Trentuno anni da paracadutista militare, la differenza tra disciplina e autodisciplina, e perché un bel fisico non è un fisico resistente
«La prima volta che ho preso l’aereo non ci sono atterrato. Praticamente sono saltato col paracadute».
Era il 1995. Simone Ponti ha servito per trentuno anni come ufficiale dei paracadutisti, e oggi, a cinquantatré anni, vive a Dubai e insegna a civili e operatori come pensare e allenarsi.
La ventiseiesima puntata di Paracadute Podcast parte da una domanda scomoda: se domani perdessi il lavoro, se la tua famiglia affrontasse una crisi, se ti trovassi in pericolo, quei muscoli che ti alleni a mostrare in spiaggia ti servirebbero a qualcosa?
È la distinzione centrale della conversazione, e Simone la riassume così: abbiamo confuso l’avere un bel corpo con l’avere un corpo resistente.
Nota redazionale. L’articolo riporta le posizioni dell’ospite, comprese quelle su temi discussi come la leva militare, la prontezza delle forze armate italiane e la percezione pubblica dei militari. Sono opinioni argomentate, e come tali vengono presentate. Dove è utile, il testo segnala che altri ospiti di questa serie sostengono posizioni diverse.
Chi è Simone Ponti
Simone Ponti ha servito trentuno anni nelle forze armate italiane come ufficiale dei paracadutisti. Ha comandato uomini e donne, ha operato in missioni all’estero e ha ricoperto prevalentemente incarichi operativi.
Ha frequentato un corso di dieci mesi presso la scuola di operazioni speciali dell’esercito spagnolo, sui Pirenei, ed è stato ufficiale operazioni.
Cosa fa oggi
Vive a Dubai con la famiglia dal 2021, dove ha spostato la propria attività.
Fa coaching one to one per militari, forze di polizia, vigili del fuoco e professionisti civili, con percorsi personalizzati che comprendono allenamento, alimentazione e mindset.
Ha scritto con la moglie Elisa il libro Protocollo Militare, e ne ha un secondo già pronto, dedicato a mindset e leadership.
Una nota per chi segue la serie. La moglie di Simone, Elisa Piccicuto, è ospite dell’episodio 29 di questo podcast, dedicato al fitness femminile. Diversi elementi dei due racconti si incrociano.
La passione nata a cinque anni sulla Firenze-Mare
L’origine di tutto è un bambino di cinque anni che pretendeva di essere svegliato in autostrada.
Il ricordo
Il padre lavorava a Cuneo, e quando tornavano a Spoleto per le vacanze percorrevano un tratto della Firenze-Mare che ancora oggi attraversa due zone lancio classiche della Brigata Paracadutisti.
«Io pretendevo ogni volta di essere svegliato, perché se c’erano i lanci dei paracadutisti ovviamente li volevo vedere».
La conseguenza
Quando parte per il servizio militare obbligatorio, la richiesta è già pronta: chiede di essere assegnato ai paracadutisti già alla visita dei tre giorni.
Finisce alla scuola militare di paracadutismo di Pisa.
Il primo lancio, e il terzo che ricorda meglio
1995
Il dettaglio che rende questa storia degli anni Novanta è anche il più bello:
«Probabilmente all’epoca era una cosa abbastanza normale: la prima volta che ho volato è coincisa col primo lancio».
Non aveva mai preso un aereo.
Le sensazioni
Le descrive con onestà come sbiadite dopo trent’anni: tensione, una certa paura dell’ignoto, ma soprattutto la dinamica della fila.
«Sei lì in fila con gli altri, quello davanti a te salta, e quindi prendi la rincorsa ed esci anche te».
Il terzo lancio
È l’osservazione più interessante della sezione, e vale per qualunque apprendimento:
«Ho un ricordo più nitido del terzo lancio. Perché avevo iniziato a capire come funzionava la cosa, ma chiaramente non sei assolutamente self-confident dopo due soltanto».
Il primo lancio lo fai perché non sai. Il terzo lo fai sapendo. Ed è lì che la prova diventa vera.
Paracadutismo militare e civile: le due differenze
La domanda nasce da un’esperienza dell’intervistatore, che a Dubai ha fatto un lancio in tandem da turista.
Differenza uno: il tipo di lancio
La stragrande maggioranza dei paracadutisti militari effettua lanci vincolati, con il classico paracadute tondo.
Il meccanismo è semplice: si aggancia il nastro di vincolo, uscendo dall’aereo il nastro si srotola e apre il paracadute.
La quota: circa 400 metri.
Differenza due: il senso del lancio
È il punto più importante e riguarda anche i lanci in caduta libera.
Si salta con equipaggiamento completo: arma, zaino, giberne, spesso di notte. E soprattutto:
«Il lancio non è fine a se stesso, è semplicemente un sistema per portare un operatore a terra, e poi da lì inizia il lavoro».
Nel civile il lancio è l’esperienza. Nel militare è il trasporto.
Cosa passa nella testa quando si apre la vela
La domanda è ingenua nel modo giusto, e la risposta è una sequenza operativa.
Nel lancio vincolato
Il tempo disponibile è di poche decine di secondi, e la checklist è questa:
- Controllo calotta — verificare che sia tutto regolare
- Giro d’orizzonte — controllare la posizione degli altri paracadutisti per evitare collisioni
- Preparazione all’atterraggio — sganciare lo zaino
- Il dopo — punto di riordinamento e missione successiva
Nessuno spazio per il panorama.
I lanci d’alta quota
Simone distingue due tipologie, ed è utile conoscerle.
Apertura alta. Si esce, si apre subito e si naviga. Serve il GPS, perché ci si può spostare anche di dieci chilometri o più dal punto di uscita.
Apertura bassa. Si esce a 4.000 metri e si apre intorno ai 1.000-1.200.
Disciplina e autodisciplina: la distinzione che cambia tutto
È la risposta più densa dell’intera puntata, e nasce da una domanda molto ampia: cosa ti ha lasciato addosso il militare?
La correzione. «È più corretto dire all’autodisciplina, perché sono due concetti diversi».
La disciplina. «La disciplina è essenzialmente qualcosa che ti viene imposta. Delle regole che ti vengono imposte dai superiori, dalla situazione».
L’autodisciplina
«L’autodisciplina è quella che ti dai te, che riesci a rispettare quando non c’è nessuno che te la impone».
