Episodio 20 — Daniele Manno: Cosa Sai Fare Davvero Quando il Telefono Non Prende

Da pilota con trent’anni di volo a remote paramedic: la medicina dove i soccorsi non arrivano

Finché vedi le tacche di segnale sul tuo smartphone ti senti immortale. Digiti 112 e qualcuno ti salva. Ma se il segnale scompare, se l’acqua sale in un sottopassaggio o la strada frana, il sistema salta e tu rimani solo.

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È da questa frase che parte la ventesima puntata di Paracadute Podcast, registrata a Pescia Romana nella casa di Daniele Manno. Per trent’anni ha pilotato aerei ed elicotteri e ha insegnato ad altri a farlo. Poi, superati i cinquant’anni, ha smesso di volare e ha portato quella freddezza operativa altrove: nel fango, nella savana, sulle montagne dell’Himalaya indiano, nei pronto soccorso africani. Oggi è un remote paramedic, una figura che in Italia semplicemente non esiste.

Questa non è una puntata sul survivalismo da social. È una conversazione molto concreta su cosa succede al corpo umano quando si fa male lontano da un ospedale, e su quanto poco serva l’attrezzatura se non sai cosa farci. Smonteremo i miti di Hollywood, scopriremo quali sono i veri animali killer della natura italiana (non sono quelli che pensi), capiremo come si esce da un’auto che affonda e perché il coltello di Rambo non ti salverà la vita.

Nota redazionale: le citazioni riportate tra virgolette provengono dall’intervista. Dove il parlato conteneva ripetizioni o intercalari, il testo è stato ripulito senza alterarne il senso. Le sezioni di approfondimento normativo e fisiologico sono contributi redazionali, segnalati come tali, e non vanno attribuite all’ospite.

Chi è Daniele Manno: trent’anni in volo, poi la medicina remota

Per capire perché Daniele Manno insegna oggi a mettere un laccio emostatico nel fango, bisogna partire da un bambino degli anni Sessanta che costruiva aeroplanini di plastica.

«Sono sicuramente vittima di una propaganda falsa e tendenziosa che ti fa credere che il pilota è l’essere più figo al mondo», racconta ridendo. Erano gli anni in cui il cinema americano proponeva il pilota come archetipo dell’uomo d’azione, e su un bambino di cinque o sei anni quell’immagine faceva presa. Prima il modellismo, poi gli amici con la stessa passione, poi il passaggio decisivo: il corso di cultura aeronautica organizzato dall’Aeronautica Militare, due o tre pomeriggi di infarinatura tecnica che si concludevano con un volo vero.

«E lì ho detto: è proprio quello che mi piacerebbe fare».

La strada per arrivarci, però, è stata tutt’altro che lineare, ed è una parte della storia che vale la pena raccontare perché smonta l’idea della vocazione che si realizza senza attriti.

Tre porte chiuse prima di quella giusta

Daniele prova l’Accademia Aeronautica. Viene fermato alla visita medica: astigmatismo. Non lo prendono.

Ripiega sull’Accademia Navale, ed è praticamente entrato. Ma il richiamo del volo è troppo forte, e molla anche quella. Vince poi le selezioni per l’Aeronautica, anche se non come ufficiale pilota: entra come ufficiale di complemento. Va bene, ma non è quello che voleva. Non accetta la rafferma e si dimette.

Poi arriva una lettera inaspettata: i corsi Alitalia. Fa le selezioni, viene selezionato, e il primo aprile 1987 mette finalmente piede su un aeroplano come allievo pilota di linea. «Sembrava un pesce», commenta, con l’ironia di chi sa già come va a finire.

L’assunzione non arrivò mai. Né per lui né per gli altri del corso, rimasti tutti a secco nonostante le promesse.

La svolta americana

A quel punto la domanda è secca: il sogno è sfumato, si smette di volare?

La risposta arriva dalla famiglia. Il padre gli dice, in sostanza: l’università non la vuoi fare, non ci stai costando nulla perché ti mantieni da solo, e ti serve una mano. Daniele scopre che negli Stati Uniti l’addestramento al volo costa una frazione di quello che costerebbe in Italia e si trasferisce.

Il risultato è una qualifica a tutto campo: monomotori, bimotori, elicotteri, idrovolanti. «Mi sono tolto la sete col prosciutto», sintetizza.

Gli inconvenienti in volo: sei o sette, di cui tre significativi

Trent’anni di volo non passano senza incidenti di percorso. Daniele ne conta «sei, forse sette», e i tre più significativi raccontano bene che tipo di sangue freddo si costruisce in quel mestiere.

  • Rottura del cavo della pedaliera del rotore di coda di un elicottero. Senza controllo del rotore anticoppia l’elicottero non si può più far atterrare in modo standard: bisogna gestirlo come se fosse un aeroplano ed eseguire una scivolata.
  • Piantata motore in elicottero, fortunatamente mentre era in circuito, risolta con un’autorotazione che gli ha permesso di rientrare in campo.
  • Piantata motore al decollo con un bimotore, ad Albuquerque, New Mexico, a circa 6.000 piedi di quota di decollo e con gran caldo: una situazione di density altitude sfavorevole, dove il motore rende meno e le prestazioni crollano.

Su quest’ultima, la sua osservazione è illuminante: «Eri appena uscito dall’addestramento, quindi tutte le manovre di emergenza vengono snocciolate in maniera quasi automatica».

È il primo indizio di un tema che attraversa tutta la puntata: l’addestramento recente batte l’esperienza remota. Non conta solo quanto sai, conta quanto di recente lo hai ripassato.

L’istruttore

Diventare istruttore, ammette, nasce all’inizio da una ragione pratica: «È la maniera più semplice per lavorare in quel campo». Non sapeva nemmeno se fosse portato per l’insegnamento. Poi ha scoperto che gli piaceva, e che gli riusciva.

C’è però una distinzione che fa e che merita attenzione, perché ritornerà più avanti quando parlerà di medicina: «Trasmettevo quella che era inizialmente la passione, poi logicamente anche la tecnica. Non l’esperienza, perché l’esperienza non la insegni mai. L’esperienza cerchi di dimostrarla, ma poi l’allievo si deve fare la sua».

Quando finalmente apre la propria scuola di volo, il vantaggio più grande non è economico: «Mi ha permesso di giocare come volevo giocare io, senza dover dire sì signore a nessuno».

Perché un pilota decide di smettere di volare

La domanda che apre l’intervista è diretta: hai cinquant’anni e una carriera trentennale, perché fai saltare tutto in aria?

«Non è stata proprio un’esplosione», corregge Daniele. «È stata più una frammentazione multipla, anche un po’ dilazionata nel tempo e nello spazio».

Tutto inizia da una domanda che si pone mentre gestisce la scuola di volo: cosa succede se uno dei miei allievi finisce nei guai? Da lì nasce l’idea di uno spin-off: accanto alla scuola di volo, una scuola di sopravvivenza. È il periodo in cui conosce Daniele Dal Canto, che sarebbe poi diventato ospite dell’episodio 12 di questo podcast.

Ma è qui che arriva l’intuizione che cambia tutto, ed è il cuore della sua storia professionale.

«Tu potresti essere il miglior survivalista del mondo, accendere il fuoco in tutte le condizioni, procacciarti il cibo, processare l’acqua, farti il riparo, insomma quello che ti pare. Ma se ti sei fatto male, che succede? Se sei ferito e non hai gli strumenti per poter curarti?»

È una critica precisa a un intero settore. Il survivalismo, come viene raccontato online, si concentra quasi interamente sul procurarsi risorse: fuoco, acqua, cibo, riparo. Ma la variabile che più frequentemente trasforma un’escursione in un’emergenza non è la fame. È il trauma.

La scala della preparazione: dalla Croce Rossa a Malta

Daniele aveva già una base: molti anni in Croce Rossa, ambulanza, 118. Ma si accorge che non basta. «Non era il primo soccorso che serviva a me veramente, perché io ipotizzavo di essere in mezzo al niente».

Il percorso di crescita si sviluppa per gradi:

  1. Gli amici specialisti. Medici, infermieri, professionisti del settore. In particolare cita Marco Filippi come figura importante in questa fase.
  2. Il Wilderness EMT americano. Scopre che negli Stati Uniti esistono i corsi di Wilderness Emergency Medical Technician e ci va. Un full immersion di quattro settimane, molto focalizzato sull’ambiente remoto.
  3. Il Covid. Il fermo forzato diventa tempo di ricerca. «Cincischi con internet, ti annoi, cominci a cercare qualcosa da fare».
  4. Malta. Scopre il College of Remote and Offshore Medicine, che tiene corsi di diploma per remote paramedic. Un percorso di un anno.

«A me questa cosa mi attizzava un casino», ammette. «Tutto quello che io pensavo di voler fare, qui già c’è».

Non è stata una passeggiata: un impegno «notevole, emotivo, economico, fisico», con trasferte a Malta e poi in Africa. Ma è quello che gli ha permesso di chiudere davvero con il volo.

La chiusura, raccontata da lui, non ha niente di drammatico: «Ti rendi conto che hai raggiunto un sacco di obiettivi, sei soddisfatto, sei sopravvissuto. E quindi esce quasi naturale».

Cos’è un remote paramedic e perché in Italia non esiste

Il termine è poco noto in Italia perché la figura, semplicemente, non è prevista dal nostro ordinamento. Vale la pena capire esattamente di cosa si tratta.

Un paramedico, nel mondo anglosassone, è un professionista sanitario dell’emergenza extraospedaliera. Non è un medico e non è un infermiere: è una figura autonoma, con un percorso formativo dedicato, autorizzata a eseguire manovre invasive sul territorio.

Il remote paramedic aggiunge una specializzazione: opera dove il sistema sanitario non arriva. Non ha alle spalle un ospedale a dieci minuti, non ha la certezza dell’elisoccorso, e deve mettere in conto di restare sul posto con la vittima per ore.

Daniele definisce il perimetro del proprio mestiere con precisione chirurgica: «Tecnicamente il nostro impegno è fino alla porta del pronto soccorso. Dopodiché lasciamo noi il paziente».

E aggiunge una distinzione linguistica che dice molto del mestiere:

«Io lo chiamo la vittima, perché paziente ci diventa quando finalmente arriva nelle mani degli infermieri e dei medici».

Non è pedanteria terminologica. È una definizione operativa di responsabilità: fino a quella porta, la persona è un problema da gestire in condizioni ostili. Dopo, entra in un sistema.

Dove esiste questa figura

Il modello nasce prevalentemente nel mondo anglosassone: Stati Uniti e Regno Unito in primis. Ma non solo. Daniele racconta di aver visto in Portogallo, a Lisbona, paramedici in motocicletta che effettuavano interventi rapidi in città.

La regola generale che osserva è questa: «I paesi più latini non hanno questa figura, i paesi più anglosassoni ce l’hanno».

Il gap sanitario italiano: soccorritore, infermiere, medico

Qui Daniele fa un’analisi del sistema italiano che merita di essere riportata per intero, perché è sia critica sia rispettosa.

La struttura italiana prevede sostanzialmente tre livelli:

  • Il soccorritore. «Fondamentalmente è un laico, non un sanitario, che ha delle competenze a volte anche personalmente acquisite valide, però poi sulla carta più di tanto non può fare».
  • L’infermiere.
  • Il medico.

E su questi ultimi due, nessuna critica, anzi: «Credo che abbiamo veramente tra i migliori infermieri e medici al mondo in Italia».

Il problema è lo spazio vuoto in mezzo.

«Manca quell’interregno tra il portare con l’ambulanza e riuscire poi a fare qualcosa».

Esistono le ambulanze infermieristiche e quelle medicalizzate, riconosce. Ma manca la figura intermedia: qualcuno che, con un percorso formativo molto più breve dei tre anni di infermieristica o dei sei-dieci anni di medicina, sia autorizzato a mettere in atto manovre avanzate ed è focalizzato esclusivamente sull’intervento preospedaliero.

Il vantaggio, nella sua lettura, è duplice: si formano più persone in meno tempo, e le si forma su un ambito specifico invece che su un curriculum generalista.

Approfondimento redazionale: perché la differenza si sente

Questa sezione è un contributo redazionale di contesto e non riporta affermazioni dell’ospite.

Il modello italiano dell’emergenza territoriale è storicamente costruito attorno a un principio: portare rapidamente il paziente all’ospedale, o portare il medico dal paziente. È un modello che funziona molto bene in contesti a elevata densità di strutture sanitarie e con buona viabilità, cioè nella gran parte del territorio urbano e periurbano italiano.

Il modello anglosassone, nato in contesti geografici molto più dispersi, ha invece sviluppato la logica opposta: portare capacità di intervento sul posto, perché il posto può essere a ore di distanza da un ospedale.

Nessuno dei due è superiore in assoluto. Sono risposte diverse a geografie diverse. Il punto sollevato da Daniele è che l’Italia ha una geografia molto più varia di quanto il suo modello sanitario presupponga: aree montane, isole minori, aree interne appenniniche in progressivo spopolamento, dove i tempi di intervento assomigliano molto più a quelli di un contesto remoto che a quelli di una città.

Le manovre che cambiano tutto

Alla richiesta di un esempio concreto della differenza tra soccorritore laico e paramedico, Daniele parte dalla cosa più semplice possibile.

«In Italia, se non sei un medico o un infermiere, non puoi bucare le persone. Non puoi fare una puntura».

Il paramedico invece può. E da lì si sale.

L’accesso venoso

«Il paramedico può fare la puntura, può addirittura prendere un accesso venoso. E in alcune condizioni prendere un accesso venoso non è importante: è vitale».

La ragione è semplice e brutale: «Se io sono in mezzo al niente e devo infondere dei fluidi per poter mantenere un certo livello fisiologico, e non lo posso fare, diventa un problema».

L’accesso intraosseo

È la manovra che si utilizza quando le vene non sono più accessibili, tipicamente perché il circolo è collassato. Si accede al midollo osseo, che rimane una via di somministrazione utilizzabile anche in condizioni di shock avanzato.

La cricotiroidotomia, o «opzione nucleare»

È qui che, per usare le parole di Daniele, si fanno «rizzare i capelli». La manovra viene spesso chiamata erroneamente tracheotomia, e lui la corregge esplicitamente.

