolo necessario all’ipertrofia.

Percorsi separati. Fare l’alimentazione con una persona e l’allenamento con un’altra.

Cosa fare

Un team coordinato, in cui il piano alimentare sia studiato in funzione della scheda di allenamento e viceversa.

Scegliere dove: casa o palestra. E qui la sua posizione è libera:

«Non c’è un meglio o un peggio. Per ognuna di noi c’è la soluzione migliore».

Chi ha figli piccoli spesso preferisce casa. Chi sta fuori tutto il giorno preferisce la palestra.

Cosa serve, materialmente

A casa: due manubri, un bilanciere, un kit componibile.

In palestra: un rack, una panca, bilancieri, manubri. Nient’altro.

«Si può fare un grandissimo lavoro anche con poca attrezzatura, a maggior ragione se siamo principianti».

Sull’alimentazione

C’è una correzione terminologica importante:

«Mi dicono: io mangio già sano. Ok, ma io posso anche mangiare solo foglie. Non vuol dire che sia funzionale all’obiettivo».

La parola giusta è bilanciato: abbastanza proteine, carboidrati, grassi, calorie e idratazione.

Gli errori di chi si allena da sola

Errore uno: i pesetti

«Pensare di allenarsi con i pesi, e poi fanno circuiti con i manubri da due chili e le cavigliere da un chilo».

La correzione:

«Non confondere i pesetti con i pesi. I nostri muscoli sono forti, per crescere hanno bisogno di uno stimolo un po’ ignorante».

Va bene partire leggeri, ma il carico deve aumentare.

Errore due: allenarsi senza intenzione

«Non è che se faccio quindici ripetizioni, quelle quindici funzionano. Io mi devo spremere, devo sentire il muscolo che sta lavorando».

Il giudizio è severo:

«Fanno quattro leg extension tirate via, leggere. Efficacia zero. Piuttosto stai sul divano e guardati una puntata di Netflix, almeno ti rilassi».

Errore tre: mangiare poco. «Mangio poco, a volte addirittura non pranzo, pensando di fare una cosa fatta bene. In realtà facendo malissimo».

Come valutare un personal trainer

È la parte più utile per chi paga qualcuno, e le domande da porsi sono tre:

  • Ti chiede di mandare i video degli esercizi per correggerti?
  • Durante l’esecuzione ti corregge, o ti conta e basta?
  • Chiacchiera invece di concentrarsi sull’allenamento?

«Se il tuo coach non te le chiede, c’è qualcosa che non va».

E riconosce anche l’altra faccia: la cliente storce il naso se le ripeti dieci volte la stessa correzione.

Chirurgia estetica: perché ne parla apertamente

Elisa ha detto pubblicamente di essersi rifatta il seno e di aver fatto botox e filler.

Perché lo dice

«Non c’è niente di male. A parte che il seno è abbastanza visibile, quindi sarebbe anche stupido dire: no, no, il mio seno è naturale».

E aggiunge: «L’ho fatto con consapevolezza, tornassi indietro lo rifarei».

La sua posizione sulla medicina estetica

«Trovo che sia uno strumento giusto da utilizzare. Il viso, per quanto io mi possa allenare, un minimo si deteriora col tempo. Se posso migliorare, rinfrescare il mio viso, perché no?»

La simmetria

È il punto che rende la sua posizione difendibile:

«Va benissimo chi sceglie di non farlo. Ognuno è giusto che faccia quello che ritiene più giusto per se stesso».

Il dettaglio autoironico

Racconta che il botox non le dura: la dottoressa a Dubai l’ha definito «interessante» perché era la terza volta che tornava per il controllo.

«Vedo l’effetto per un mese e mezzo, poi finisce tutto lì. Quindi in realtà non ne faccio neanche così tanto».

Come risponde a «sei tutta rifatta»

La sua analisi delle critiche è la stessa che il marito applica all’odio online:

«Le critiche e le offese sono sempre un problema per chi le dice, non per chi le riceve. Se tu sei felice e in equilibrio, non c’è niente che ti spinge a dare all’altro dello sbagliato».

Il ragionamento sui numeri. «Il seno rifatto, il botox, il filler. Poi però il 90% del corpo è frutto di allenamento, alimentazione, buone abitudini».

Quando le dispiacerebbe davvero

È il passaggio più sensibile della sezione:

«Mi dispiacerebbe se una mia amica utilizzasse la chirurgia estetica perché fortemente frustrata, insoddisfatta, insicura, e non trovasse pace nonostante qualche ritocco».

Ma se vede una persona felice, in pace, che raggiunge i suoi risultati:

«Rifatta, non rifatta, magra, con qualche chilo in più, bionda, mora… ma chi se ne frega».

Estetica e allenamento: le due facce

La domanda è ben posta: una cosa la paghi e hai il risultato, l’altra richiede impegno. Che differenza fa?

Il riconoscimento

Elisa riconosce che anche la chirurgia può avere un risvolto positivo:

«Se io ho un complesso che mi limita e dopo sto meglio perché non vivo più con quel tarlo, va benissimo così».