E la ragione per cui te la imponi è un obiettivo a medio o lungo termine.
La frase che vale l’intera sezione. «La disciplina inizia quando finisce il comfort».
Da dove viene la sua
Simone ammette di essere partito da una buona base, e la ragione fa sorridere: prima di arruolarsi è stato per anni negli scout.
Ma non nasconde la fatica dell’inizio:
«L’impatto con la vita militare piuttosto rigida com’era all’epoca non è stato semplicissimo. I primi mesi li ho sofferti».
La chiusura del ragionamento
Arriva molto più avanti nella puntata, e vale la pena anticiparla qui perché completa il concetto:
«L’autodisciplina ti rende molto più libero di quello che tu pensi, perché se non hai autodisciplina sei schiavo dei tuoi impulsi».
«Non è una questione generazionale»
Alla domanda se noti una differenza di disciplina tra la sua generazione e quelle più giovani, la risposta è netta e va controcorrente:
«Onestamente rispetto alla disciplina non credo».
La sua posizione è che si tratti di una caratteristica individuale, in parte innata e in parte appresa, ma non riconducibile all’età.
Nota redazionale: è una posizione che Simone manterrà con coerenza in tutta la puntata, applicandola anche all’odio online. È anche uno dei punti in cui diverge dall’ospite dell’episodio 25, che invece riscontra nei più giovani una maggiore tendenza ad arrendersi.
La leva militare: perché è contrario
È la posizione più netta della puntata, e Simone la esprime senza attenuazioni.
«Sono assolutamente contrario a questo modo di dire: bisognerebbe reintrodurre la leva».
L’argomento
È una questione di competenze e di mandato:
«L’educazione dell’individuo, del ragazzo, del giovane non è un compito delle forze armate. Le forze armate hanno altri compiti. Semmai è un compito della famiglia e della scuola».
Perché questa posizione è interessante
Perché viene da qualcuno che ha passato trentuno anni in divisa e che avrebbe tutto l’interesse a difendere il valore formativo dell’istituzione.
Simone non lo fa. Distingue tra ciò che le forze armate producono in chi le sceglie e ciò per cui esistono, e sostiene che la seconda cosa non è educare.
Fisico estetico e fisico resiliente
È il tema centrale del suo lavoro attuale, e la premessa che fa è corretta:
«Intanto fate benissimo ad andare in palestra, ad allenarvi. Già è un ottimo punto di partenza».
La differenza sta nella finalità
Nel fitness ci si allena per un fine estetico o di salute.
In ambito militare si allena la capacità: continuare a operare sotto stress ambientale, sotto carichi importanti, e portare a termine la missione in quelle condizioni.
Il dato che dà sui carichi è concreto: un operatore che si muove a piedi porta addosso almeno venti o trenta chili, spesso di più.
Le condizioni
Il confronto che fa è onesto ed efficace:
«Ci si allena in palestra con l’aria condizionata, possibilmente in pantaloncini. Quando il carico è troppo alto lo abbassi, se oggi non hai voglia non vai».
La distinzione finale. «Il fitness fondamentalmente lo fai per hobby. La preparazione militare la fai per dovere».
Addestrarsi al disagio
È il principio operativo che regge tutto il resto.
«Ti addestri in situazioni che non sono quelle ottimali, perché poi in operazione non ti troverai mai in condizioni ottimali».
Il motto
Simone lo cita ammettendo che è abusato, ma difendendone la sostanza:
«Più sudore, meno sangue. Più sudi in addestramento e meno sanguini in combattimento».
La frase che lo definisce
È quella che ripete anche alla moglie, e che dà il titolo a questo articolo:
«A mio agio nel disagio».
Perché la comfort zone è un problema
L’argomento non è motivazionale ma pratico:
«Se tu vivi sempre nella comfort zone e non hai un processo di abitudine a situazioni disagiate, la prima volta che ti trovi in una situazione simile cedi».
L’esempio concreto
Il soldato che va a correre lo fa che ci siano trentacinque gradi o che piova. E le ragioni sono due, entrambe operative:
- Abituarsi a quelle condizioni
- Capire come reagisce il proprio equipaggiamento in condizioni diverse, e come adattarlo
È il secondo punto quello che raramente viene detto, ed è il più concreto.
Atleta tattico e atleta sportivo
È la distinzione tecnica più utile della puntata, e Simone la costruisce per differenze.
L’atleta sportivo. Sa quando sarà la prossima gara e si prepara in funzione di quella. Ha una stagione, un picco, un riposo.
L’atleta tattico
È il soldato, ma anche il vigile del fuoco o il soccorritore del 118. E il suo problema è strutturale:
«Non sa quando verrà chiamato a operare, né in che condizione».
Le altre differenze
- Sonno — non ha una gestione ottimale del riposo
- Alimentazione — mangia quello che ha nello zaino, e poi deve performare
- Infortuni — non ha un fisioterapista a disposizione
- Stagionalità — non esiste fine stagione, deve performare tutto l’anno
La differenza che pesa di più
È sulla posta in gioco, ed è il passaggio più forte della sezione:
«Dalla tua forma fisica non dipende il risultato della partita. Dalla tua forma fisica dipende la tua sicurezza, la sicurezza dei colleghi, la sicurezza dei cittadini».
Come ci si allena senza sapere per cosa
La risposta è che ci si allena sulle proprie skill, coprendo un ventaglio ampio di capacità possibili.
L’esempio che porta è il vigile del fuoco: non sa se dovrà spegnere un incendio o aprire le lamiere di un’auto, ma deve essere pronto per entrambe.
Perché in Italia il concetto stenta
Il concetto di atleta tattico nasce negli Stati Uniti, e in Italia fatica a prendere piede.
La diagnosi
«Credo che la maggior parte delle organizzazioni non abbiano compreso appieno l’importanza».
Ne derivano strutture inadeguate e, soprattutto, tempo non concesso agli operatori per allenarsi.
La distinzione tra corpi
Nell’esercito, nei reparti operativi, il programma addestrativo prevede ore dedicate all’attività fisica, e Simone lo definisce «un dovere del militare».
Nelle forze di polizia la situazione è diversa: c’è il lavoro d’agente, ci sono le pratiche, e la preparazione fisica viene lasciata all’iniziativa del singolo.