La descrive così: si arriva a questa manovra quando la vittima «non ha nessuna via aerea aperta». E la sequenza decisionale è una scala discendente di alternative esaurite:

«Non puoi accedere dal naso, non puoi accedere dalla bocca, e arrivi direttamente alla gola. È quella che viene chiamata l’opzione nucleare».

La sua difesa di questa pratica è pragmatica: «Quando ti insegnano in maniera adeguata a fare determinate manovre, non è poi così assurda come situazione».

Conoscenze contro equipaggiamento

È a questo punto che emerge quello che è forse il principio centrale dell’intera puntata, e che Daniele ripete in forme diverse almeno tre volte nel corso della conversazione.

«L’equipaggiamento è sicuramente importante, ma se non hai le conoscenze, l’equipaggiamento non serve a niente».

E il beneficio, sottolinea, non è solo operativo ma psicologico: avere queste competenze «ti permette di avere anche un minimo di tranquillità quando vai ad affrontare certe situazioni. Non soltanto per me, ma anche per chi mi sta intorno».

Con un limite che ammette senza problemi: «Non hai mai la tranquillità totale, perché l’inconveniente è sempre dietro l’angolo. Ci sono situazioni per le quali tu puoi anche aver studiato il mondo ed esce fuori qualcosa che non è alla tua portata».

La strategia, allora, è allargare progressivamente lo scope of practice, il proprio campo d’azione, così che sia sempre più probabile che l’imprevisto rientri in ciò che si sa gestire.

L’ambiente è il vero game changer

Alla domanda su quale sia l’errore numero uno che ha visto commettere, Daniele risponde senza esitazione: pensare di essere in un ambiente urbano.

«L’ambito remoto è un game changer. Non puoi gestire un trauma o un incidente sanitario come se stessi in un ambiente urbano, perché in un ambiente remoto quello che cambia tutto quanto è l’ambiente stesso».

Le conseguenze pratiche sono due, e sono entrambe pesanti.

La prima: l’ambiente ti costringe a modificare protocolli e interventi.

La seconda, meno ovvia e più insidiosa: devi mettere in conto di restare lì a lungo. L’ambulanza non arriva. L’elicottero dovrebbe arrivare, ma «ti posso dire per esperienza diretta che non sempre può volare l’elicottero». E se arrivano i soccorsi a piedi, ci metteranno all’incirca il tempo che ci hai messo tu ad arrivare.

L’eroe non è chi taglia, è chi tiene la vittima calda

Da qui discende un ribaltamento completo dell’immaginario, ed è una delle affermazioni più forti dell’intera intervista.

«Non è più l’eroe colui che fa l’intervento sanitario in maniera rambesca, ma è più colui che sa come gestire l’ambiente. Riuscire a mantenere la nostra vittima calda, asciutta, idratata, il tempo necessario affinché gli altri possano arrivare».

Tenere una persona calda e asciutta per sei ore è meno spettacolare di una manovra invasiva. Ma nella grande maggioranza dei casi reali è ciò che determina l’esito.

E c’è poi la valutazione sul trasporto, che in ambito remoto è una decisione e non un automatismo: alcune vittime restano ambulanti, altre vanno trasportate, e bisogna onestamente valutare se si è in grado di farlo.

«Tante considerazioni che in ambito urbano non ci sono, perché tu alla fine chiami il 112, arriva l’ambulanza e il giochino è risolto».

I tre consigli

Richiesto di tre consigli per chi ascolta, Daniele ne dà due che sono l’uno il rovescio dell’altro, e uno terzo che è una disciplina permanente.

Primo: non sopravvalutarsi.

«Non sopravvalutare mai le proprie competenze e la propria preparazione, perché arriverà sempre un momento nel quale starai di fronte a uno specchio e l’immagine che vedi non è quella che ti aspetti».

Secondo: attenzione soprattutto se sei bravo. Questa è controintuitiva e vale la pena leggerla due volte.

«Normalmente l’inconveniente capita di più a quelli che sono bravi che non a quelli che non sono bravi. Quelli che non sono bravi sono molto attenti perché hanno paura, mentre chi è bravo tende un pochettino a mollare un certo livello di attenzione».

Terzo: non smettere mai di aggiornarsi. E porta un esempio del giorno prima dell’intervista: aveva appena rifatto un modulo sulla rianimazione cardiopolmonare canina, già seguito due anni prima. «In due anni sono cambiate un paio di cose interessanti».

L’urlo in Kenya: anatomia di un intervento reale

La parte più istruttiva della puntata è il racconto di un intervento vero, perché mostra la sequenza mentale reale invece della versione da manuale.

La premessa che fa Daniele è già interessante: «Fortunatamente in certe condizioni il livello di attenzione è talmente elevato che difficilmente si è creata una situazione ipercritica». In spedizione, paradossalmente, si sta più attenti che a casa.

Il contesto

Non erano in Tanzania ma in Kenya, quasi al confine, sulle montagne del Namanga, tra i 1.500 e i 2.000 metri di quota. Le condizioni erano queste:

  • Ogni pomeriggio cominciava a piovere verso le 15:00-15:30
  • Faceva buio tra le 17:30 e le 18:00
  • Erano in totale autonomia, con scarsità d’acqua e di cibo
  • C’era stanchezza accumulata

«L’attenzione a volte si abbassa», osserva. Ed è durante questo calo che uno dei ragazzi si ferisce gravemente una mano con il machete.

La sequenza

Parte l’urlo. E qui Daniele descrive cosa succede nella testa di chi è addestrato, passo per passo.

1. Valutazione della scena. Prima ancora di avvicinarsi: la situazione era sufficientemente tranquilla e la scena sicura, perché non erano soli, stavano preparando il campo, c’era molta gente. «Ovviamente uno sguardo lo dai sempre, ti rendi conto che non ci sono pericoli oggettivi».

2. Raccolta rapida di informazioni. «Due domande, un’occhiata per vedere se la scena ti può suggerire qualche dinamica: machete per terra, mano sanguinante, era abbastanza semplice».

3. Controllo della propria reazione. Ed è qui che i trent’anni di volo pagano il loro dividendo più grande.

«A parte le prime situazioni un po’ particolari dove c’è il cuore che parte e comincia a pompare a 160-170, dopo un po’ ti abitui e cerchi anche di mitigare quella che è la tua reattività emotiva».

Il sorriso come strumento clinico

C’è poi un dettaglio che Daniele racconta quasi come una stranezza personale, e che invece è una tecnica precisa.

«Io quando mi avvicino a qualcuno sorrido. Il fatto che io sorrida mediamente mette l’altro in una condizione già di maggior tranquillità».

Il ragionamento è esplicito: «Non puoi avvicinarti a qualcuno che sta male dicendo: oh guarda, questo sta malissimo». E il beneficio è doppio, perché serve anche a chi soccorre: «Cerco di tranquillizzare me stesso e tranquillizzare l’altro già con un’espressione facciale un po’ più serena».

L’effetto pratico è concreto: «La persona è più tranquilla, è maggiormente predisposta a lasciarsi fare quello che deve essere fatto».

Con una precisazione importante: non si tratta di minimizzare, ma di ridurre il livello di ansia.

Il tavolo operatorio era una pettorina

Le condizioni operative erano quelle che erano: stava iniziando a piovere, non avevano ancora acceso il fuoco, mancava la luce, stava imbrunendo.

L’allestimento improvvisato:

  • Illuminazione con le frontali, chiedendo a un paio di ragazzi di reggerle
  • Come piano di lavoro, la sua pettorina aperta, su cui appoggiare la mano del ferito
  • Due ragazzi a tenere un telo occhiellato sopra le teste per proteggere dalla pioggia

La procedura: lavaggio con acqua e sapone, disinfezione, e chiusura con Steri-Strip, le striscette adesive da 2-3 millimetri di larghezza e 5-6 centimetri di lunghezza che avvicinano i lembi del tessuto.

«La situazione vista da fuori era anche abbastanza grottesca», ammette ridendo. «Veniva da ridere per quanto fosse complesso».

L’esito, e la lezione sul non ricucire

Due o tre settimane dopo il ragazzo gli manda la fotografia della mano: non c’era nemmeno la cicatrice. Merito, ammette Daniele, anche di una pelle particolarmente buona, ma soprattutto della cura nell’unire bene i lembi.

E qui arriva un avvertimento importante, contro un riflesso da film:

«Non è che ogni volta che succede un taglio profondo si prende ago e filo e si cuce. Mi raccomando, non è una condizione da prendere in considerazione di primo acchito quando sei in ambito remoto».

Sulla differenza tra tipi di ferita, la precisazione è tecnica: gli Steri-Strip funzionano meglio con incisioni nette, come quelle di una lama. Con ferite lacerocontuse, come quelle prodotte da una sega a doppia dentatura, diventa molto più complicato.

Dove finisce l’esperienza e comincia l’incoscienza

A questo punto arriva una domanda scomoda: dov’è il confine tra farsi esperienza e andarsela a cercare?

La risposta di Daniele è una definizione secca.

«Andarsela a cercare è quando vai a fare un qualcosa per il quale non sei preparato».

Vale sia per l’arrampicata che per l’assistenza sanitaria: se non sei in grado di arrampicare, o non sei in grado di fare assistenza sanitaria, allora te la vai a cercare.

Ma respinge con decisione l’idea che l’attività in sé sia imprudente. A chi gli dice che fare una spedizione di 80-90 chilometri nella savana, o 110-120 chilometri a piedi nel deserto, significhi andarsela a cercare, risponde:

«Ma allora chi arrampica, chi fa vela, chi fa surf, chi fa speleologia, chi fa subacquea, tutti quanti se la vanno a cercare. Sono attività che ci piacciono, ci permettono di vivere il mondo in maniera diversa da chi ama sport più canonici».

La discriminante, ribadisce, è una sola: essere adeguatamente preparati.

E la preparazione, nel suo caso, è anche organizzativa. Nelle spedizioni con Daniele Dal Canto e Antonio Gebbia:

  • Si selezionano le persone che partecipano
  • Chi è completamente inesperto viene inserito in gruppi con partecipanti più esperti, così da distribuire il carico di gestione
  • Si fanno ricognizioni preventive del posto
  • Ci si appoggia a contatti locali, unendo la propria professionalità alla loro

«Non buttarsi così senza un paracadute», sintetizza, con un’espressione particolarmente adatta al podcast che lo sta ospitando.

I veri killer della natura italiana: api, vespe e calabroni

Questa è forse la parte della puntata che ribalta più radicalmente le convinzioni comuni, ed è anche quella con i numeri più sorprendenti.

La domanda è posta così: noi italiani siamo terrorizzati dall’orso del Trentino, dal lupo e dal ragno violino. Ma qual è l’animale che fa davvero una strage silenziosa ogni anno nel nostro paese?

Daniele risponde prima al «perché lo sottovalutiamo», e la ragione è disarmante nella sua semplicità.

«Lo sottovalutiamo perché è comune. Lo vediamo spesso, dovunque. E in alcuni casi abbiamo anche la narrazione della bellezza».

Sta parlando degli imenotteri: api, vespe e calabroni.

L’osservazione sul marketing involontario di queste specie è divertente e centrata: alcune «sono vestite con un pellicciotto simpatico», mentre «le cugine sono vestite in latex, un pochino più aggressive». L’ape gode di un’immagine positiva costruita su decenni di narrazione: l’operosità, il miele, l’impollinazione, il ruolo ecologico. Questa narrazione è corretta, ma ha un effetto collaterale: abbassa la percezione del rischio.

I numeri che ribaltano la paura

Prima di arrivare agli imenotteri, Daniele smonta uno per uno i grandi spauracchi mediatici.

Il lupo. «Di lupi non abbiamo attacchi all’uomo, non so da quanti decenni. Al lupo tutto gli può fregare, meno che attaccare l’uomo».

L’orso. Il riferimento è al caso tragico che ha occupato le cronache, che Daniele inquadra come evento eccezionale legato a una circostanza specifica. La sua osservazione generale è che, lasciati tranquilli, questi animali se ne andrebbero per la loro strada.

La vipera. «Sopravvalutata in maniera pazzesca». Ci torneremo con i dettagli, ma il dato è questo: «A volte non arriviamo neanche a un decesso l’anno, un decesso ogni due anni». E, particolare non trascurabile, normalmente quei decessi non sono nemmeno direttamente collegati alla tossina, ma a una comorbilità preesistente che il morso peggiora.

E gli imenotteri?

«Noi arriviamo anche a 10-15 decessi l’anno in Italia per colpa degli imenotteri».

Il confronto è impietoso. Da un lato animali che generano titoli di giornale e dibattiti parlamentari, con numeri di vittime vicini allo zero. Dall’altro insetti che troviamo nei giardini, con un ordine di grandezza di dieci-quindici volte tanto.

«Se noi dovessimo veramente aver paura di qualcuno, dovremmo aver paura di quegli insettini che sono a strisce gialle e nere».

Ape contro vespa: due armi diverse

La differenza tecnica tra i due gruppi è rilevante dal punto di vista pratico, e Daniele la spiega partendo dall’evoluzione.

L’ape ha un pungiglione seghettato. Non è un difetto di progettazione: «L’ape è strutturata per difendersi dal calabrone, e quindi il suo pungiglione è seghettato in maniera tale da bucare la parte chitinosa del calabrone».

Il problema nasce quando punge noi. La nostra pelle è elastica in modo diverso, e il pungiglione zigrinato resta conficcato. L’ape vola via, si eviscera e muore. Ma il dettaglio che conta per la vittima è un altro: la ghiandola velenifera resta attaccata al pungiglione e continua a iniettare veleno anche dopo che l’ape se n’è andata.

La vespa non ha questo vincolo. Il pungiglione è liscio, quindi può pungere ripetutamente. «La vespa ti può pungere quattro, cinque volte in maniera rapida», iniettando una quantità di tossina considerevolmente maggiore.

Le due tossine sono differenti tra loro, precisa, ma producono effetti simili nella nostra fisiologia.

Attaccano davvero in gruppo

Alla domanda se sia vero che possano attaccare tutte insieme, la risposta è affermativa per entrambe: anche le api attaccano in gruppo, «se ritengono che ci sia una difesa da attuare».

Quante punture servono per uccidere

Qui bisogna distinguere due meccanismi completamente diversi, e Daniele lo fa con chiarezza.

Il meccanismo tossico puro richiede quantità enormi. «Si calcola dieci-venti punture per chilogrammo di persona». Per una persona di 70 chili significherebbe da 700 a 1.400 punture: uno scenario estremamente improbabile.