La differenza

Ma la distingue con precisione:

«Con la chirurgia entri in un modo e, senza alcuna fatica, hai subito il risultato».

Con allenamento e alimentazione no:

«Io posso darti l’allenamento più efficace del mondo, ma se poi tu non lo metti in pratica non funziona».

Cosa è il pagamento, allora

È un’osservazione interessante sul valore percepito:

«Quell’investimento è solo per dire: cavolo, ci ho speso, adesso mi ci impegno. Perché se te lo regalo, non lo farai mai».

La conclusione. «Non è che necessariamente devono essere una o l’altra. È bello e intelligente quando le due cose, con equilibrio, possono convivere».

Domande a raffica

Il consiglio fitness peggiore che sente dare alle donne. Due, ed entrambi falsi: che i pesi facciano infiammare, e che facciano ingrossare troppo.

Una cosa che fa ogni giorno per la mente

La risposta è inattesa e comincia con un’ammissione:

«Io sono pigra di mio, lo so che non si direbbe. Quello che faccio è smettere di rimandare. Ogni cosa che mi viene voglia di rimandare, a maggior ragione la faccio subito».

Pesi o cardio? «Pesi tutta la vita».

La scusa numero uno. «Non ho tempo».

Colazione: la salti? Sì, da sempre. Come il marito, che pure fa digiuno intermittente. La sua osservazione: «Ci siamo accoppiati bene».

Un mito sul corpo femminile da distruggere. La magrezza: l’idea che per essere belle bisogni essere secche, cioè con poca massa muscolare.

La cosa più difficile dell’essere esposta online. Il giudizio da parte di chi ti vede in un frame di otto secondi. E la sua risposta, in toscano, è sbrigativa quanto basta.

Motivazione o disciplina? Disciplina.

Due libri che le hanno cambiato la testa

Uno sulla vendita in ambito estetico, e uno sulle regole del successo. Nessuno dei due c’entra col fitness:

«Il primo mi ha svoltato a livello lavorativo, il secondo a livello personale».

La parte del corpo di cui va più fiera

È la risposta più commovente della puntata, e non riguarda i muscoli:

«Gli occhi, i miei lineamenti, il mio viso. Perché mi ricordano il mio babbo. Il mio babbo adesso non c’è più, e quando mi guardo nella fotocamera interna rivedo il mio babbo».

La cosa più costosa che le donne fanno gratis contro se stesse. «Scendere a compromessi».

Una cosa su cui ha cambiato idea

È una risposta autoreferenziale ben costruita:

«Pensavo stupidamente che una persona coerente non cambiasse idea. Invece ho cambiato proprio questa idea: cambiare idea a volte è intelligente».

La sua paura più grande

Le malattie. E la ragione è personale:

«Ho una mamma che non è mai stata benissimo. Sono cresciuta con ospedali, dottori, visite, medicine. Tutti pensano che sia l’estetica, ma io ho iniziato a curare l’alimentazione e l’allenamento proprio per prevenire le malattie che la mia mamma ha».

È il vero motore di tutto, e arriva alla fine.

Corpo o mente? Mente.

Più difficile cambiare il corpo o la testa? La testa.

Il momento perfetto esiste? «Sì». Ed è oggi.

Una cosa più forte del talento. «La cazzimma».

Cos’è per te la forza, in una parola? «Saper scegliere per se stesse, e non per gli altri, non in funzione degli altri».

La Domanda Finale

Come in ogni puntata, la chiusura è sull’istante dopo aver chiuso gli occhi per l’ultima volta.

«Io mi auguro pace e soddisfazione. E spero che ci sia la possibilità di reincarnarsi e di vivere ancora».

La ragione

È una delle frasi migliori dell’intero catalogo:

«Perché secondo me vivere è una figata. Quindi vivere una volta sola sarebbe un peccato».

Perché funziona

È coerente con tutto quello che ha detto. Una donna che ha passato due ore a spiegare che non bisogna aspettare, che il momento perfetto è oggi, e che rimandare è il vero nemico, non poteva che rispondere che una vita sola le sembra poco.

Una nota sulla coppia

Sezione redazionale.

Elisa Piccicuto è sposata con Simone Ponti, ospite dell’episodio 26 di questo podcast. Le due puntate si incrociano in più punti, e lette insieme si completano.

Cosa raccontano entrambi

Il libro scritto insieme, Protocollo Militare, di cui lui ha curato la parte storica e lei quella su allenamento e alimentazione.

La vita a Dubai, la routine, il digiuno intermittente che praticano entrambi, il sabato dedicato alla famiglia.

Dove convergono

Disciplina contro motivazione. Entrambi indicano la motivazione come sentimento volatile e la disciplina come ciò che produce risultati. Simone lo formula come autodisciplina, Elisa come cazzimma.

«Non ho tempo» è una bugia. Entrambi la indicano come la scusa numero uno, ed entrambi la riformulano come questione di priorità.