«Ma non può essere così. Deve far parte del percorso non solo di formazione, ma di mantenimento della capacità».
La domanda che pone
È il punto più concreto della sezione, e ha la forma di un’obiezione difficile da respingere:
«Ti vengono richieste delle prove fisiche al momento dell’arruolamento. Ma dopo cinque, dieci, quindici anni di servizio, chi valuta la mia efficienza fisica?»
Altrove, spiega, esistono test periodici il cui mancato superamento comporta periodi di sospensione dal servizio in attesa di rientrare nei parametri.
La causa che indica: «Un’eccessiva sindacalizzazione».
L’Italia è pronta a un conflitto convenzionale?
La domanda è diretta, e la risposta lo è altrettanto.
«Se parliamo di un conflitto convenzionale, la preparazione non è quella ottimale».
Cosa comprende la parola preparazione. Simone la scompone: addestramento del personale, mentalità del personale, materiali, equipaggiamento.
Il riconoscimento
Aggiunge però una nota positiva, e precisa di non avere alcun tornaconto nel darla, dato che non è più in servizio: l’attuale capo di stato maggiore dell’esercito, dice, «sta facendo molto».
I tre requisiti che mancano
È l’analisi più lucida della sezione, e i tre elementi sono concatenati:
- Il tempo
- Gli investimenti economici
- La volontà politica di farli
La sua valutazione: «Dubito che ci sia grossa disponibilità di tutti e tre».
Perché manca la volontà politica
La spiegazione che dà è onesta sul conflitto reale:
«Si va a scontrare con il sentimento dell’opinione pubblica, che ti dice che le spese pubbliche dovrebbero essere destinate all’istruzione piuttosto che alla sanità».
Rischiare la vita per la nazione
La domanda parte da un’osservazione: molti oggi dicono di non voler combattere per la patria, ma solo per proteggere la propria famiglia.
La premessa onesta
Simone comincia ridimensionando l’immaginario:
«Le forze armate sono un’organizzazione molto ampia. C’è chi fa il soldato come lo immaginiamo, e c’è chi, pur indossando un’uniforme, fa tutt’altre tipologie di lavori».
La differenza con l’incidente sul lavoro
È la distinzione più precisa che formula:
«Tu sai che il tuo mestiere può comportare di mettere volontariamente e consapevolmente a rischio la tua vita».
Non è un rischio subito. È un rischio scelto.
Come vive la mancanza di considerazione
«C’è un’irritazione sul momento, ma la cosa non ti tange più di molto, nel senso che chiunque ha fatto questa scelta l’ha fatta consapevolmente».
E aggiunge il punto che spiega tutto:
«Quando ti trovi fuori, in determinate situazioni, tutto ciò che fai lo fai per salvaguardare chi sta con te».
La delegittimazione
La sua lettura del fenomeno è storica:
«Sia il risultato di decenni di abbandono, se non di delegittimazione del concetto di patria, del concetto di nazione».
L’esempio che porta è personale: alle elementari, la mattina, cantavano l’inno nazionale. Cosa che a Dubai vede fare oggi, nelle scuole, da bambini di tutte le nazionalità, in segno di rispetto verso il paese ospitante.
L’obiezione che rivolge
È la parte più tagliente della sezione:
«Dire: io difendo i miei interessi, io difendo la mia famiglia. Ma come li difendi esattamente? Se non ci sono delle forze armate che lo fanno per te, come li difendi tu?»
Rifarsi il letto: il potere delle micro-routine
È la parte più applicabile della puntata, e Simone la introduce citando il libro dell’ammiraglio McRaven.
Il paradosso. «Se io la mattina mi alzo e mi rifaccio il letto oppure non me lo rifaccio, mi cambia niente».
Ma. «Sono degli input che noi diamo al nostro cervello, e gli facciamo capire che siamo noi in controllo della situazione».
Dove si fermano tutti
Il punto critico che individua non è l’inizio, ed è la parte più utile del ragionamento:
«Tante piccole micro-routine che, messe insieme e soprattutto protratte nel tempo, portano a grossi risultati».
L’osservazione dai clienti
È il dato che dà sostanza a tutta la sezione. Simone fa chiamate di controllo periodiche con i suoi clienti, e riporta cosa gli dicono:
«Tutti i feedback che ho riguardano proprio un cambiamento della mentalità».
E la conclusione:
«L’aspetto fisico, l’aspetto estetico di questo percorso è quasi un effetto collaterale».
Perché i percorsi si interrompono
Simone individua due cause, e sono le stesse per tutti.
Causa uno: la morte della motivazione
«La motivazione è un sentimento volatile».
La descrizione del ciclo è riconoscibile: ti vedi male, hai mangiato troppo domenica, vedi il video motivazionale del giorno. Da domani cambio vita. Vai a correre oggi, vai domani, e dopodomani piove o ci sono trentacinque gradi.
La soluzione è il concetto d’apertura:
«Qui deve subentrare la disciplina. Può essere anche altalenante, ma nel medio e lungo periodo ti porta a raggiungere determinati risultati».
Causa due: la noia della ripetizione
È l’osservazione più controcorrente della puntata:
«Le persone sono desiderose di cose nuove, di stimoli nuovi. Ma invece è la ripetizione costante che ti fa fare i cambiamenti».
Il parallelo militare che porta: le routine addestrative, l’alzabandiera quotidiano, sono «ripetitive fino alla noia, ma hanno il fine di inculcarti determinate procedure».
Il giorno che conta davvero
È la formulazione migliore di tutta la sezione:
«La differenza più grande la fanno quei giorni in cui non hai voglia. Prendi la borsa ed entri in palestra lo stesso. E quello ti rinforza parecchio a livello mentale, non a livello fisico».
«Non ho tempo»: la grande bugia
Alla domanda su quale sia la scusa più comune, la risposta arriva prima ancora che la domanda finisca.
La confutazione
«Il problema del tempo è la sua gestione e la priorità che si dà alle cose».
Gli esempi che elenca sono volutamente scomodi: due ore su Netflix, dieci pause caffè, la domenica allo stadio o a caccia.
La precisazione
Ed è qui che il ragionamento diventa rispettoso invece che accusatorio:
«Attenzione, ognuno ha le proprie passioni ed è giusto e sacrosanto che le segua e dedichi il suo tempo a quello».