Aggiunge tuttavia che sono stati osservati casi in cui un numero molto inferiore, nell’ordine delle decine di punture simultanee, ha portato a condizioni fatali, perché entra in gioco la condizione individuale.

Il meccanismo allergico, invece, non richiede numeri. Ne basta una.

Cosa succede davvero in una reazione anafilattica

La spiegazione fisiologica che Daniele dà è sufficientemente precisa da meritare di essere seguita passo per passo, perché capire il meccanismo cambia il modo in cui si reagisce.

Il punto di partenza è un inganno del sistema immunitario: gli anticorpi «vengono ingannati da questa tossina» e smettono di svolgere la funzione corretta.

Da qui parte una cascata:

  1. Rilascio massivo di istamina.
  2. Processo infiammatorio generalizzato.
  3. Vasodilatazione, con conseguente crollo della pressione arteriosa.
  4. Rigonfiamento delle mucose, che può portare al blocco respiratorio.
  5. Broncospasmo, che impedisce una ventilazione adeguata.

Il risultato è un attacco simultaneo su due fronti vitali: la circolazione e la respirazione.

La finestra temporale

Questo è il dato che più di ogni altro dovrebbe cambiare il comportamento di chi va in ambienti isolati.

«Tutto questo può accadere in una tempistica veramente ridotta, che va dai 3 ai 30 minuti».

Tre minuti. In un contesto urbano, tre minuti sono appena il tempo di una chiamata al 112. In ambiente remoto, tre minuti sono tutto il tempo che hai, e non c’è nessuno che stia arrivando.

Il problema di non sapere

C’è un aspetto crudele di questa condizione che Daniele sottolinea: non puoi sapere in anticipo se sei a rischio.

«La fregatura è che noi non lo sappiamo fino a quando non accade. È difficile dire che io sono allergico alla tossina degli imenotteri fino a quando non ci sono venuto in contatto».

Vale per qualsiasi sostanza esogena: o ci sei entrato in contatto e quindi hai avuto l’esperienza, oppure non lo saprai finché non succede.

L’adrenalina, e perché funziona

L’antidoto è la penna di autoiniezione di adrenalina, e la ragione per cui funziona è elegante: l’adrenalina fa esattamente il contrario di ciò che sta facendo l’istamina.

Nello specifico, Daniele elenca tre azioni:

  • È uno stimolante cardiaco
  • Permette una maggiore respirazione e ventilazione, contrastando il broncospasmo
  • È un vasocostrittore: riduce il calibro di arterie e vene, contrastando il crollo pressorio

La sua storia personale con il bombo

Alla domanda se il consiglio sia quindi portarsi sempre dietro l’adrenalina, la risposta è tipicamente sfumata: «A questo tipo di domande io normalmente dico dipende». Se hai già sentori di allergie, la strada è una visita allergologica.

Ma poi racconta come lo ha scoperto lui, e la storia è utile perché mostra quanto il segnale possa essere ingannevole.

Stava tenendo un corso di sopravvivenza in Abruzzo, dormivano per terra. Una mattina, nel dormiveglia, sente qualcosa che gli ronza e gli cammina sulla gamba. Si muove istintivamente e sente una puntura. Si muove di nuovo, altra puntura. Si toglie il pantalone e vede un bombo che vola via.

Controlla: nessun grande rossore, nessun dolore particolare.

E qui dà un’indicazione clinica generale: «Se nell’immediato, nell’arco di 45 minuti, non hai una reazione molto marcata a livello locale, ci sta che forse non hai neanche una reazione marcata a livello sistemico».

Nel suo caso, però, la regola non ha tenuto. Verso le 23:30-24:00 si sveglia con «una gran fame d’aria», rendendosi conto di respirare con difficoltà. Controlla i parametri: tutto a posto, soltanto quella difficoltà respiratoria.

Il giorno dopo va dal medico e si fa prescrivere la penna di adrenalina. «Da allora ce l’ho sempre appresso».

Il ragionamento che lo ha convinto: «Se è successa una cosa del genere, ci sta che la prossima volta potrebbe essere maggiormente marcata».

È vero che più ti pungono, più diventi allergico?

La risposta è sì, ma il meccanismo non è quello che si immagina.

«Una volta veniva chiamata una sorta di memoria cumulativa di questa tossina. Effettivamente non è che si accumula nel tempo: è che le nostre barriere immunitarie tendono a non essere più in grado di gestire la situazione».

Quindi la conclusione pratica regge: più punture ricevi, più aumenta il rischio che il corpo non reagisca adeguatamente.

E cade così anche il mito dell’assuefazione: «Non è vero che ti abitui. L’apicoltore non è immune dalle punture delle api, anzi forse è una delle persone più a rischio, perché qualche puntura l’avrà avuta nel corso della vita».

A margine, commentando i video di raccoglitori di miele dell’Estremo Oriente che si tolgono le punture dalle mani con noncuranza, aggiunge un’osservazione molto da istruttore: il rischio maggiore non è nemmeno la puntura in sé, ma il fatto che spesso quelle persone si trovano a venti o trenta metri d’altezza.

Vipere: perché sono sopravvalutate e cosa non devi mai fare

Sul morso di vipera, Daniele imposta la risposta in modo che vale la pena adottare come metodo generale.

«Diciamo prima cosa non bisogna fare. Cosa non bisogna fare è molto più importante di quello che bisogna fare».

La ragione è che la cultura popolare ci ha tramandato una serie di falsi protocolli che fanno danno.

Quello che non si deve fare

Non incidere. Non succhiare.

Le motivazioni sono due, entrambe solide. La prima: «Una volta che il veleno entra nei tessuti, noi non abbiamo una capacità tale da poter succhiare via questo veleno dai tessuti». Semplicemente non funziona.

La seconda è più insidiosa: «La nostra bocca è una piccola fogna dal punto di vista batterico, quindi rischiamo anche di procurare un’infezione secondaria».

Ed è qui che enuncia quella che chiama la prima regola: non peggiorare la situazione della vittima.

Nessun laccio, nessun turniquet. Questa è la parte più tecnicamente interessante. Il motivo per cui il laccio arterioso è inutile in questo caso è che la tossina non viaggia principalmente per via ematica.

«Fondamentalmente si diffonde per via linfatica, e la via linfatica non risente del laccio emostatico arterioso».

Stringere il braccio, quindi, non ferma il veleno e in compenso può causare danni da ischemia.

Niente ghiaccio. «Non ci sono evidenze che possa essere utile».

Quello che si deve fare

La lista di azioni utili è molto più corta, ed è questa:

  1. Immobilizzare la parte. Il razionale è preciso: «L’attività muscolare aiuta a diffondere la tossina, quindi non facendolo muovere conteniamo un pochettino questa diffusione».
  2. Trasportare la vittima.
  3. Tranquillizzarla. «Anche lo stress contribuisce a una maggior velocità di diffusione del veleno».
  4. Andare al pronto soccorso. Su questo non ammette alternative: «È paramount. Non è che dici: me la gestisco a casa».

Il siero antivipera non esiste più

Questo è un dato che sorprende molti, perché il «siero antivipera» è ancora nell’immaginario collettivo come oggetto da portare in montagna.

«Non parliamo di siero antivipera, perché non viene più venduto dal 2003, se non sbaglio. E causava più reazioni anafilattiche che situazioni effettivamente terapeutiche».

Aggiunge che, anche in ambito ospedaliero, il trattamento sieroterapico viene riservato a una minoranza dei casi.

E se sono da solo?

La domanda arriva puntuale, ed è quella che più interessa chi va per funghi da solo.

La risposta di Daniele torna al principio che attraversa tutta la puntata: «Io non devo stare da solo in certe condizioni, perché se mi faccio male rischio veramente tanto».

Ma se la situazione si è già verificata, la procedura c’è. E parte da una constatazione realistica sulla copertura telefonica: «Non è che abbiamo una copertura palmo palmo su tutto il territorio nazionale».

Cita un vecchio detto: l’ambulanza non arriva se non la chiami. E aggiunge la conseguenza logica, che è anche il titolo morale della puntata: se stai fermo ad aspettare qualcuno che non sa che sei lì, non arriva nessuno.

La procedura per il rientro autonomo:

  • Spostarsi piano
  • Trattare la parte morsa «come se fosse ingessata», tenendola molto rigida e muovendola il meno possibile
  • Fermarsi spesso, per evitare di alzare il battito cardiaco e il livello di stress
  • Raggiungere il veicolo e da lì andare al pronto soccorso

Ragno violino e malmignatta: i due ragni italiani degni di nota

Sui ragni italiani, Daniele individua due specie che meritano attenzione, con un ribaltamento rispetto a quella di cui si parla di più.

Il ragno violino

Nome scientifico Loxosceles rufescens. È il protagonista di ricorrenti allarmi estivi, e Daniele scherza sul fatto che la stagione dei titoli sia ormai alle porte.

I fatti che riporta sono però misurati. Il ragno violino è stato «la causa dell’unico decesso confermato per morso di ragno negli ultimi decenni, nel 2015 in Calabria». Gli altri casi attribuiti negli anni successivi, precisa, non erano effettivamente riconducibili in via diretta a questo ragno.

Il quadro clinico si chiama loxoscelismo ed è una necrotizzazione dei tessuti. La caratteristica che lo rende sgradevole è il decorso: «È recrudescente, quindi torna di tanto in tanto a far male, a dolere». La gestione definitiva è chirurgica, una volta terminato l’effetto.

La malmignatta, la più pericolosa di cui non si parla

È qui che arriva il ribaltamento. Il ragno potenzialmente più pericoloso in Italia non è quello di cui parlano i giornali.

La malmignatta (Latrodectus tredecimguttatus) è sostanzialmente la nostra vedova nera. Si distingue dalla cugina africana per la livrea: quella ha due triangolini a forma di clessidra, la nostra ha tredici puntini arancione-rossastri sul dorso, da cui il nome scientifico.

«Tecnicamente lei potrebbe essere letale», afferma Daniele. E il motivo per cui è più insidiosa è controintuitivo:

«È mediamente indolore. Non ci fai caso, e quando ci fai caso potrebbe essere già un pochino tardi».

Un morso che fa male ti fa reagire subito. Un morso che non fa male ti lascia continuare la giornata mentre il quadro evolve.

Racconta poi un caso che ha usato anche nei suoi corsi: un uomo di sessant’anni, un contadino, morso da una malmignatta in Puglia. La risposta del sistema sanitario fu notevole: partì da Linate un volo dell’Aeronautica Militare con a bordo il siero specifico. Non ci furono conseguenze.

«Noi in Italia abbiamo il vaccino specifico per la malmignatta», sottolinea, usando il termine in senso ampio per indicare l’antidoto disponibile.

La conclusione generale è comunque rassicurante: anche per la malmignatta non si registrano fatalità negli ultimi decenni. «Possiamo stare sufficientemente tranquilli in Italia».

E chiude il capitolo serpenti con una battuta geografica: «In Italia non abbiamo i serpenti quelli veramente pericolosi. Li abbiamo regalati tutti quanti all’Australia, al Sud America e all’Africa».

Uscire da un’auto che affonda: i venti secondi che decidono tutto

Daniele è specializzato anche in water egress, cioè evacuazione da una cabina sommersa. La competenza viene dal periodo aeronautico e riguarda cosa fare se il mezzo, durante una trasvolata, finisce in acqua.

Ma la stessa procedura vale per un’automobile che esce da un ponte, o per un’auto sorpresa in un sottopasso allagato. Ed è per questo che ha insegnato queste tecniche anche a persone che non hanno nulla a che fare con il volo.

La fisica del problema

Il punto centrale, che quasi nessuno conosce, è questo: non riesci ad aprire la portiera.

«La pressione dell’acqua stessa mi impedirà di aprire bene lo sportello fino a quando la pressione non si equalizza».

Finché c’è aria dentro e acqua fuori, la differenza di pressione tiene la portiera chiusa con una forza che nessuna persona può vincere. La conseguenza operativa è controintuitiva al limite del terrificante:

«Devi permettere all’acqua di entrare dentro la cabina per non avere una differenza di pressione tale che tu non riesca ad aprire lo sportello».

Alla domanda diretta, cioè se davvero si debba aspettare che l’acqua allaghi tutto, la risposta è sì: «Beh, sì, devi aspettare che l’acqua allaghi tutto quanto».

La finestra: dai 10 ai 20 secondi

Questo è il numero che rende la cosa gestibile, ed è il motivo per cui vale la pena conoscere la procedura.

«Quando facciamo i corsi faccio notare che tutto sommato il giochino dura dai 10 ai 20 secondi. Quindi se uno sa qual è la manovra da fare, in 10-20 secondi è fuori».

Aggiunge una considerazione pratica sulla capacità polmonare: «Se tu hai una buona capacità di apnea stai un po’ più tranquillo. Se sei un forte fumatore sarai sicuramente un pochettino più preoccupato».

La sequenza corretta

Mettendo insieme quanto racconta, la procedura è questa.

  1. Se il circuito elettrico funziona ancora, abbassa subito i finestrini. Va fatto mentre si sta entrando in acqua, prima che la pressione renda tutto più difficile. Un dettaglio tecnico utile: «L’acqua dolce non sempre interrompe il circuito elettrico», quindi ci sono buone probabilità che l’alzacristalli funzioni anche a immersione iniziata.
  2. Se riesci ad aprire il finestrino, esci direttamente da lì.
  3. Slaccia la cintura di sicurezza. Daniele lo sottolinea espressamente: «Ricordarsi di staccare la cintura di sicurezza, perché ovviamente sennò non usciamo». Sembra ovvio, ed è esattamente il tipo di passaggio che il panico cancella.
  4. Prendi un punto di riferimento fisico. Questo è il consiglio più sofisticato di tutta la sequenza. Sott’acqua e al buio si perde l’orientamento in pochi secondi. La soluzione è tenere una mano su un riferimento certo, tipicamente il montante del finestrino aperto: «Anche se non vedo, quella mano mi sta garantendo qual è la corretta via di uscita».
  5. Attendi l’equalizzazione e apri la portiera.

Gli attrezzi: quale spaccavetro funziona davvero

Sul martelletto frangivetro, Daniele fa una precisazione che rende inutili molti degli attrezzi che la gente tiene in auto.