Le critiche online. Entrambi le leggono come sintomo di insoddisfazione di chi le muove, non come giudizio su chi le riceve.

Dove differiscono

Simone parte dalla struttura: routine, procedure, preparazione all’imprevisto.

Elisa parte dall’identità: chi sei, cosa hai smesso di essere, e perché il corpo è l’ultima conseguenza e non la prima causa.

Glossario

  • Ipertrofia — Aumento della massa muscolare in risposta a uno stimolo allenante adeguato.
  • Massa magra — La componente non grassa del corpo, muscolo compreso.
  • Body fat — Percentuale di massa grassa.
  • Composizione corporea — Il rapporto tra massa grassa e massa magra, più significativo del peso.
  • Natural — Chi si allena senza sostanze dopanti.
  • Alimentazione bilanciata — Adeguata in proteine, carboidrati, grassi, calorie e idratazione. Non coincide con «sano».
  • Tonicità — Termine comune per indicare un muscolo più pieno e compatto, cioè muscolo.
  • Cazzimma — Il termine che Elisa usa per la determinazione necessaria a essere costanti.
  • Rack — Struttura di supporto per il bilanciere.
  • Leg extension — Esercizio per il quadricipite, citato come esempio di gesto spesso eseguito male.

Domande Frequenti

I pesi mi faranno diventare grossa? No. Secondo Elisa, nessuna donna natural che si allena tre volte a settimana diventa grossa. Quello che si chiama tonicità è esattamente muscolo.

I pesi provocano infiammazione? No. La sua risposta: «È lo spritz e la pizza che ti fanno venire l’infiammazione».

Ho preso peso con la menopausa: è colpa sua? Le modificazioni ormonali sono reali, ma secondo Elisa la menopausa «ti presenta il conto» di decenni di abitudini. E si può comunque intervenire.

Meglio casa o palestra?

Non c’è un meglio. Chi ha figli piccoli spesso sceglie casa, chi sta fuori tutto il giorno la palestra. A casa bastano manubri e bilanciere.

Quanto tempo serve? I percorsi sono semestrali o annuali. Ma la sua posizione è che chiedere quanto tempo serve significa già pensare a quando si potrà smettere.

Non ho tempo: come faccio? Tre volte a settimana, quaranta minuti. E secondo lei il problema non è il tempo ma l’organizzazione.

Devo aspettare un periodo più tranquillo? No, ed è il punto più controintuitivo: è proprio quando le cose vanno male che si trova la spinta.

Mangio già sano, non basta? Sano non significa bilanciato. Servono proteine, carboidrati, grassi e calorie adeguati all’obiettivo.

Perché le diete che ho fatto non hanno funzionato? Perché erano troppo restrittive e insostenibili nel tempo. Non perché tu non sappia stare a dieta.

Come capisco se il mio personal trainer è valido? Se ti chiede i video degli esercizi, se ti corregge invece di contare, e se durante l’allenamento è concentrato su di te.

Conclusioni: il corpo è l’ultima conseguenza

Questa doveva essere una puntata sul fitness femminile. In due ore, l’allenamento occupa forse un quarto della conversazione.

Il resto riguarda una sola cosa: cosa succede a una donna che smette di essere qualcuno e diventa la funzione di qualcun altro.

La diagnosi. «Quello che loro vedono nello specchio non è altro che il risultato di come trattano se stesse».

La prova

Una bambina di sei anni dice cosa le piace. Una donna di cinquanta dice quanti figli ha e come sono nati.

È il test più efficace della puntata, e chiunque può farlo su se stessa in tre secondi.

Le tre cose applicabili domani

Delega, anche se lo fanno peggio. Il biscotto invece del pane e salmone è un prezzo accettabile per un peso in meno.

Smetti di rimandare. È ciò che Elisa fa ogni giorno, e lo fa proprio perché si definisce pigra.

Non aspettare che vada tutto bene. Non andrà mai tutto bene, e la spinta arriva proprio dalla tempesta.

La cosa che tiene tutto insieme

«Non si può riempire qualcosa da una tazza vuota».

Non è egoismo. È aritmetica.

E la ragione vera

Arriva alla fine, quasi di sfuggita, ed è lì da sempre: una madre malata, un’infanzia tra ospedali e visite, e la decisione di fare tutto il possibile per non arrivarci.

Tutti pensano che sia l’estetica. Non lo è mai stata.

Contatti

Elisa Piccicuto è coach specializzata nel fitness femminile. Segue le clienti con percorsi personalizzati semestrali e annuali, affiancata da un team che comprende preparatori atletici, nutrizionisti e uno psicologo specializzato in disturbi alimentari.

I percorsi comprendono programmazione di allenamento adattabile a casa o in palestra, piano alimentare con oltre 140 ricette a grammature personalizzate, e supporto continuativo.

È coautrice, insieme al marito Simone Ponti, del libro Allenamento Protocollo Militare. Sta scrivendo il secondo, dedicato interamente alle donne.

Trovi tutti i suoi riferimenti e il link al libro nella descrizione dell’episodio su YouTube.

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