La riformulazione
Ma la frase va cambiata:
«Allora non è non ho tempo. Significa: il mio tempo preferisco dedicarlo a qualcos’altro».
È una correzione linguistica che non toglie nulla a nessuno, e restituisce a chi la fa la responsabilità della scelta.
«Ti fai le bombe»: doping e standard falsati
È la seconda accusa più comune che riceve, e Simone la analizza da due lati.
Il primo: l’insoddisfazione. Ricollega il fenomeno a quanto detto sull’odio online: «Guarda, lui ce l’ha fatta perché si prende le bombe».
Il secondo: l’ignoranza sul corpo umano. «Le persone non hanno idea di che tipo di fisico si possa costruire in anni di allenamento mirato, costante, e alimentazione fatta».
Il punto su cui concorda con l’intervistatore
C’è però un passaggio in cui Simone riconosce il fenomeno reale, e riguarda gli standard estetici:
«Quello che vent’anni fa era un fisico eccezionale, adesso viene venduto come un fisico a malapena nella norma».
E la conseguenza:
«C’è questa rincorsa continua che a volte in realtà si ottiene solo con questi metodi».
Nota redazionale: la conversazione tocca il fatto che l’uso di sostanze anabolizzanti comporta effetti collaterali significativi. È un tema medico e non viene approfondito nella puntata: chi lo affronta dovrebbe farlo con un medico, non con un coach.
Il digiuno come sfida mentale
La domanda nasce da una pratica personale dell’intervistatore, che digiuna per periodi lunghi non per motivi fisici ma mentali.
La pratica di Simone. Fa da anni un digiuno intermittente semplice: pranzo verso mezzogiorno e mezzo, cena alle sette. Nessuna ragione particolare, se non che si trova bene.
Sui digiuni lunghi
La risposta è divisa in due, e la distinzione è utile.
Dal punto di vista fisiologico non li condivide: «comportano inevitabilmente dei cali della performance».
Dal punto di vista mentale invece li riconosce, e li ricollega al tema del disagio volontario:
«Mettersi volontariamente in una condizione difficile e portarla a termine. Queste piccole o meno piccole sfide che tu ti imponi e che porti a termine ti rinforzano notevolmente».
Il risultato che indica è una «confidenza nelle tue capacità».
Gestire le emozioni in un ambiente gerarchico
Simone ammette subito di essere caratterialmente impulsivo, il che rende la risposta più interessante.
Il meccanismo. In un ambiente gerarchicamente organizzato le emozioni si imparano a gestire per forza di cose, perché anche in cima alla piramide ci sono superiori.
Perché è necessario
«L’emozione c’è, ma in qualche modo la devi mettere sotto controllo. A maggior ragione quando hai non solo la responsabilità di te stesso, ma anche di uomini o donne alle tue dipendenze».
La precisazione
Non si tratta di cambiare carattere:
«Rimangono gli aspetti caratteriali più caratteristici, però in qualche maniera bisogna trovare il sistema di modularli».
L’odio online e l’invidia italiana
Alla domanda se noti più rabbia nelle generazioni giovani, Simone risponde ancora una volta rifiutando la lettura generazionale.
Il dato che riporta
Ha un pubblico molto ampio per fasce d’età, dai coetanei di suo figlio a persone più grandi di lui. E la sua osservazione è controintuitiva:
«Questi fenomeni di rabbia, di odio, forse a livello percentuale sono più negli over 40 che non nelle fasce più giovani».
Il giudizio
Ed è qui che prende una posizione:
«Lo ritengo molto meno giustificabile in una persona adulta che dovrebbe essere matura, e che invece non riesce a controllare la rabbia, la frustrazione, l’insoddisfazione».
La citazione di Montanelli
Per spiegare il fenomeno cita una frase attribuita a Indro Montanelli:
«Se gli italiani vedono passare una macchina di lusso non si pongono il problema di come comprarla. Pensano a come tagliargli le gomme».
La sua diagnosi è una sola parola, ripetuta più volte: frustrazione.
I missili su Dubai e i commenti che ha ricevuto
È l’episodio più sgradevole che racconta, e lo porta come prova di quanto stava dicendo.
Il fatto
Durante l’escalation che ha coinvolto la regione, nei primi giorni Dubai è stata bersaglio di attacchi. Simone descrive la difesa aerea emiratina come «qualcosa di incredibile».
I commenti
«A me e a tutti gli italiani che conosco qui a Dubai sono arrivati dei commenti assurdi. Speriamo che la città esploda. Cose aberranti, da parte di perfetti sconosciuti».
La sua domanda. «Tu mi devi spiegare qual è il motivo, se non una profonda insoddisfazione, una profonda frustrazione personale».
Dieci mesi sui Pirenei: i due insegnamenti
È l’esperienza formativa che Simone indica come più significativa, e vale la pena capire come ci è arrivato.
Il contesto
Esisteva uno scambio tra la scuola di operazioni speciali dell’esercito spagnolo e il Nono Reggimento Col Moschin.
Il dettaglio interessante è il motivo per cui il posto è passato ai paracadutisti: al Nono si erano resi conto che il corso non era pagante per operatori che avevano già quella formazione.
Il corso
Dura dieci mesi, sui Pirenei, e nella stessa scuola ha sede l’equivalente spagnolo della scuola di truppe alpine.
«È un corso molto impegnativo nelle prime fasi, soprattutto fisicamente più che tecnicamente».
Insegnamento uno: il limite reale
«Il tuo limite reale è molto oltre quello che pensi. La testa ti consente di spingerti bene oltre quelli che sono i tuoi limiti».
E precisa che non parla solo di fatica fisica, ma anche dello stress «inoculato dagli istruttori in ogni maniera possibile».
Insegnamento due: da solo non vai da nessuna parte
«Il concetto di Rambo si lascia a Hollywood».
E la ragione è operativa, non sentimentale:
«Le tue mancanze si ripercuotono non soltanto su di te, ma anche sul tuo compagno di cordata, sul tuo team».
Quando è arrivato vicino al limite
La domanda è doppia: hai mai temuto per la tua incolumità, e hai mai pensato di mollare?
Sul mollare
È arrivato vicino al limite diverse volte, sia in corsi particolarmente tassanti sia in missioni fuori area.