«Se noi avessimo uno spaccavetro avremmo vinto. Però ricordiamoci che sott’acqua la nostra capacità di spaccare un vetro non sarà formidabile, perché saremo rallentati dalla viscosità dell’acqua stessa».

Il colpo di martello, sott’acqua, semplicemente non ha l’accelerazione necessaria.

La soluzione che indica è specifica: uno spaccavetro a molla. «Lo appoggio vicino al vetro, schiaccio il bottoncino, quello fa partire una molla e spacca il vetro». L’energia viene dal meccanismo, non dal braccio, quindi la viscosità dell’acqua non è più un problema.

Il parabrezza: forte da fuori, debole da dentro

C’è poi un’informazione che vale la pena memorizzare, perché ribalta un’intuizione comune.

«Il parabrezza davanti è molto robusto a urti dall’esterno, ma se io appoggio le gambe all’interno e spingo, quello esce fuori molto facilmente, perché la guarnizione è una guarnizione a T che tiene incastrata da fuori verso dentro».

La geometria del fissaggio lavora contro le forze esterne, non contro quelle interne. Spingere con le gambe è anche il modo di applicare la massima forza disponibile del corpo umano.

Daniele tiene comunque a non banalizzare: «Non è una passeggiata di salute, è una cosa complessa che richiede prevalentemente una forte concentrazione e riuscire a calmarsi un attimino».

I sottopassi allagati, un rischio italiano concreto

Questa parte merita attenzione perché riguarda una situazione statisticamente molto più probabile di un ammaraggio.

Daniele racconta di aver insegnato questa procedura quando era nei soccorsi speciali a Giulianova, in Abruzzo, dove c’erano sei o sette sottopassi che si allagavano con regolarità.

È uno scenario che in Italia si ripete a ogni stagione di piogge intense, e la differenza tra chi conosce la sequenza e chi no si misura in quei dieci-venti secondi.

Il mantra: salva te stesso

È a questo punto che Daniele riprende la frase con cui si apre la puntata, e le dà il suo contesto completo.

«Il mantra del soccorritore, per quanto possa sembrare brutto e crudo, è: salva te stesso. Ma questo non perché c’è un egoismo di base, perché se io non salvo me prima, non posso salvare gli altri dopo».

L’analogia che usa è quella che tutti abbiamo sentito mille volte senza rifletterci: la maschera dell’ossigeno in aereo. «Prima te la metti tu, e poi la metti a chi ti sta a fianco se non è in grado di mettersela da solo».

Applicato all’auto sommersa: esci tu per primo, prendi aria, e semmai rientri per dare una mano.

I cinque oggetti del kit di emergenza (e tre non sono medici)

La domanda è classica: quali cinque oggetti terresti in un kit medico di emergenza? La risposta è tutt’altro che scontata, perché soltanto due dei cinque sono presidi sanitari.

1. Il turniquet

È l’unico oggetto che Daniele descrive come irrinunciabile in senso stretto: «Ce l’ho distribuito in ogni zaino, e nel veicolo ce l’ho sempre con me».

Il turniquet è un laccio emostatico arterioso, e serve in caso di emorragia massiva o di amputazione. La logica è semplice: «Se tu non chiudi il flusso sanguigno, la vittima muore per dissanguamento».

E la finestra temporale è strettissima. «Se alcuni vasi venissero recisi, si può arrivare a morte anche in soltanto tre minuti».

Il punto interessante è il perché lo porta, dato che teoricamente un laccio si può improvvisare: «Non perché non possa costruirmene uno con mezzi di contingenza, ma perché il fatto apposta mi dà maggiori garanzie di riuscita e di tenuta».

È un principio che vale ben oltre il primo soccorso: l’attrezzo dedicato non è sempre indispensabile, ma riduce la varianza nel momento peggiore.

2 e 3. Due luci

Qui Daniele sorprende, e la motivazione viene dalla speleologia, che pratica dal 1997.

Cita la regola anglosassone: two is one and one is none, due sono uno e uno è nessuno. Cioè: se hai un solo esemplare di qualcosa di critico, in pratica non ne hai, perché basta un guasto e sei senza.

«Le luci sono fondamentali. Se non vedi, non puoi fare».

E la ragione per cui non è un’esagerazione: «Non è detto che la situazione capiti a mezzogiorno. Potrebbe capitare nel cuore della notte».

Il racconto dell’intervento in Kenya, dove ha dovuto farsi illuminare il campo operatorio dai compagni con le frontali mentre calava il buio, è la dimostrazione pratica.

4. Un multitool

Un Leatherman o equivalente. La logica qui è la densità funzionale: uno strumento che permette di fare molte cose diverse.

Alla domanda se un bisturi non sarebbe meglio per i tagli di precisione, la risposta è interessante perché non liquida l’obiezione: «Niente è inutile. Però dipende sempre a cosa devi dare le priorità: il bisturi mi fa solo quello».

E aggiunge, con una certa ironia professionale: «Il Leatherman sicuramente non farà piacere se dovessi incidere con la punta, però il mio è molto ben affilato». Con la precisazione doverosa: «Ovvio che non desidererei mai fare una cosa del genere, però a mali estremi, estremi rimedi».

5. La metallina

La coperta isotermica in Mylar, la space blanket. È l’oggetto che più di tutti viene sottovalutato, e Daniele spiega perché sta nella lista.

«Uno dei nemici pubblici numero uno in ambito remoto è l’ipotermia».

Il ragionamento è doppio: «Se io non posso stare caldo, non posso lavorare bene. E se la vittima non può stare caldo, rischia di peggiorare la sua condizione».

Ma il dato più importante è quello traumatologico, e merita attenzione perché è poco noto:

«In traumatologia ormai abbiamo studi a riguardo: l’ipotermia avviene molto prima. Una persona traumatizzata va in ipotermia prima di una persona che va in quella che viene chiamata ipotermia accidentale».

Tradotto: una persona sana si raffredda molto più lentamente di una persona ferita. Il trauma compromette i meccanismi di termoregolazione, quindi la temperatura ambientale che per te è solo fastidiosa, per la vittima può essere critica.

Il cerotto e il nastro americano

Fuori dai cinque, ma con una menzione che spiega il metodo di selezione: il cerotto. Daniele ammette di averne sempre, per tagli e taglietti, ma osserva che «lo puoi sostituire con nastro americano, e il nastro americano fa più cose».

Con il nastro adesivo telato si riparano le scarpe, si ripara lo zaino, si costruiscono utensili.

Il criterio generale che ne emerge è esplicito:

«Ampliare un pochettino la mente e non focalizzarsi su oggetti specifici, ma più su cose che possono fare più cose».

La sesta cosa: il defibrillatore

Non l’ha messo nei cinque perché «normalmente non è una cosa che si porta». Ma aggiunge che da qualche tempo ne ha uno molto piccolo che sta sempre nel suo zaino.

E smonta una convinzione diffusa e potenzialmente letale, cioè l’idea che senza certificazione BLSD non si possa usare.

«Non è vero, non c’è scritto da nessuna parte che non possa essere adoperato. Il defibrillatore ti dice quello che devi fare, e tra le altre cose non permette sbagli: se la scarica non deve essere erogata, tu puoi spingere il bottoncino quanto ti pare, la scarica non verrà mai erogata».

È una precisazione importante: il DAE analizza il ritmo cardiaco e autorizza la scarica solo se il ritmo è defibrillabile. L’operatore non può, materialmente, dare una scarica a chi non deve riceverla.

La scatola più importante

Sul tema kit, Daniele ha una formula che vale come sintesi dell’intera puntata.

«L’unica scatola da portarsi veramente appresso importante è la scatola cranica. Tutto quello che tu hai imparato sta lì».

E il corollario, brutale: «Avere un kit non ti mette al sicuro da nulla, perché se non sai adoperare il kit, il kit è un fermacarte».

Triage: come si sceglie chi salvare per primo

La domanda è posta nel modo più scomodo possibile: se siete in quattro o cinque e devi scegliere chi salvare, come decidi?

Daniele dà subito il nome tecnico: triage. È la procedura con cui, in base alle condizioni cliniche, si decide chi deve essere trattato per primo.

Ma poi introduce il ribaltamento che rende il triage in ambiente remoto diverso da quello ospedaliero.

«Se io ho tanti feriti e un solo soccorritore, devo scegliere non soltanto il più grave, anzi non necessariamente il più grave, ma quello che è più facilmente salvabile».

L’esempio: arresto cardiaco contro emorragia massiva

L’esempio che porta è, per sua stessa ammissione, «abbastanza crudo». Ma è esattamente ciò che serve per capire la logica.

Due vittime. Una in arresto cardiaco, una con emorragia massiva. Entrambe muoiono se non intervieni. Un solo soccorritore.

L’arresto cardiaco: dopo 4-6 minuti si possono avere conseguenze cerebrali permanenti. E soprattutto, non offre garanzie di riuscita.

L’emorragia massiva: «Con un turniquet, o con un bendaggio specifico, o con delle bende da inserire all’interno della ferita profonda, posso stoppare l’emorragia in un tempo decisamente molto breve».

C’è poi un vincolo che rende la scelta ancora più netta, ed è giuridico oltre che clinico: una volta iniziato il massaggio cardiaco, non lo si può interrompere. Le uniche condizioni di interruzione che Daniele elenca sono l’arrivo di un medico, l’arrivo del defibrillatore, la sostituzione da parte di un’altra persona, o l’esaurimento fisico del soccorritore.

E lui, di esaurirsi, non ha alcuna intenzione rapida: «Io personalmente sono stato su manichino per 24 minuti consecutivi».

Il calcolo finale è spietato ma logico:

«Se io stessi 24 minuti sull’arresto cardiaco senza garanzia di riuscita, l’altro era già morto, e a quel punto probabilmente ho due cadaveri».

Il criterio, ribadisce, è uno solo: quello che ha più chance di salvarsi.

«La scelta diventa spesso difficile e apparentemente anche molto cinica», ammette. Ma il cinismo apparente serve a massimizzare il numero di sopravvissuti.

Due mesi a Moshi: cosa si impara in un pronto soccorso africano

La scelta dell’Africa non è stata casuale. Il college metteva a disposizione diverse destinazioni per il tirocinio: Sudafrica, Tanzania, Ungheria e altre. L’Ungheria fu scartata perché «troppo europea come situazione», mentre il Sudafrica offriva un servizio ambulanza a Città del Capo, quindi contesto urbano.

La scelta cadde su Moshi, in Tanzania, alle falde del Kilimangiaro, presso il Kilimanjaro Christian Medical Centre. Due mesi, oltre 400 ore di tirocinio.

La densità di esperienza

«Io ho visto più cose in una settimana al pronto soccorso a Moshi che non nei vari anni di ambulanza che ho fatto in Croce Rossa al 118».

Ma il punto decisivo non è la quantità: è il livello di responsabilità affidato.

«La cosa più interessante è che ti utilizzano per davvero. Io ho fatto manovre invasive che qua mi avrebbero carcerato».

Arrivò al punto che il medico chirurgo si fidava a lasciarlo da solo in sala piccola chirurgia a fare incisioni, asportazioni, ricuciture e punti di sutura.

La casistica

L’elenco di ciò che ha visto compone il ritratto epidemiologico di un contesto molto diverso dal nostro:

  • Traumi cranici in grande quantità. La ragione è culturale e infrastrutturale: «Vanno in giro in motocicletta in tre, quattro, cinque o sei, senza casco».
  • Incidenti stradali in grande numero.
  • Incidenti agricoli, con ferite da machete su braccia e gambe.
  • Risse, con ferite da bottiglia e lesioni da vetri rotti.
  • Complicanze da alcolismo, con asciti e paracentesi, cioè asportazione di liquidi dall’addome.
  • Cricotiroidotomie e intubazioni.
  • Toracostomie, con inserimento di aghi o presidi dedicati per ridurre la pressione endotoracica o drenare un emotorace.

La parte umana

È qui che l’intervista cambia registro, e Daniele si espone con una franchezza notevole.

«Io sono piagnone. Piango quando mi emoziono, piango quando sono triste, piango quando sono disperato. È una maniera per sfogare, e non me ne vergogno, perché sinceramente non me ne frega niente di quello che possa pensare l’altro».

A Moshi ha pianto in entrambe le direzioni: «Sia per la tristezza profonda di aver perso un paziente, sia per l’emozione profonda di aver salvato un paziente».

E la percezione del tempo si è dilatata: «Se ripenso a quei due mesi, mi sono sembrati due anni. Veramente un tempo infinito in mezzo a quelle quattro mura».

Le due storie: la perdita e la donna che è tornata

Sono i due episodi che raccontano meglio il mestiere, e vanno letti insieme perché sono accaduti a pochi giorni di distanza.

La perdita. Un arresto cardiaco. Massaggio, defibrillatore, massaggio, defibrillatore. Poi il medico dice: «Ok, basta così».

Il dettaglio che rende la scena indimenticabile è che quel «basta così» arrivò mentre era Daniele a fare il massaggio.

«Ovvio che non ti reputi responsabile, però è come se fosse morta sotto le tue mani. Quello fu un evento veramente pesante da digerire».

Il recupero. La settimana successiva, una donna aveva partorito al villaggio alle 2 di notte. Alle 4 ha avuto un’emorragia. L’hanno portata in ospedale alle 6 del mattino, proprio mentre Daniele prendeva servizio.

Va in arresto cardiaco mentre sta entrando. Massaggio cardiaco immediato.

Ed è uno di quei casi rarissimi in cui la paziente si riprende con il solo massaggio cardiaco.

«Vedere che da quasi grigiastra è tornata al suo bel marroncino è stata un’emozione veramente fortissima. Quando ha cominciato a tossire e ha aperto gli occhi…»

Con una precisazione realistica che spegne ogni tentazione romantica: «Quando uno si riprende da un arresto cardiaco non è che si sveglia tipo Biancaneve. No, sta malissimo, sta veramente male». Era in stato di totale confusione e non vedeva nulla. Ma respirava.

La conclusione che ne trae Daniele è la giustificazione di un’intera scelta di vita:

«Quello per me ha già giustificato tutto. Qualsiasi scelta fatta fino adesso».

La questione legale: obbligo di soccorso e stato di necessità

A un certo punto arriva la domanda dell’avvocato del diavolo, ed è la più dura dell’intervista: come fai a dormire la notte sapendo di aver insegnato a dei civili manovre che dovrebbe fare solo un medico?