Ma la risposta sul cambiare lavoro è secca:
«Questo non l’ho mai pensato».
Sull’incolumità
Qui la risposta è molto più concreta. Non gli hanno mai sparato vicino all’orecchio né è esplosa una bomba da mortaio tra le sue gambe, precisa. Ma:
«Attraverso questo incrocio, e chissà se salto in aria perché magari è un punto pericoloso».
E l’altra situazione: operare in zone densamente minate.
«Fare attenzione a come ti muovi e stare sempre lì col patema di sentire il botto».
La sua posizione
«Fa parte del mestiere che tu ti scegli scientemente. E deve essere qualcosa che fai perché ti dà un’intima soddisfazione personale, e sicuramente non perché il 24 porti a casa lo stipendio».
Fischiare le palle
Alla domanda diretta risponde di sì, e traduce l’espressione per chi non è dell’ambiente: significa che ti stanno sparando addosso e che sei tu il bersaglio.
Cosa serve in quella situazione:
«L’unica cosa che paga è un addestramento fatto bene, in situazioni di discomfort e prolungato nel tempo, perché ti consente di mettere in essere procedure automatiche».
E l’osservazione sul comando:
«Se va nel panico il comandante, figuriamoci gli altri».
Cameratismo: cosa significa davvero
Simone racconta di aver parlato con un ex paracadutista, oggi vigile del fuoco, che indica proprio questo come la cosa che gli manca di più.
Il meccanismo. «Più sono difficili le situazioni in cui vivi e più questa sensazione di cameratismo si sviluppa».
La parte realistica
E qui la descrizione diventa credibile proprio perché non è idealizzata:
«Nel quotidiano puoi anche discutere, litigare, mandarti a quel paese tra colleghi. Ci possono essere antipatie».
Ma in operazione
«Io sono consapevole che metterei a rischio la mia vita per mettere in salvo la vita di qualcuno della mia unità. E sono certo che ce ne sarebbero altri cento disposti a fare lo stesso per me».
Nota redazionale: è la stessa dinamica descritta nell’episodio 25 da Andrea Quarto, che l’ha vista concretizzarsi quando il medic della sua squadra, ferito, è stato il primo a soccorrerlo. I due ospiti non si conoscono e descrivono lo stesso meccanismo negli stessi termini.
Situational awareness al ristorante
Alla domanda su come si traduca la protezione familiare nella vita civile, Simone descrive un’abitudine che si porta dietro.
«Esci con la famiglia, vai al cinema, vai al ristorante. Io ho questa abitudine a osservare le persone, cosa fanno, chi sono, come sono vestite, a osservare dove sono le uscite di sicurezza».
Come la definisce. Con onestà: «un riflesso condizionato, un retaggio del lavoro che ho fatto».
Perché la mantiene
«Mi fanno sentire in una condizione di maggior sicurezza, perché cerco di costruirmi una consapevolezza di quello che mi succede intorno».
La ragione che aggiunge riguarda tutti: anche le situazioni normali «in uno schiocco possono cambiare velocissimamente».
L’esempio: l’unico insegnamento che funziona
Alla domanda su come cresca il figlio, Simone dà una risposta secca e poi la argomenta.
«Io credo che ci sia una sola cosa che funziona: l’esempio».
La precisazione che la rende vera
È il dettaglio più acuto della sezione, e vale per qualunque genitore:
«Quello che impari lo impari con l’esempio, e forse soprattutto l’esempio che ricevi mentre tuo padre sta facendo tutt’altro che cercare di insegnarti qualcosa».
Non l’esempio dato, quindi. L’esempio colto.
La conclusione
«Non credo ci siano altri strumenti se non fare quello che predichi. E forse non fa breccia subito, però credo sia l’unico modo in cui viene veramente percepito».
Stolen valor e la sindrome del petto vuoto
È il tema che, per sua ammissione, gli fa ribollire il sangue.
I finti militari
Il fenomeno ha un nome americano: stolen valor. Chi indossa mostrine e nastrini per cui non ha titolo.
Racconta di persone che si spacciavano per capitani dei paracadutisti senza esserlo mai stati, e la sua lettura è quasi clinica:
«Presumo che ci siano dei problemi che dovrebbero essere affrontati con uno specialista, perché ti spacci per qualcun altro».
Perché lo trova offensivo. «Lo trovo irrispettoso per chi si è sacrificato per degli anni per raggiungere determinati risultati. Quello che porta addosso se l’è guadagnato».
La sindrome del petto vuoto
È la denuncia più specifica della puntata, e riguarda una prassi che Simone definisce autorizzata ma discutibile.
Sostiene che esistano associazioni e ordini cavallereschi presso i quali, versando una quota, si ottengono medaglie che si è poi autorizzati a fregiarsi.
«Il civile vede questa gente con dieci file di nastrini e pensa: questo sarà un reduce di chissà quale guerra. E invece è gente che si è letteralmente acquistata queste cose».
Il nome che le dà
«Io la chiamo la sindrome del petto vuoto. Tu evidentemente non hai niente di tuo, e per darti un qualche tono fai un investimento di qualche centinaio di euro».
Aggiunge di non essere a conoscenza che una cosa simile esista altrove nel mondo.
Nota redazionale: la posizione è riportata come formulata dall’ospite, che la presenta come pratica legalmente consentita ma eticamente criticabile. Non riguarda le onorificenze conferite dallo Stato.
Le red flag dei finti coach
Alla domanda su come riconoscere chi vende fuffa, Simone dà tre criteri concreti.
Red flag uno: la resilienza raccontata da chi non l’ha vissuta
«Chi ti vende qualcosa del genere deve aver vissuto una situazione simile in prima persona. Se tu mi vendi qualcosa perché l’hai studiato dal tuo ufficio climatizzato…»
Red flag due: nessuna cicatrice
È la formulazione più memorabile della puntata:
«Le cicatrici ce le hai o non ce le hai, perché altrimenti non so cosa vuoi insegnarmi».
Il parallelo con i nastrini è esplicito: «Queste medaglie che sfoggi, come le hai guadagnate?»
Red flag tre: le scorciatoie. «Chi ti vende questo pacchetto e in due mesi ti trasformo la testa. No. Le trasformazioni richiedono tempo, costanza e dedizione».
Una nota sul dissing
C’è un passaggio che vale la pena riportare, perché Simone rifiuta di fare nomi e spiega perché:
«Se hai qualcosa di tuo di valore, lo devi semplicemente mostrare. Parlare male degli altri significa non avere niente di proprio da far vedere».
Come funziona il suo coaching
Perché non ha pacchetti standard
È una scelta esplicita, e la ragione è la varietà della sua clientela: dal sommergibilista imbarcato al poliziotto, dal finanziere dei Baschi Verdi al vigile del fuoco, fino a professionisti civili nel real estate.
«Se fai una cosa standard, non è detto che possa funzionare per me, ma non è detto che funzioni altrettanto per te».
Come è strutturato
Coaching one to one, online, tramite un’applicazione dedicata che comprende:
- Scheda di allenamento personalizzata
- Video tutorial di tutti gli esercizi
- Chat diretta con risposta pressoché continua
- Videochiamate quando serve un confronto più approfondito
- Piano alimentare, con oltre 130 ricette con grammature personalizzate
- Un video corso sulla gestione della mensa, per chi non può cucinare
- Un video corso base sul mindset
La novità. Ha iniziato percorsi privati dedicati a mindset, leadership e team building, in presenza a Dubai.
Perché le aziende dovrebbero assumere ex militari
È una tesi che Simone sostiene con argomenti concreti.
Le competenze che il civile non riconosce
- Il metodo di pianificazione militare, che ha molte applicazioni aziendali
- La capacità di esecuzione sotto stress e di gestione dell’imprevisto
- La leadership, intesa come mettere il proprio team nelle condizioni migliori per raggiungere un obiettivo
- Il senso del dovere e l’etica, che definisce «non esattamente un valore aziendale»
Il dato che porta
Non è una teoria: sostiene con certezza che Amazon, anche in Italia, ricerchi preferibilmente ex militari di diverse categorie per la propria organizzazione logistica, con remunerazioni interessanti.
La ragione: sono abituati a gestire organizzazioni complesse e numeri elevati di persone.
Il confronto. Negli Stati Uniti, dice, la prassi è comune. In Italia molto meno.
Protocollo Militare e il libro in arrivo
Il primo
Protocollo Militare, scritto con la moglie Elisa, già disponibile. Contiene la parte su alimentazione e allenamento, ma anche una premessa storica di cui Simone si dice appassionato.
Il secondo
È già finito e in fase di sistemazione. Sarà focalizzato su mindset e leadership, basato sui suoi trent’anni di esperienza, con aneddoti reali usati come spunto per trattare gli argomenti.
Uscirà in cartaceo ed ebook.
La routine a Dubai
È sorprendentemente ordinaria, e Simone la descrive come qualcosa che ha avuto la fortuna di costruirsi.
- Circa le 7 — sveglia, la bambina prende lo scuolabus
- Niente colazione, per il digiuno intermittente
- Palestra, circa due ore
- Pranzo presto
- Pomeriggio — check dei clienti, protocolli, risposte, videochiamate. Occupa l’intera finestra fino a cena
- Sera — famiglia
I contenuti
Si riserva un giorno a settimana per tutta la produzione social, che va pianificata, girata, preparata e montata.
La sua precisazione è onesta:
«Sembra un lavoro così semplice e banale che si fa in cinque minuti al giorno, ma in realtà non è esattamente così».
Il sabato. È dedicato alla famiglia. Sveglia con calma, monopattino, mare, e la sera è il giorno di sgarro.
Il consiglio sulla coppia
C’è un passaggio che vale la pena isolare:
«È importante ritagliarsi anche lo spazio di coppia, perché il rapporto di coppia va alimentato, va curato e va salvaguardato».
Scindere il militare dal padre
Alla domanda su come separasse le due vite, Simone risponde di non aver mai avuto difficoltà.
«Devi saper scindere che oggi sei sulle colline di Bala Murghab e domani sei a Firenze con i figli».
Lo attribuisce a lucidità mentale.
La precisazione importante
Ed è una cosa che poteva evitare di dire e ha detto:
«Ci sono persone che, o perché sono caratterialmente più sensibili o perché hanno vissuto eventi di stress diversi dai miei, riportano degli strascichi che devono essere considerati e trattati nella maniera opportuna».
È un riconoscimento esplicito che la sua esperienza non è una norma.
«Lavaggio del cervello»: la risposta
La critica è comune: l’esercito insegna a obbedire ciecamente, azzerando il senso critico.
La replica di principio. «Un soldato senza senso critico è più un pericolo per sé e per gli altri».
Il contesto storico. L’obbedienza cieca aveva senso, dice, in una fanteria settecentesca che avanzava in quadrato e sparava a comando. Non oggi.
Cosa si insegna davvero
Simone distingue due cose.
La disciplina procedurale, che serve perché «se ognuno fa di testa sua è il caos, e in ambito militare il caos comporta la perdita di vite umane».
Il mission command, che è il paradigma moderno.
Cos’è il mission command
«Io ti do un obiettivo, ti do una missione. Il comandante sul terreno deve fare le sue valutazioni, perché è lui lì, e adattare gli ordini alla situazione sul terreno».
La conclusione:
«È tutto tranne che un’obbedienza cieca».
Il collegamento con l’autodisciplina
Ed è qui che il cerchio si chiude con l’apertura della puntata:
«La disciplina ti consente di vincere questi impulsi e di dedicarti a ciò che vuoi veramente. Puoi diventare la persona che vorresti diventare solo se sei disciplinato, altrimenti vieni sconfitto dagli impulsi e rimarrai sempre nella media».
Perdi il lavoro: i tre step
Lo scenario è concreto: mutui, figli, e il panico che sale.
Step uno: mantenere le routine
La prima cosa da evitare, dice, è la mentalità della vittima.
«Quello che facevo ieri lo faccio oggi. Se mi alzavo alle 6 per andare al lavoro, anche se il lavoro l’ho perso, mi alzo alle 6».
Lavarsi, fare esercizio, rifare il letto, sistemare casa. E la ragione è precisa:
«Non mi lascio andare, perché emotivamente alimenti il disastro in questo modo».
Step due: stabilire un perimetro di sicurezza
È l’analisi fredda della situazione: qual è la disponibilità economica, per quanto si può andare avanti, quali spese si possono sostenere, cosa va tagliato.