La risposta di Daniele si articola su cinque livelli, e vale la pena seguirli tutti.

1. L’alternativa è la morte

«Le manovre che vengono insegnate sono manovre salvavita, quindi estreme. L’alternativa è che la persona muore».

Il ragionamento è che tentare di salvare una persona che sta morendo non è una scelta drammatica: è l’unica opzione con un esito diverso da zero.

2. Non sono manovre esotiche

«Non insegniamo manovre assurde. Non stiamo parlando di intervento a cuore aperto: stiamo parlando di manovre che in tanti paesi un normale emergency medical technician può attuare».

Sono, cioè, procedure «viste dalla comunità medica internazionale come manovre efficaci e necessarie in determinate specifiche condizioni».

3. Si insegna il contesto, non solo la tecnica

«Quando si insegna, si insegna anche il contesto, si insegna anche lo scenario. Quindi non soltanto la tecnica».

E la tecnica non è teorica: ci sono dispositivi simulatori per provarla. Con la clausola: «Se uno non se la sente, si deve astenere assolutamente».

4. Il principio del non fare danno

Qui c’è la formulazione più precisa del criterio operativo.

«Se tu non sai esattamente quello che devi fare, non devi fare niente. Però, sapendo quello che devi fare e non facendo niente, stai mettendo a rischio la vita».

È una simmetria importante: l’ignoranza obbliga all’astensione, la competenza obbliga all’azione.

E su di sé: «Io per esempio, sapendo fare una cosa e non applicandola, in quel caso non dormirei tranquillo la notte».

5. Il quadro normativo

Daniele cita due riferimenti normativi che, nella sua esposizione, definiscono lo spazio d’azione.

L’obbligo di soccorso. La norma sull’omissione di soccorso stabilisce che, per un laico, l’obbligo è chiamare i soccorsi. «E questo ti tutela legalmente».

Lo stato di necessità. «Se tu intervieni al fine di salvare una vita in condizione di pericolo, sei tutelato da questo articolo e non sei necessariamente colpevole di qualcosa».

Con il limite invalicabile: «Ti devi attenere a quello che tu sei in grado di fare».

E l’esempio che porta è volutamente estremo: «Se tu la cricotiroidotomia non l’hai mai fatta in vita tua, non puoi prendere una BIC e bucargli la gola, perché non funziona così. Fa molto Hollywood, però non funziona così».

Il massaggio cardiaco e la paura di far danno

Applicando lo stesso ragionamento a una situazione molto più comune, Daniele affronta il timore che blocca moltissime persone: e se facendo il massaggio cardiaco lo uccido?

«Sfugge il discorso che quello è già morto. Se il cuore non batte, è in uno stato di progressione verso il decesso. Se io faccio un massaggio cardiaco gli posso rompere anche le costole, ma chi se ne frega: l’alternativa è che muore».

«Penso che non ci sia proprio neanche da mettere sul piano della bilancia uno contro l’altro».

La responsabilità personale

Infine, la chiusura sul perché dorme tranquillo:

«La responsabilità penale è personale. Se tu, colto da un raptus di follia, vai a fare qualcosa basandoti su quello che hai sentito dire da me, non è colpa mia se tu sei un folle».

E, citando la nonna: «Impara l’arte e mettila da parte». Sapere come ci si potrebbe muovere non obbliga a farlo, e viene sempre detto chiaramente che sul territorio nazionale certe manovre non sono consentite.

Nota redazionale: quanto sopra riporta l’esposizione dell’ospite e non costituisce consulenza legale. Chi opera in contesti di soccorso è tenuto a verificare la normativa vigente e i limiti della propria abilitazione.

I falsi miti da smontare, uno per uno

Daniele sta portando avanti su Instagram una serie di mythbuster, smontando una alla volta le credenze più diffuse. Nell’intervista ne affronta diverse, e il filo conduttore è sempre lo stesso: la trasmissione orale funziona benissimo per le ricette e malissimo per la medicina.

Urinare sulla puntura di medusa

È forse il più famoso di tutti, alimentato anche da qualche serie televisiva.

Verdetto: «Serve a niente, assolutamente niente».

Entrare in acqua di mare per disinfettare una ferita

Il ragionamento popolare è che il sale disinfetta, tanto è vero che brucia. Daniele lo rovescia completamente, e questa è forse la correzione più utile della serie.

«Anzi, quello è un crogiolo di batteri e microrganismi pericolosissimo, quindi non dovremmo entrarci assolutamente».

L’acqua di mare non è sterile. Contiene una flora batterica ricca, e alcune specie marine sono responsabili di infezioni particolarmente aggressive proprio attraverso ferite aperte.

Bruciare l’ago con l’accendino per sterilizzarlo

Immagine cinematografica per eccellenza. Verdetto: «Non funziona così, non è per niente sterile».

La motivazione è tecnica: «Servono determinate tempistiche, determinato calore per poter rendere un oggetto metallico sterile». La fiamma di un accendino annerisce il metallo, non lo sterilizza.

Il turniquet fa perdere l’arto

Questo è il mito più pericoloso dell’elenco, perché non porta a fare una cosa inutile: porta a non fare una cosa che salva la vita.

Verdetto: «Non è vero, non funziona in questa maniera. Anche lì ci sono tempistiche molto importanti e molto lunghe che ti permettono di stare tranquillo».

La paura di causare un’amputazione ha storicamente frenato l’uso del laccio emostatico, con il risultato che persone sono morte dissanguate per evitare un rischio che, nelle finestre temporali reali di un soccorso, è molto più contenuto di quanto si creda.

Perché i falsi miti sono così resistenti

La riflessione che Daniele fa sul meccanismo di sopravvivenza di queste credenze è forse più interessante delle singole smentite.

«Quando il falso mito diventa veramente molto popolare, abbiamo un supporto l’uno con l’altro. Dice: io l’ho sentito dire perché mio nonno…»

La credenza si autoconvalida attraverso la ripetizione sociale. E si trasmette per generazioni: «Vengono portati avanti e la gente ci crede, li tramanda, li porta ancora più avanti, figli e figli, e fanno soltanto danni».

Aneddoto contro evidenza

C’è poi una distinzione metodologica che Daniele introduce e che vale ben oltre il primo soccorso.

«La distinzione tra quello che è un’esperienza aneddotica e un’esperienza empirico-scientifica. Il fatto che a te una certa cosa non abbia mai fatto niente non vuol dire che funzioni per tutti».

La formula che usa per rispondere a chi porta la propria esperienza personale come prova è garbata ma definitiva: «A me non è mai successo. Buon per te, sono molto contento. Però normalmente, se fai quella cosa, è pericolosa».

Il metodo: andare alle fonti

Il suggerimento operativo è sempre lo stesso, ed è verificabile da chiunque.

«Internet è bellissimo, ma deve essere filtrato. Io le fonti le posso andare a trovare, e in base a quello mi posso rendere conto se questa informazione è concreta o è una fuffa».

Con il criterio ironico per riconoscere le fonti inaffidabili: «Se io l’informazione la trovo su www.iocuginomaddetto.it, ci sta che forse non è proprio un sito adatto».

Le fonti che cita come affidabili:

  • The Lancet e PubMed, in inglese
  • I materiali della Wilderness Medical Society
  • In italiano, Nurse24 e, per alcuni argomenti, My Personal Trainer, dove scrivono professionisti

E la tecnica di verifica incrociata: «Possiamo confutare la stessa domanda con differenti risposte e vedere se queste risposte, da due siti autorevoli, combaciano».

La chiusura è la sua tipica ironia: «Basta riuscire a capire quello che andiamo a leggere. Certo, se sei analfabeta funzionale diventa un po’ difficile».

Come riconoscere un istruttore vero

Sulla proliferazione di survivalisti e prepper sui social, la domanda è come si distingue chi è realmente preparato da chi fa il Rambo della domenica.

I criteri che indica sono tre.

Primo: la personalizzazione. «Se si nota che molti fanno copia e incolla, quindi non c’è nulla di personalizzato, non fanno altro che ripetere la stessa storiellina semplicemente con altri colori, forse non c’è tanta sostanza».

Secondo: le fonti. Come lui cita le fonti mediche, chi insegna survival dovrebbe poter mostrare la propria.

Terzo: la storia verificabile. «Andare a vedere se nella sua esperienza ci sono effettivamente condizioni per le quali posso dire: ok, mi fido, queste cose le ha fatte per davvero».

E applica lo standard a se stesso: «Io non riuscirei mai a dire: vieni, ti porto su a Malaglia, andiamo a fare una bella passeggiata, se non l’avessi già fatto almeno cinque o sei volte».

Preparazione fisica, mentale e alimentare

La domanda è posta in modo provocatorio: ha senso parlare di sopravvivenza se poi non ci si prende cura del proprio corpo?

La risposta di Daniele parte da un aneddoto che smonta l’aspettativa: «Abbiamo avuto un outsider una volta, una persona che vista così abbiamo detto: non è possibile. E invece è stato perfetto».

Il peso della testa

Rifiuta esplicitamente di dare percentuali, il che è già un segnale di serietà: «Non stiamo a dare percentuali perché tanto poi non reggono. Non è che 60% mente e 40% corpo, oppure 80 e 20».

Ma la direzione la indica: «Molto mente, molto mente, perché è il cervello che controlla il corpo».

Con la precisazione ovvia: «Ovvio che se il tuo corpo è anche allenato, meglio».

La sua routine

Daniele ha superato i sessant’anni e non lo nasconde: «Ultimamente un po’ di meno, perché ho tantissime cose da fare e mi sento un po’ più stanco».

La giornata comincia presto: «Se passo le 7 di mattina è grasso che cola. Io tra le 5:30 e le 6 normalmente sono sveglio».

La sequenza mattutina:

  • Plank
  • Flessioni
  • Addominali
  • Piegamenti
  • Squat
  • Qualche attrezzo per un minimo di sviluppo muscolare

Nel resto della settimana: camminate lunghe con il cane, bicicletta, un po’ di calistenica, un po’ di yoga.

C’è un criterio di gestione degli infortuni pregressi che vale la pena notare: «Cerco di non stressare troppo le articolazioni, perché l’ho già fatto in passato e ne ho sofferto parecchio. Evito di incidere eccessivamente sulle ginocchia».

E l’osservazione tecnica per chi va in montagna: le ginocchia soffrono «non tanto nelle salite, più che altro nelle discese». Per questo lavora sul rinforzo delle gambe.

Il giorno di riposo è il lunedì, perché lavora sabato e domenica.

Allenamento specifico, non generico

Il consiglio che dà a chi parte per una spedizione è concreto e misurabile.

«Se qualcuno deve venire a fare una bella camminata nel deserto, gli direi: allenati, cammina, prendi uno zaino, mettici dentro 12, 13, 14, 15 chili e comincia a camminare con quello. Se dobbiamo andare in montagna, fatti qualche sgroppata in montagna, allena fiato e gambe a salire».

Il principio: «Dobbiamo essere un po’ specifici nell’allenamento». Non basta essere genericamente in forma, bisogna aver simulato il gesto e il carico.

L’educazione alimentare come competenza da spedizione

Questa è una parte inattesa e piuttosto bella. Daniele racconta che il padre è stato «molto bravo per quanto riguardava l’educazione alimentare», con una regola semplice: c’è questo, ma non mi piace. L’hai assaggiato? No. Non c’è altro.

Il risultato: «Alla fine della fiera, mi piaceva tutto, non ho avuto grandi difficoltà».

E il vantaggio operativo è reale: «Questo mi ha permesso, quando vado all’estero, di non soffrire la mancanza di italianità».

La capacità di adattamento, conclude, vale sia per il cibo sia per l’ambiente. In spedizione, essere schizzinosi è un problema logistico.

L’alta quota: l’elogio della lentezza

Daniele è al sesto trekking in alta quota. Il più caratteristico è quello nell’Himalaya indiano: si parte da Gangotri, a circa 3.000 metri, e si sale fino al lago di Shiva, a circa 5.100 metri. Tre o quattro giorni in salita, due o tre in discesa.

Qui alle normali possibilità traumatologiche si aggiungono le patologie d’alta montagna: mal di montagna e rischio di edemi. Daniele è però onesto sulle probabilità: «Sotto i 6.000 non è facilissimo che avvengano, anche se potrebbero».

Il mal di montagna, quello, l’hanno sperimentato davvero.

E la tecnica di gestione è una frase che merita di essere ricordata:

«La montagna è l’elogio alla lentezza. Bisogna salire piano, adattarsi, acclimatarsi».

La motivazione è anche economica, e molto pratica: «Quando uno va a fare queste cose paga un sacco di soldini. Tornare a casa deluso perché è stato male non è carino».

A parte il mal di montagna, un solo episodio degno di nota in sei trekking: una notte di febbre a 39 arrivata di punto in bianco, mai spiegata, passata da sola entro il mattino.

Come sono strutturati i corsi di primo soccorso in ambito remoto

Daniele ha delegato i corsi di sopravvivenza puri, per i quali il riferimento resta Daniele Dal Canto e alcuni collaboratori romani. Lui si dedica prevalentemente al primo soccorso in ambito remoto.

La struttura si basa sui protocolli della Wilderness Medical Society ed è articolata su tre livelli, perché «fare tutto quanto subito insieme è difficile».

Livello base

«Abbiamo già tutto quello che ci serve per poter affrontare una bella esperienza». È il livello che rende autonoma una persona normale in un contesto normale.

Secondo livello

Si approfondiscono le conoscenze mediche e alcune condizioni traumatologiche già presentate nel primo livello. Si aggiunge un approfondimento sul controllo delle emorragie massive.

Si affrontano anche le suture, ma con una qualificazione precisa e molto onesta: sono un nice to know, non un need to know. «È una cosa che fa piacere sapere come dovrebbe essere, anche se ribadisco non è assolutamente la prima linea in caso di ferite anche profonde».

Terzo livello

È quello delle manovre invasive: accessi venosi, accessi intraossei, e le procedure che «quando vengono raccontate, molti saltano dalla sedia».

Il framing con cui vengono presentate è però specifico: sono manovre da leggere «con l’ottica di un paramedico, o comunque di qualcuno che deve agire al di fuori dei confini nazionali o in stato di necessità».

Chi si iscrive davvero

Il ritratto dell’utenza è interessante perché smonta lo stereotipo del survivalista ossessionato dall’apocalisse.