«Capiamo con molta serenità, con molta onestà, qual è la situazione».
Step tre: l’azione
Che genera dopamina, e quindi altra azione:
«Non potrò risolvere tutto insieme. Ma facciamo un riepilogo: quali sono le mie skill? Aggiorniamo il curriculum. Comincia a fare una telefonata. Mettiti in movimento».
Donne nell’esercito
La posizione di Simone è favorevole con una condizione esplicita.
«Io non sono mai stato sfavorevole all’arruolamento delle donne, con un grosso ma. Le prestazioni e i requisiti devono essere gli stessi che ci sono per gli uomini».
L’argomento
È operativo e lo esemplifica con i numeri:
«Trovo ridicolo che alle selezioni l’uomo debba fare venti piegamenti sulle braccia e la donna dieci per avere lo stesso punteggio, perché poi la prestazione che ti viene richiesta sul terreno è esattamente la stessa».
E la ragione fisica che porta è incontestabile:
«L’arma pesa gli stessi chili, la bomba da mortaio pesa gli stessi chili, lo zaino pesa gli stessi chili».
La conseguenza che segnala
Il problema che individua non è astratto: se scarti un uomo che ne fa quindici e ammetti una donna che ne fa dieci, quella discrepanza «poi sul campo si nota e si fa sentire».
La sua esperienza diretta. Ha lavorato con diverse donne e precisa: «hanno sempre lavorato bene».
Vivere a Dubai
L’inizio. I primi due mesi e mezzo li descrive come tosti: la scuola nuova per la figlia, tutta in inglese, e difficoltà con i visti.
Il bilancio. «Ci sta piacendo più di quello che credevamo inizialmente».
L’osservazione più bella
Sulla solitudine, che dice di non vivere, la sua ragione è una descrizione della città che vale la pena riportare:
«È una città interessante perché è piena di persone interessanti. Difficilmente trovi una persona banale qua. Nemmeno il tassista dell’Uganda è banale: c’è sempre una storia dietro».
Domande a raffica
Meglio 150 kg di panca o correre 20 km?
La risposta corregge la domanda:
«È meglio sollevare 100 kg di panca e correre 10 km».
E aggiunge una precisazione sul suo mondo: la fanteria leggera, contrariamente al nome, è quella che trasporta i carichi maggiori.
Il tuo peggior difetto da comandante
Risposta interessante e onesta: dice che il difetto da comandante lo dovrebbero indicare gli uomini e le donne che ha comandato.
Quello che si riconosce è come ufficiale di staff: quando era molto convinto delle proprie idee, aveva difficoltà ad abbracciare la visione del comandante.
E cita un manuale americano sul compito di quel ruolo:
«Essere brutalmente schietto col comandante, non nascondergli niente. Perché se si fanno errori in ambito operativo per compiacere il comandante, il prezzo che si paga può essere alto».
La cosa più particolare a bordo di un C130
Due sensazioni: il calore dei motori che si sente salendo dalla rampa posteriore, e l’odore del carburante avio.
E sui lanci in caduta libera dal portellone posteriore:
«Quando abbassa la rampa, quello che vedi sotto è notevole. Soprattutto di notte».
I ragazzi di oggi sono più deboli fisiologicamente?
Sì, ma con una spiegazione che non è una lamentela: è l’effetto della disabitudine a giocare all’aria aperta e a fare attività, oltre al cibo spazzatura.
Il paragone che fa è autoironico: «quando passavamo le giornate fuori casa a giocare a sassate, che non sarà il passatempo più salutare…»
La parola aziendale più ridicola
Resilienza, e la ragione è precisa:
«Resilienza è diventata: fai tutto, sopporta tutto, stai zitto. Invece significa affrontare le situazioni e uscirne più forti e più temprati».
Hai mai avuto paura di morire?
Sì, qualche volta. Non per scontri a fuoco, ma per il timore di saltare in aria alla prossima curva o al prossimo passo.
La descrive fisicamente: «questa sensazione di magone, di peso sullo stomaco».
Un soldato debole che obbedisce o uno forte ma ribelle?
La risposta rifiuta la premessa:
«Un carattere debole non potrà mai essere un buon soldato».
Sceglie il forte, inteso come chi sostiene il proprio punto di vista.
Sei mai stato fiero di aver disobbedito a un ordine?
Cita una frase attribuita all’ambiente di Federico II di Prussia:
«Sua maestà ti ha promosso maggiore perché credeva che tu sapessi quando non dovevi obbedire a un ordine».
E precisa: non si tratta di infrangere gli ordini, ma di capire quando un ordine non è più opportuno.
La rinuncia più grande della famiglia per la tua carriera
La risposta ribalta la domanda, ed è una delle più belle della sezione:
«Probabilmente è il contrario. Io coscientemente ho rinunciato alla carriera, perché c’era un’opportunità qui a Dubai migliore per la famiglia».
E la formulazione con cui la chiude:
«Non è un sacrificio, non è una rinuncia. È stata una valutazione».
Cosa hai provato riconsegnando il tesserino?
Nulla di particolare, avendo interiorizzato il processo durante un anno di aspettativa.
Ma c’è un dettaglio che tradisce cosa contasse davvero:
«Ha fatto sicuramente più effetto salutare la bandiera di guerra del reggimento, che è il simbolo pulsante del reggimento».
La chiusura: «Zero rimpianti e zero rimorsi».
La Domanda Finale
Come in ogni puntata, la chiusura è sulla domanda dell’istante dopo.
Simone premette una cosa che nessun altro ospite ha detto:
«È una domanda che non mi sono mai posto, sinceramente».
La risposta
«Mi auguro che ci sia un ricongiungimento nella nostra vita, e di tutte le persone a cui abbiamo voluto bene e che ci hanno voluto bene».
E la chiude così:
«Non credo che ci sia nulla di più, e non credo che ci possa essere niente di meglio».
Perché è coerente
È una risposta che chiude in modo esatto un’ora e mezza passata a parlare di cameratismo, di squadra, di famiglia e di quello che si è disposti a fare per chi ti sta accanto.
L’uomo che dice di essere certo che cento persone rischierebbero la vita per lui immagina l’aldilà come un ritrovarsi.
Due militari, due posizioni opposte
Sezione redazionale.