La motivazione principale è poter godere di un’esperienza in natura con maggiore tranquillità. E qui Daniele fa un’osservazione statistica onesta:

«Alla fine della fiera, le condizioni a rischio vita non sono così comuni. Però quelle che ti rovinano l’esperienza sì».

Saper gestire una piccola emergenza, cioè una situazione non a rischio vita, è utile molto più spesso che saper gestire un’emorragia massiva.

Poi c’è chi ha già un kit di primo soccorso e vuole imparare a usarlo, il che ci riporta al fermacarte.

E infine una categoria professionale specifica: le guide escursionistiche, di cui Daniele fa parte. «Le guide sono responsabili della gestione del gruppo durante le uscite», e devono saper gestire situazioni come una caviglia fratturata o una distorsione: non a rischio vita, ma molto dolorose. «Non puoi abbandonarlo lì, lo devi riportare a casa nel migliore dei modi».

Il principio dell’istruttore

C’è un filo che collega l’istruttore di volo di trent’anni fa al formatore di oggi, e Daniele lo esplicita.

«Se vado a fare un qualcosa è perché mi voglio divertire. Se mi faccio male e non so cosa fare, non mi diverto più. Quindi, oltre a essermi fatto male, ho rovinato anche tutta l’esperienza».

È lo stesso ragionamento che usava con gli allievi piloti: «Se tu non impari a volare bene, ogni volta che vai a volare sei preoccupato. Se sei preoccupato non ti diverti. Allora impara a volare bene, così poi non ti preoccupi e ti diverti».

La competenza, in questa lettura, non è solo sicurezza: è una precondizione del piacere.

Approfondimenti: il contesto dietro le risposte

Questa sezione è interamente redazionale. Serve a dare profondità ad alcuni temi toccati nella puntata e non riporta affermazioni dell’ospite, salvo dove esplicitamente indicato.

Perché la regola del «non toccarlo, aspetta l’ambulanza» nasce e dove smette di funzionare

La frase che apre la puntata definisce quella regola «magnifica in città, ma letale ovunque altrove». Vale la pena capire perché entrambe le metà dell’affermazione siano vere.

In ambiente urbano, l’astensione è quasi sempre la scelta giusta per un motivo puramente aritmetico: il tempo che intercorre tra la chiamata e l’arrivo di personale qualificato è breve. In quella finestra, la probabilità che un intervento improvvisato peggiori la situazione è superiore alla probabilità che la migliori. Un trauma spinale mosso male produce un danno permanente che l’attesa non avrebbe prodotto.

Il calcolo si capovolge quando la finestra si allunga. Se il personale qualificato arriverà tra quattro ore, l’astensione smette di essere prudenza e diventa abbandono. Nelle quattro ore, l’ipotermia, l’emorragia e la disidratazione lavorano indisturbate.

Il punto sollevato da Daniele non è quindi che la regola italiana sia sbagliata. È che viene insegnata come principio assoluto invece che come regola contestuale, e chi la impara così se la porta dietro anche dove non vale.

Cosa significa «scope of practice»

È un termine che Daniele usa in inglese durante l’intervista e che vale la pena spiegare, perché è la chiave di volta di tutto il suo ragionamento sulla legittimità delle manovre.

Nei sistemi sanitari anglosassoni, lo scope of practice è l’insieme delle procedure che un determinato profilo professionale è autorizzato a eseguire. Non è una questione di capacità individuale, ma di perimetro riconosciuto: un paramedico può fare certe cose non perché sia bravo, ma perché il suo ruolo le prevede.

Ampliare il proprio scope significa quindi due cose insieme: acquisire la competenza tecnica e ottenere il riconoscimento che autorizza a usarla. Ed è esattamente la ragione per cui Daniele ha dovuto andare a Malta: in Italia quel perimetro, per quella figura, non esiste.

Perché l’ipotermia è il nemico numero uno

Nel kit, la coperta isotermica occupa un posto che sorprende. La ragione clinica merita un approfondimento.

Nel paziente traumatizzato, la letteratura di traumatologia descrive un circolo vizioso in cui ipotermia, alterazioni della coagulazione e acidosi si rinforzano a vicenda. Il sangue che si raffredda coagula peggio; se coagula peggio, l’emorragia continua; se l’emorragia continua, la perfusione dei tessuti peggiora e la temperatura scende ancora.

È per questo che l’osservazione riportata da Daniele, cioè che una persona traumatizzata va in ipotermia prima di una persona sana esposta al freddo, non è un dettaglio: significa che la soglia di temperatura ambientale considerata «sicura» per una persona in salute non è affatto sicura per la vittima che stai assistendo.

Una giornata di dieci gradi, con un po’ di vento e i vestiti bagnati, è scomoda per te e potenzialmente critica per chi è ferito e immobile a terra.

La differenza tra soccorso urbano e soccorso remoto, in una tabella

Riassumendo quanto emerge dalla conversazione, i due contesti si distinguono su almeno sei dimensioni.

  • Tempo di arrivo dei soccorsi. Minuti contro ore, con l’eventualità concreta che non arrivino affatto in giornata.
  • Certezza dell’arrivo. In città l’ambulanza arriva. In ambiente remoto l’elicottero potrebbe non poter volare.
  • Obiettivo dell’intervento. In città stabilizzare fino all’arrivo. In remoto stabilizzare e sostenere per un tempo indefinito.
  • Ruolo dell’ambiente. In città sostanzialmente neutro. In remoto è una variabile clinica attiva, spesso la principale.
  • Decisione sul trasporto. In città non è una tua decisione. In remoto devi valutare se sei in grado di trasportare la vittima e se conviene farlo.
  • Comunicazione. In città il telefono funziona. In remoto potrebbe non esserci alcuna copertura, il che rende un comunicatore satellitare un presidio, non un vezzo.

Sulla scelta del comunicatore satellitare

Nelle domande rapide Daniele indica una preferenza netta, e la motivazione tecnica merita di essere esplicitata, perché per chi viaggia in aree isolate è una decisione di sicurezza e non di gadget.

La differenza tra i sistemi satellitari sta nella architettura della costellazione. Alcune reti impiegano un numero limitato di satelliti geostazionari, che coprono una porzione fissa del globo: dove la copertura c’è funzionano bene, ma esistono intere regioni fuori portata. Altre reti impiegano molti satelliti in orbita bassa, in movimento: la copertura tende a essere globale e, come dice Daniele, «anche se sei in un posto un pochino in ombra, prima o poi un satellite da lì ti passa».

Le malattie trasmesse da vettori: perché il tema tornerà

Nella parte finale dell’intervista, alla domanda su quale condizione esotica portata dalle zanzare farà più danni in Italia nei prossimi cinque anni, Daniele dà una risposta misurata che vale la pena riportare correttamente, perché l’argomento si presta facilmente all’allarmismo.

Cita West Nile, già presente, e qualche focolaio di dengue. Ma tiene subito a ridimensionare: «Non è un’emergenza sociale, non dobbiamo allarmarci, perché siamo ben lungi da qualsiasi tipo di epidemia».

Segnala poi una condizione molto meno nota, il virus Usutu, che «sfido qualcuno a conoscerlo». È trasmesso dalla stessa zanzara del genere Culex, non è mortale per l’uomo ma lo è per gli uccelli, ed è trasmissibile lungo la catena uccello-zanzara-uomo, potendo creare problemi a livello neurologico.

Aggiunge infine la considerazione climatica: con l’innalzamento delle temperature non si può escludere un ritorno anche parziale della malaria.

Domande Rapide

La parte finale della puntata è una serie di domande secche. Alcune hanno risposte immediate, altre aprono spiragli interessanti.

Turniquet nello zaino di un civile: salvavita o strumento pericoloso? Salvavita. Senza esitazione.

L’errore più stupido che hai visto fare da un occidentale in Africa? Andare troppo vicini agli animali.

Qual è l’odore esatto di un pronto soccorso in Tanzania?

«Disinfettante alla grande. Mai sentito un profumo così sublime come il disinfettante in ospedale».

È una risposta che dice molto: in un contesto dove le risorse sono scarse, l’odore del disinfettante non è l’odore dell’ospedale. È l’odore del fatto che lì si sta ancora combattendo l’infezione.

Comunicatore satellitare Garmin inReach o rete Thuraya?

Assolutamente Garmin inReach. La motivazione, come visto sopra, è di copertura: la rete concorrente non copre ampie porzioni delle Americhe, mentre l’altra offre copertura globale.

Per combattere il freddo estremo, l’alcol aiuta?

No. «Piacevole, ma non funziona».

Alla battuta sull’uso cinematografico dell’alcol per far passare il dolore durante gli interventi, la risposta di Daniele è una delle più divertenti della puntata: «Aiuta a me, per farmi passare l’ansia».

Meglio un escursionista fifone o un super atleta allenato ma arrogante?

Assolutamente un escursionista fifone.

È perfettamente coerente con quanto detto prima sull’incidente che capita più spesso a chi è bravo: la paura mantiene alto il livello di attenzione, la sicurezza di sé lo abbassa.

Hai mai avuto veramente paura di non tornare a casa? «Ti sembrerà strano, ma no».

Cosa provi nell’esatto momento in cui un paziente che stava per morire riprende colore in viso?

È la domanda che ha fatto emergere il racconto della donna di Moshi, riportato più sopra. La risposta, in sostanza, è che quel singolo momento ha giustificato l’intero cambiamento di vita.

La cronologia: da un modellino di aeroplano a un pronto soccorso africano

Messi in fila, i passaggi raccontati nell’intervista compongono un percorso che ha una sua logica precisa, anche se dall’esterno può sembrare una serie di svolte improvvise.

Anni Sessanta e Settanta: l’imprinting

Un bambino che costruisce aeroplanini di plastica, cresciuto con l’immagine del pilota come figura eroica veicolata dal cinema americano. Daniele lo definisce senza indulgenza «una propaganda falsa e tendenziosa», ma riconosce che ha funzionato.

Il passaggio dal gioco all’intenzione avviene con il corso di cultura aeronautica dell’Aeronautica Militare: due o tre pomeriggi di nozioni tecniche che si concludono con un volo reale. È il momento in cui il desiderio diventa obiettivo.

Le selezioni: tre tentativi, tre esiti diversi

L’Accademia Aeronautica lo respinge alla visita medica per astigmatismo. L’Accademia Navale lo accetta, ma lui la lascia perché il richiamo del volo è più forte. Entra infine in Aeronautica come ufficiale di complemento, non come pilota.

«Anche lì ci sono belle soddisfazioni», commenta. Ma non essendo quello che voleva, non accetta la rafferma e si dimette.

1987: i corsi Alitalia

La lettera arriva inaspettata. Supera le selezioni e il primo aprile 1987 mette piede su un aeroplano come allievo. L’assunzione non arriverà mai, per lui come per i compagni di corso.

È il primo grande fallimento del percorso, e vale la pena notare come lo racconta: senza rancore, come una cosa che è successa.

Gli Stati Uniti: la formazione completa

Con l’aiuto della famiglia e i risparmi del servizio come ufficiale, si trasferisce negli Stati Uniti, dove l’addestramento costa una frazione del corrispettivo italiano.

Ne esce con un ventaglio di abilitazioni molto ampio: monomotori, bimotori, elicotteri, idrovolanti.

Trent’anni di volo e di insegnamento

Diventa istruttore, prima per necessità economica e poi per scelta. Apre la propria scuola di volo, che gli dà l’indipendenza che considera irrinunciabile: «Senza dover dire sì signore a nessuno».

In questi anni accumula sei o sette emergenze reali in volo, tra cui una rottura del comando del rotore di coda, una piantata motore in autorotazione e una piantata al decollo con bimotore ad Albuquerque.

È qui che si forma la competenza che userà poi in tutt’altro campo: la capacità di eseguire una procedura mentre il cuore batte a 170.

La scuola di sopravvivenza

Nasce come spin-off della scuola di volo, da una domanda pratica: cosa succede se uno dei miei allievi finisce nei guai? È il periodo in cui conosce Daniele Dal Canto.

L’intuizione: il survivalista ferito

È il momento di svolta concettuale di tutta la storia. Puoi saper accendere il fuoco, procurarti il cibo, potabilizzare l’acqua e costruirti un riparo. Ma se ti sei fatto male, tutto questo non serve.

Da qui la ricerca di una competenza sanitaria vera, che non fosse il primo soccorso urbano.

Il Wilderness EMT negli Stati Uniti. Un percorso full immersion di quattro settimane, molto focalizzato sull’ambiente remoto. Utile, ma non sufficiente: «La fame viene mangiando».

Il Covid e la scoperta di Malta

Il fermo forzato diventa tempo di ricerca. Trova il College of Remote and Offshore Medicine, che rilascia diplomi per remote paramedic con un percorso annuale.

«Tutto quello che io pensavo di voler fare, qui già c’è».

La Tanzania

Due mesi al Kilimanjaro Christian Medical Centre di Moshi, oltre 400 ore di tirocinio. La densità di esperienza supera quella di anni di ambulanza in Italia, e con un livello di responsabilità operativa incomparabile.

È anche l’esperienza più dura emotivamente, con una perdita e un recupero a pochi giorni di distanza.

Oggi

Il volo è alle spalle, lasciato andare senza dramma. Daniele tiene corsi di primo soccorso in ambito remoto su tre livelli, fa la guida escursionistica, organizza spedizioni con Daniele Dal Canto e Antonio Gebbia, ed è al sesto trekking in alta quota.

I fili conduttori della conversazione

Rileggendo l’intera puntata, emergono alcuni principi che Daniele ripete in contesti diversi senza mai enunciarli come dottrina. Vale la pena isolarli, perché sono trasferibili ben oltre la medicina.

1. La conoscenza precede lo strumento

È il principio più ripetuto, in almeno tre formulazioni diverse: l’equipaggiamento senza conoscenze non serve a niente; il kit che non sai usare è un fermacarte; l’unica scatola che conta è la scatola cranica.

È anche il criterio con cui sceglie il kit: preferisce oggetti che fanno molte cose (multitool, nastro americano) a oggetti che ne fanno una sola (bisturi, cerotto), perché è la testa a decidere l’uso.

2. La preparazione è ciò che distingue l’esperienza dall’incoscienza

La sua definizione di «andarsela a cercare» non riguarda la pericolosità dell’attività, ma il rapporto tra attività e preparazione. Arrampicare non è imprudente; arrampicare senza saperlo fare lo è.