Gli episodi 25 e 26 di questo podcast ospitano due militari di carriera con storie diverse: un incursore della Marina ferito in operazione e un ufficiale dei paracadutisti con trentuno anni di servizio.
Su un punto dicono l’opposto, e vale la pena metterlo in evidenza.
Sulla leva militare
Andrea Quarto (EP 25) è favorevole. La sua argomentazione è che un anno di leva insegnerebbe il valore del lavoro e il senso di squadra, e che andrebbe vista come esperienza formativa a prescindere dal patriottismo.
Simone Ponti (EP 26) è contrario. La sua argomentazione è che l’educazione dell’individuo non è compito delle forze armate ma della famiglia e della scuola.
Sull’età e il carattere
Andrea riscontra nei giovani una maggiore tendenza ad arrendersi davanti agli imprevisti.
Simone rifiuta la lettura generazionale, e sostiene che i comportamenti peggiori online siano semmai più frequenti tra gli over 40.
Su cosa concordano
Il cameratismo, descritto negli stessi termini da entrambi. L’importanza dell’addestramento in condizioni sfavorevoli. Il rifiuto dell’immagine del militare come figura fredda. E il fatto che il prezzo più alto lo paghi la famiglia.
Glossario
- Lancio vincolato — Apertura automatica tramite nastro collegato all’aereo. Quota tipica: 400 metri.
- Apertura alta — Uscita ad alta quota con apertura immediata e navigazione, anche per oltre dieci chilometri.
- Apertura bassa — Uscita a 4.000 metri con apertura intorno ai 1.000-1.200.
- Controllo calotta — Verifica della corretta apertura del paracadute.
- Giro d’orizzonte — Controllo della posizione degli altri paracadutisti per evitare collisioni.
- Punto di riordinamento — Luogo di ricompattamento dell’unità dopo l’atterraggio.
- Autodisciplina — Regola che ci si impone da soli, in assenza di controllo esterno.
- Atleta tattico — Chi deve performare senza sapere quando e in quali condizioni.
- Mission command — Paradigma per cui si assegna un obiettivo, lasciando a chi è sul terreno l’adattamento degli ordini.
- Stolen valor — Appropriazione indebita di gradi, decorazioni o appartenenze militari.
- Situational awareness — Consapevolezza attiva dell’ambiente circostante.
- Marcia zavorrata — Marcia o corsa lenta con carico, tipicamente intorno ai venti chili.
- Fanteria leggera — Nonostante il nome, la specialità che trasporta i carichi maggiori.
Domande Frequenti
Che differenza c’è tra paracadutismo militare e civile?
Due: il tipo di lancio, prevalentemente vincolato da 400 metri nel militare, e soprattutto la funzione. Nel civile il lancio è l’esperienza, nel militare è il mezzo per arrivare a terra e cominciare a lavorare.
Qual è la differenza tra disciplina e autodisciplina? La disciplina è imposta dall’esterno. L’autodisciplina te la dai tu e la rispetti quando nessuno controlla. È il concetto centrale della puntata.
Cosa vuol dire atleta tattico?
Chi deve essere pronto senza sapere quando servirà né in quali condizioni: militari, vigili del fuoco, soccorritori. Si contrappone all’atleta sportivo, che conosce la data della gara.
È favorevole alla leva militare? No. Ritiene che l’educazione non sia compito delle forze armate.
L’Italia è pronta a un conflitto convenzionale? Secondo lui la preparazione non è ottimale, e mancano i tre requisiti per colmarla: tempo, investimenti e volontà politica.
Perché i percorsi di allenamento falliscono?
Per due ragioni: la motivazione muore, ed è volatile per natura, e subentra la noia della ripetizione, che invece è proprio ciò che produce i risultati.
Come si riconosce un finto coach? Tre segnali: vende resilienza senza averla vissuta, non ha cicatrici, promette trasformazioni rapide.
Cos’è la sindrome del petto vuoto? L’espressione con cui Simone descrive chi acquista onorificenze da associazioni private per esibirle, non avendo nulla di proprio da mostrare.
È favorevole alle donne nell’esercito? Sì, a condizione che requisiti e prestazioni richieste siano identici a quelli maschili, perché sul terreno il carico da portare è lo stesso.
Conclusioni: la libertà che sta nella regola
Questa puntata sembra parlare di allenamento. In realtà parla di una sola cosa, e la si trova all’inizio e alla fine.
Il concetto
«La disciplina inizia quando finisce il comfort».
E il suo completamento, che arriva un’ora e venti dopo:
«L’autodisciplina ti rende molto più libero di quello che tu pensi, perché se non hai autodisciplina sei schiavo dei tuoi impulsi».
È un rovesciamento: la regola che ti dai non è una gabbia, è ciò che ti permette di scegliere invece di reagire.
Le tre cose applicabili domani
Le micro-routine. Rifarsi il letto non cambia nulla in sé. Cambia il segnale che mandi a te stesso, e cambia molto se protratto nel tempo.
La correzione linguistica. Non «non ho tempo», ma «preferisco dedicarlo ad altro». La seconda è vera e restituisce la scelta a chi la fa.
Il giorno in cui non hai voglia. È quello che conta, e non per ragioni fisiche.
La distinzione che dà il titolo alla puntata
Un bel corpo e un corpo resistente non sono la stessa cosa, e la differenza non si vede in spiaggia. Si vede quando le condizioni smettono di essere ottimali.
È il motivo per cui Simone ripete quella frase a chiunque:
«A mio agio nel disagio».
Contatti
Simone Ponti ha servito trentuno anni come ufficiale dei paracadutisti nelle forze armate italiane. Vive a Dubai, dove svolge attività di coaching one to one per militari, forze di polizia, vigili del fuoco e professionisti civili.
I percorsi sono personalizzati e si svolgono tramite un’app dedicata, con scheda di allenamento, video tutorial, chat diretta, videochiamate, piano alimentare con oltre 130 ricette a grammature personalizzate e un video corso sul mindset.
Organizza inoltre percorsi in presenza a Dubai dedicati a mindset, leadership e team building.
Il libro Protocollo Militare, scritto con la moglie Elisa, è disponibile su Amazon. Un secondo volume dedicato a mindset e leadership è in uscita.
Trovi tutti i riferimenti e i link ai libri nella descrizione dell’episodio su YouTube.
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