È una difesa di tutte le attività outdoor contro l’accusa di temerarietà, e insieme un criterio severo verso chi le pratica male.

3. La competenza abbassa l’attenzione

È l’osservazione più controintuitiva: «L’inconveniente capita di più a quelli che sono bravi». Chi non è bravo ha paura, e la paura mantiene alta la vigilanza.

La conseguenza pratica è che la formazione non è mai finita, e che il momento di maggior rischio è quello in cui ci si sente sicuri.

4. Non peggiorare la situazione

Enunciato esplicitamente a proposito del morso di vipera, ma applicato ovunque: non succhiare perché la bocca è piena di batteri, non incidere, non mettere lacci inutili.

Metà della competenza consiste nel sapere quali gesti evitare.

5. L’astensione è doverosa quando non sai, colpevole quando sai

«Se non sai esattamente quello che devi fare, non devi fare niente. Però sapendo quello che devi fare e non facendo niente, stai mettendo a rischio la vita».

È il principio etico che regge tutta la sua posizione sull’insegnamento delle manovre invasive.

6. La calma è una tecnica, non un carattere

Il sorriso quando ci si avvicina alla vittima, il controllo della propria reattività emotiva costruito in trent’anni di emergenze in volo, la scelta di ridurre l’ansia invece di minimizzare il problema.

Nessuna di queste cose è innata. Sono tutte apprese, e tutte insegnabili.

7. Le fonti contano

Vale per la medicina e vale per la scelta dell’istruttore. Chi non cita le proprie fonti e ripete storielle senza sostanza va valutato con sospetto, chiunque sia.

8. La sicurezza serve al piacere

È il filo che collega l’istruttore di volo al formatore sanitario: se ti fai male e non sai cosa fare, non ti diverti più, e hai rovinato l’esperienza oltre che esserti fatto male.

La preparazione non è una tassa sulla libertà: è ciò che la rende godibile.

Domande Frequenti

Le domande che ricorrono più spesso su questi temi, con le risposte emerse dalla puntata. Dove la risposta è un’integrazione redazionale, è segnalato.

Devo portarmi dietro una penna di adrenalina se vado in montagna?

La risposta di Daniele è «dipende», e dipende da fattori personali. Se hai già avuto sentori di allergia, la strada corretta è una visita allergologica per capire se sei a rischio anche verso le tossine degli imenotteri.

Il problema, ammette, è che l’allergia non è conoscibile in anticipo se non ci sei mai entrato in contatto. La sua storia personale è esemplare: lo ha scoperto dopo essere stato punto da un bombo durante un corso in Abruzzo, con una reazione locale trascurabile ma una difficoltà respiratoria comparsa a distanza di ore.

La penna di adrenalina è un farmaco su prescrizione. Il percorso corretto passa dal medico.

Quanto tempo ho se vengo punto e sono allergico?

Dai 3 ai 30 minuti perché il quadro anafilattico si sviluppi. È il dato che rende la questione seria in ambiente isolato: in tre minuti nessun soccorso può raggiungerti.

Il morso di vipera è mortale?

Molto raramente. Daniele riporta una casistica italiana che a volte non raggiunge un decesso l’anno, e precisa che quei decessi normalmente non sono direttamente attribuibili alla tossina, ma a una comorbilità preesistente che il morso aggrava.

Questo non significa che il morso vada ignorato: il pronto soccorso è obbligatorio. Significa che il panico non è giustificato, e il panico stesso peggiora le cose accelerando la diffusione del veleno.

Esiste ancora il siero antivipera? Secondo quanto riportato da Daniele nell’intervista, non viene più commercializzato dal 2003, perché causava più reazioni anafilattiche di quanti benefici terapeutici producesse.

Cosa faccio se vengo morso da una vipera e sono da solo?

La premessa di Daniele è che in certe condizioni non si dovrebbe essere soli. Ma se la situazione si è verificata, la sequenza è: muoversi lentamente, tenere la parte morsa rigida come se fosse ingessata, fermarsi spesso per non alzare il battito cardiaco, raggiungere il veicolo e andare al pronto soccorso.

Aspettare fermi che arrivi qualcuno non è una strategia: se non hai potuto chiamare, nessuno sa dove sei.

Se la mia auto finisce in acqua, devo rompere il finestrino?

Se il circuito elettrico funziona, la prima mossa è abbassare i finestrini, non romperli. L’acqua dolce non sempre interrompe l’impianto, quindi ci sono buone probabilità che gli alzacristalli rispondano anche a immersione iniziata.

Se devi rompere, un martelletto tradizionale è poco efficace sott’acqua perché la viscosità rallenta il colpo. Serve uno spaccavetro a molla, dove l’energia viene dal meccanismo.

Perché non riesco ad aprire la portiera?

Per la differenza di pressione tra l’esterno allagato e l’abitacolo ancora pieno d’aria. La portiera si apre solo quando le pressioni si equalizzano, cioè quando l’abitacolo si è riempito. È controintuitivo e spaventoso, ma è la fisica del problema.

Quanto tempo ho per uscire da un’auto che affonda? Daniele indica una finestra di 10-20 secondi per chi conosce la manovra. La capacità di apnea individuale incide sul margine di tranquillità.

Posso usare un defibrillatore se non ho il patentino BLSD?

Secondo quanto afferma Daniele, sì: non esiste una norma che lo vieti, il dispositivo guida l’operatore e, soprattutto, non consente errori, perché se il ritmo non è defibrillabile la scarica non viene erogata comunque.

E se facendo il massaggio cardiaco rompo le costole?

La risposta è secca: la persona in arresto cardiaco è già in progressione verso il decesso. Il confronto tra una costola rotta e la morte, nelle parole di Daniele, non è nemmeno da mettere sulla bilancia.

Il turniquet mi farà perdere il braccio?

No. È uno dei falsi miti che Daniele smonta esplicitamente. Le tempistiche entro cui il laccio è sicuro sono molto più lunghe di quanto si creda, e ampiamente compatibili con i tempi di un soccorso.

Devo imparare a suturare?

Nei corsi la sutura viene presentata come nice to know, non come need to know. Nel racconto dell’intervento in Kenya, una ferita profonda da machete è stata chiusa con Steri-Strip e si è rimarginata senza cicatrice.

Prendere ago e filo non è la prima linea in ambito remoto.

Quali sono i cinque oggetti minimi?

Turniquet, due luci, un multitool, una coperta isotermica. Con menzione d’onore per il nastro adesivo telato, che sostituisce il cerotto e fa molte altre cose.

Tre dei cinque non sono presidi medici.

Serve essere allenati per fare questo tipo di attività?

Aiuta, ma Daniele insiste che il fattore principale è mentale. L’allenamento, quando serve, deve essere specifico: se vai nel deserto, cammina con lo zaino carico di 12-15 chili; se vai in montagna, allena fiato e gambe in salita.

Come riconosco un corso serio da uno improvvisato?

Tre criteri: che i contenuti non siano copia-incolla generico, che l’istruttore citi le proprie fonti, e che la sua esperienza sia verificabile, cioè che le cose che insegna le abbia effettivamente fatte.

Schede operative

Sintesi redazionale di quanto emerso nella puntata, pensata per essere consultata rapidamente. Non sostituisce una formazione adeguata: come ripete Daniele, il kit senza le conoscenze è un fermacarte.

Scheda 1: morso di vipera

Non fare mai:

  • Incidere la ferita
  • Succhiare il veleno
  • Applicare lacci o turniquet
  • Applicare ghiaccio

Fai:

  • Immobilizza la parte colpita
  • Mantieni la vittima calma
  • Riduci al minimo l’attività muscolare
  • Trasporta al pronto soccorso

Scheda 2: sospetta reazione anafilattica

Segnali da riconoscere:

  • Difficoltà respiratoria, sensazione di fame d’aria
  • Gonfiore delle mucose
  • Calo pressorio
  • Comparsa rapida, da 3 a 30 minuti dal contatto

Nota: una reazione locale lieve non esclude una reazione sistemica successiva. Nel caso raccontato da Daniele, la difficoltà respiratoria è comparsa la sera, ore dopo la puntura.

Scheda 3: veicolo in acqua

  1. Abbassa subito i finestrini, se l’impianto risponde
  2. Slaccia la cintura di sicurezza
  3. Se puoi, esci dal finestrino
  4. Altrimenti attendi l’allagamento per equalizzare la pressione
  5. Mantieni una mano su un riferimento fisico, tipicamente il montante
  6. Apri la portiera ed esci

Se devi rompere: spaccavetro a molla, non martelletto. In alternativa, spingere il parabrezza con le gambe dall’interno, dove la guarnizione a T lavora a sfavore.

Priorità: salva prima te stesso, poi rientra per gli altri.

Scheda 4: valutazione di una scena

  1. La scena è sicura? Ci sono pericoli oggettivi per me?
  2. Cosa mi suggerisce l’ambiente sulla dinamica?
  3. Due domande alla vittima
  4. Controllo della mia reattività emotiva
  5. Approccio calmo, espressione serena, riduzione dell’ansia della vittima

Scheda 5: triage con un solo soccorritore

Il criterio non è il più grave, ma il più facilmente salvabile.

Motivo: impegnarsi su un caso a bassa probabilità di successo e ad alto assorbimento di tempo, come un arresto cardiaco, significa perdere nel frattempo un caso ad alta probabilità di successo e a basso assorbimento di tempo, come un’emorragia massiva controllabile con un turniquet.

Glossario

I termini tecnici usati nella puntata, spiegati.

  • Remote paramedic — Paramedico specializzato nell’intervento in ambienti isolati, dove il soccorso organizzato può impiegare ore o non arrivare.
  • EMT (Emergency Medical Technician) — Figura professionale dell’emergenza extraospedaliera diffusa nei paesi anglosassoni, con livelli di abilitazione progressivi. Non prevista nell’ordinamento italiano.
  • Scope of practice — L’insieme delle procedure che un profilo professionale è autorizzato a eseguire.
  • Turniquet — Laccio emostatico arterioso, usato per arrestare emorragie massive o in caso di amputazione.
  • Accesso intraosseo — Via di somministrazione che raggiunge il midollo osseo, utilizzabile quando le vene sono collassate.
  • Cricotiroidotomia — Apertura chirurgica della via aerea a livello del collo, quando naso e bocca non sono accessibili. Daniele la definisce «l’opzione nucleare». Spesso chiamata impropriamente tracheotomia.
  • Steri-Strip — Striscette adesive di 2-3 mm di larghezza e 5-6 cm di lunghezza, usate per avvicinare i lembi di una ferita senza suturare.
  • Ferita lacerocontusa — Ferita a margini irregolari, tipica di strumenti non affilati. Più difficile da chiudere di un taglio netto.
  • Imenotteri — Ordine di insetti che comprende api, vespe e calabroni.
  • Anafilassi — Reazione allergica sistemica grave, con vasodilatazione, calo pressorio, edema delle mucose e broncospasmo.
  • Loxoscelismo — Quadro clinico da morso di ragno violino, caratterizzato da necrosi tissutale a decorso recrudescente.
  • MalmignattaLatrodectus tredecimguttatus, la vedova nera mediterranea, riconoscibile dai tredici puntini rossastri.
  • Water egress — Evacuazione da una cabina sommersa.
  • Density altitude — Quota che tiene conto della densità dell’aria: con caldo e alta quota le prestazioni di motori e superfici portanti calano.
  • Autorotazione — Manovra di emergenza dell’elicottero in caso di avaria motore, che sfrutta il flusso d’aria per far girare il rotore.
  • Triage — Procedura di assegnazione delle priorità di trattamento in presenza di più vittime.
  • Toracostomia — Inserimento di un presidio nel torace per ridurre la pressione endotoracica o drenare un emotorace.
  • Paracentesi — Asportazione di liquido dalla cavità addominale.
  • Ipotermia accidentale — Abbassamento della temperatura corporea per esposizione, distinta da quella che colpisce più rapidamente il paziente traumatizzato.

A chi serve davvero questa puntata

Non tutti quelli che ascoltano hanno intenzione di attraversare la savana. Vale la pena chiarire per quali profili questi contenuti hanno un’utilità immediata.

Chi fa escursionismo, anche occasionale

È il profilo più ovvio, ed è anche quello che più spesso sottovaluta. Come osserva Daniele, le condizioni a rischio vita non sono comuni, ma quelle che rovinano l’esperienza sì: una distorsione, una caviglia fratturata, un taglio. Sapere gestire la piccola emergenza è ciò che serve nel 95% dei casi reali.

A questo si aggiunge il tema della copertura telefonica, che in molte aree appenniniche e alpine è discontinua molto prima di quanto si pensi.

Chi accompagna altre persone

Guide escursionistiche, accompagnatori, capi gruppo, istruttori di qualunque disciplina outdoor. Qui la formazione non è un’opzione ma una responsabilità: se qualcuno del gruppo si fa male, non lo puoi lasciare lì.

Chi guida in aree soggette ad allagamenti

La procedura di uscita da un veicolo sommerso non serve solo a chi vola. Serve a chi attraversa sottopassi in città durante le piogge intense, situazione che in Italia si ripete ogni stagione. Sono dieci-venti secondi e una sequenza di cinque passaggi.

Chi ha un’allergia nota, o vive con qualcuno che ce l’ha. La parte sull’anafilassi è la più direttamente applicabile alla vita quotidiana di chiunque, perché api e vespe si incontrano in giardino, non in Tanzania.

Chi viaggia in aree con sanità distante. Il tema del comunicatore satellitare, della copertura e dell’appoggio locale riguarda chi organizza viaggi in fuoristrada, trekking di più giorni o spedizioni.

Il gap italiano: cosa servirebbe davvero

Sezione redazionale di contesto, costruita a partire dall’analisi dell’ospite.

Il punto sollevato da Daniele sul «interregno» mancante nel sistema italiano merita di essere sviluppato, perché non è una lamentela generica ma l’individuazione di uno spazio funzionale vuoto.

Dove il modello attuale funziona bene

Va detto con chiarezza, perché l’ospite stesso lo dice: il sistema italiano non è arretrato. La qualità dei professionisti sanitari, nelle sue parole, è «tra le migliori al mondo». Il modello dell’emergenza territoriale, costruito su ambulanze infermieristiche e medicalizzate, garantisce un livello di competenza a bordo che molti sistemi paramedici non hanno.

In un contesto urbano o periurbano, con tempi di intervento nell’ordine dei minuti, questo modello è probabilmente superiore a quello anglosassone, perché porta sul posto una competenza clinica più alta.

Dove smette di funzionare

Il problema emerge quando i tempi si allungano. E in Italia si allungano più spesso di quanto la narrazione pubblica suggerisca: aree interne appenniniche, valli alpine, isole minori, zone a bassa densità abitativa dove la copertura telefonica è discontinua e la viabilità stagionale.

In quei contesti, il modello «porta rapidamente il paziente all’ospedale» incontra un vincolo fisico. E la formazione impartita ai laici, costruita sul presupposto opposto, non aiuta.

La formazione dei laici come nodo

La regola che si impara nei corsi di primo soccorso di base è corretta nel suo contesto: non muovere il traumatizzato, chiamare il 118, attendere. È corretta perché presuppone un’attesa breve.

Il nodo è che quella regola viene insegnata come principio universale, non come regola contestuale. Chi la impara così non ha strumenti per capire quando smette di valere, e in ambiente isolato applica un protocollo pensato per un mondo diverso.

Una formazione che distinguesse esplicitamente i due scenari non richiederebbe di autorizzare manovre invasive ai civili: basterebbe insegnare la gestione ambientale, cioè esattamente ciò che Daniele indica come l’attività più determinante. Tenere una persona calda, asciutta e idratata non richiede alcuna abilitazione sanitaria.

Il ruolo delle figure di accompagnamento

C’è poi una categoria che vive già oggi in questo spazio vuoto: guide escursionistiche, accompagnatori di media montagna, istruttori di discipline outdoor, organizzatori di viaggi avventura.

Queste persone hanno una responsabilità di fatto sulla sicurezza di un gruppo, spesso in luoghi dove l’ambulanza non arriva, ma il loro percorso formativo obbligatorio non è costruito attorno al soccorso prolungato.

È probabilmente qui, più che nella creazione di una nuova figura professionale sanitaria, che una formazione strutturata avrebbe l’impatto più immediato.

Costruirsi un piano, non comprarsi un kit

Sezione redazionale, derivata dai principi esposti nella puntata.

Se c’è un’azione concreta da portare via da questa conversazione, non è l’acquisto di un oggetto. È la costruzione di un ragionamento personale. Ecco come potrebbe essere articolato, seguendo la logica dell’ospite.

Passo 1: definisci il tuo scenario reale

Non quello immaginario. Dove vai davvero, quante volte l’anno, con chi, e a che distanza da una strada percorribile.

Chi fa passeggiate domenicali in aree servite ha uno scenario completamente diverso da chi fa trekking di più giorni. Il primo ha bisogno soprattutto di saper gestire distorsioni e piccole ferite; il secondo deve mettere in conto ore di autonomia.

Passo 2: stima il tempo di isolamento

È la variabile che, secondo Daniele, cambia tutto. Non «quanto è pericoloso il posto», ma quanto tempo passerebbe prima che arrivi aiuto, considerando che l’elicottero potrebbe non poter volare e che i soccorsi a piedi impiegherebbero all’incirca il tempo che hai impiegato tu.

Passo 3: verifica la copertura, non darla per scontata

«Non è che abbiamo una copertura palmo palmo su tutto il territorio nazionale». Vale la pena controllare, sui percorsi che si frequentano, dove il telefono effettivamente prende. Chi frequenta abitualmente aree scoperte dovrebbe valutare un comunicatore satellitare, scegliendolo in base alla copertura reale della costellazione.

Passo 4: parti dalle conoscenze

È il punto su cui l’ospite è più insistente. Un corso di primo soccorso, meglio se orientato all’ambito remoto, vale più di qualunque acquisto. E va rinfrescato: le linee guida cambiano, e una certificazione di cinque anni fa è una fotografia.

Passo 5: costruisci il kit attorno a ciò che sai fare

Non il contrario. Un turniquet in tasca a chi non ha mai visto come si applica è il fermacarte di cui parla Daniele.

Il criterio di selezione emerso nella puntata privilegia oggetti a uso multiplo (multitool, nastro telato) rispetto a oggetti monofunzione, e include almeno due elementi che non sono sanitari: le luci e la coperta isotermica.

Passo 6: affronta la questione allergica

È il rischio statisticamente più rilevante emerso nella puntata, e riguarda tutti, non solo chi va in spedizione. Se hai sospetti di allergia, una visita allergologica è il passo corretto. Se una penna di adrenalina ti è stata prescritta, deve essere con te, non nel cassetto di casa.

Passo 7: non andare da solo dove non dovresti

È la conclusione a cui Daniele torna più volte: «Io non devo stare da solo in certe condizioni, perché se mi faccio male rischio veramente tanto».

Tutte le procedure di autosoccorso descritte nella puntata, compreso il rientro dopo un morso di vipera, sono ripieghi. La misura preventiva è la compagnia.

Hollywood contro la realtà: sei scene da riscrivere

L’introduzione della puntata promette di distruggere i miti del cinema. Mettendo insieme quanto emerge dalla conversazione, si possono isolare almeno sei scene che tutti abbiamo visto decine di volte e che nella realtà funzionano in modo opposto.

1. Il protagonista che succhia il veleno dal morso

Al cinema: l’eroe incide con il coltello, succhia, sputa, e la compagna è salva.

Nella realtà: non funziona, perché una volta che il veleno è nei tessuti non c’è aspirazione che lo riporti indietro. In più si aggiunge un rischio: la bocca umana, come dice Daniele, «è una piccola fogna dal punto di vista batterico», e l’unica cosa che si trasferisce con certezza è un’infezione.

2. Il laccio stretto sopra il morso di serpente

Al cinema: si strappa una striscia di stoffa e si stringe forte sopra la ferita per «bloccare il veleno».

Nella realtà: il veleno della vipera si diffonde principalmente per via linfatica, e la circolazione linfatica non viene fermata da un laccio arterioso. Si ottengono quindi zero benefici e un rischio concreto di danno da compressione.

Il gesto giusto è molto meno spettacolare: immobilizzare, tranquillizzare, trasportare.

3. La lama sterilizzata con l’accendino

Al cinema: si passa la lama sulla fiamma per due secondi, il metallo si annerisce, e si procede.

Nella realtà: «Non funziona così, non è per niente sterile». La sterilizzazione richiede temperature e tempi specifici che una fiamma libera non garantisce.

4. La tracheotomia con la penna a sfera

Al cinema: qualcuno soffoca, un passante svuota una BIC e apre la gola, la vittima respira.

Nella realtà: è una cricotiroidotomia, non una tracheotomia, ed è ciò che Daniele chiama «l’opzione nucleare», cioè l’ultima risorsa quando naso e bocca sono inaccessibili.

Il suo commento è inequivocabile: «Se tu non l’hai mai fatta in vita tua, non puoi prendere una BIC e bucargli la gola, perché non funziona così. Fa molto Hollywood, però non funziona così».

5. Il pugno che rompe il finestrino sott’acqua

Al cinema: l’auto affonda, il protagonista dà un paio di gomitate e il vetro esplode.

Nella realtà: sott’acqua il colpo perde quasi tutta la sua efficacia, perché la viscosità del mezzo impedisce di accelerare braccio o attrezzo. Serve uno spaccavetro a molla, dove l’energia è immagazzinata nel meccanismo.

E soprattutto: nella maggior parte dei casi non serve rompere niente, perché abbassare il finestrino funziona ancora.

6. L’eroe che agisce d’istinto

Al cinema: il protagonista non ha formazione sanitaria, ma agisce d’istinto e salva tutti.

Nella realtà: è il rovesciamento più profondo dell’intera puntata. L’eroe del soccorso remoto non è chi esegue la manovra spettacolare, ma chi tiene la vittima calda, asciutta e idratata per il tempo necessario.

«Non è più l’eroe colui che fa l’intervento sanitario in maniera rambesca, ma è più colui che sa come gestire l’ambiente».

È anche il motivo per cui il titolo dell’episodio parla di un coltello che non ti salverà la vita: nell’immaginario il survivalista è definito dalla lama che porta, mentre nella pratica è definito da ciò che sa fare quando qualcuno si è ferito.

I numeri della puntata

Una sintesi dei dati citati nella conversazione, utile come riferimento rapido. Sono i numeri riportati dall’ospite in sede di intervista.

  • 10-15 — decessi l’anno in Italia attribuiti agli imenotteri (api, vespe, calabroni)
  • Meno di 1 — decessi l’anno per morso di vipera, a volte uno ogni due anni, spesso legati a comorbilità
  • 1 — decesso confermato per morso di ragno violino negli ultimi decenni, nel 2015 in Calabria
  • 3-30 minuti — finestra di insorgenza di una reazione anafilattica
  • 10-20 secondi — tempo necessario per uscire da un’auto sommersa conoscendo la procedura
  • 3 minuti — tempo entro cui si può morire dissanguati se vengono recisi certi vasi
  • 4-6 minuti — soglia oltre la quale l’arresto cardiaco può produrre danni cerebrali permanenti
  • 24 minuti — durata del massaggio cardiaco continuativo sostenuto da Daniele su manichino
  • 10-20 punture per chilogrammo — stima delle punture necessarie per un effetto tossico letale puro, al netto dell’allergia
  • 2003 — anno indicato come fine della commercializzazione del siero antivipera
  • 13 — i puntini rossastri della malmignatta, da cui il nome tredecimguttatus
  • 2 mesi e 400+ ore — tirocinio al Kilimanjaro Christian Medical Centre di Moshi
  • 3.000-5.100 metri — dislivello del trekking himalayano da Gangotri al lago di Shiva
  • 3 — i livelli in cui sono articolati i corsi
  • 5 — gli oggetti indicati come essenziali, di cui solo due sanitari

Cosa insegna davvero l’episodio del Kenya

Vale la pena tornare sul racconto dell’intervento in Kenya, perché contiene più lezioni di quante ne appaiano a una prima lettura.

L’incidente non avviene nel momento più pericoloso

Non è successo durante un attraversamento difficile o una salita esposta. È successo mentre montavano il campo, cioè nel momento percepito come sicuro.

Le condizioni che Daniele elenca sono tutte di contorno: stanchezza accumulata, scarsità d’acqua e cibo, pioggia in arrivo, luce che cala. Nessuna di queste è un pericolo in sé. Insieme, però, abbassano l’attenzione.

È la stessa logica dell’osservazione sugli incidenti che capitano ai bravi: il rischio si concentra dove la guardia si abbassa, non dove il terreno è difficile.

La valutazione della scena viene prima di tutto

Il primo gesto non è correre dal ferito. È guardarsi intorno.

«Ovviamente uno sguardo lo dai sempre, ti rendi conto che non ci sono pericoli oggettivi». In quel caso la scena era sicura perché erano in molti, in un campo, senza pericoli attivi.

Se la scena non fosse stata sicura, la sequenza sarebbe stata diversa, e il mantra del salvarsi per primi avrebbe avuto la precedenza.

L’improvvisazione riguarda la logistica, non la procedura

Questo è il punto più sottile. Daniele improvvisa moltissimo: usa la propria pettorina aperta come campo sterile, si fa illuminare dai compagni con le frontali, si fa reggere un telo sopra la testa per la pioggia.

Ma la procedura clinica non la improvvisa affatto: lavaggio con acqua e sapone, disinfezione, chiusura con Steri-Strip. È esattamente ciò che avrebbe fatto in condizioni normali.

La distinzione è importante per chiunque voglia prepararsi: si improvvisa il contesto, mai il protocollo.

Il risultato si misura settimane dopo

La conferma che l’intervento sia stato corretto non arriva sul momento, ma due o tre settimane dopo, con la fotografia di una mano senza cicatrice.

È un promemoria utile: nel primo soccorso l’obiettivo non è solo che la persona sopravviva alla giornata, ma che guarisca bene. La cura nell’avvicinare i lembi, in quel momento e in quelle condizioni, ha determinato l’esito estetico e funzionale mesi dopo.

Non serviva cucire

La lezione più pratica di tutte. Una ferita profonda da machete, in mezzo al nulla, con la pioggia e senza luce, si è chiusa perfettamente con delle striscette adesive.

Chi immagina il primo soccorso remoto come una serie di gesti drammatici trova qui il correttivo più efficace.

La Domanda Finale

Come in ogni puntata di Paracadute Podcast, la chiusura è affidata alla stessa domanda personale: secondo te, cosa c’è nell’istante dopo in cui chiudiamo gli occhi per l’ultima volta?

La formulazione è costruita su un’analogia precisa: quando andiamo a dormire chiudiamo gli occhi e li riapriamo la mattina dopo, senza percepire il tempo trascorso. Quando li chiuderemo per l’ultima volta, cosa c’è in quell’istante immediatamente successivo?

Daniele si commuove. E la risposta è breve.

«Mi hai fatto commuovere con questa domanda, perché mi è venuto da pensare che ci possa essere una luce, e dietro quella luce tutti quanti i nostri cari che sono già lì, e che finalmente rivedi».

C’è qualcosa di notevole nel fatto che un uomo che ha visto morire persone sotto le proprie mani, che ha fatto della gestione fredda dell’emergenza il proprio mestiere, e che passa l’intervista a smontare credenze non verificabili, risponda a questa domanda con un’immagine di riunione e non di vuoto.

Non è una contraddizione. È forse la conferma che la lucidità tecnica e la speranza personale abitano piani diversi, e che chi lavora quotidianamente con la morte non necessariamente ne ricava disincanto.

Gli errori più comuni di chi crede di essersi preparato

Sintesi redazionale costruita sugli spunti della puntata.

Dalla conversazione emerge un ritratto abbastanza preciso di come ci si prepara male. Non riguarda gli sprovveduti, che almeno hanno il vantaggio della prudenza, ma proprio chi si è attrezzato con convinzione.

Comprare prima di imparare

È l’errore fondativo, quello da cui discendono gli altri. Il mercato dell’outdoor e della preparazione vende oggetti, perché gli oggetti si vendono e la formazione no. Il risultato è il kit completo in mano a chi non ha mai applicato un laccio emostatico.

La frase di Daniele è definitiva: «Avere un kit non ti mette al sicuro da nulla».

Confondere l’accumulo con la competenza

Aggiungere oggetti dà una sensazione di progresso misurabile che lo studio non dà. Un kit che cresce sembra una preparazione che cresce.

Il criterio proposto nella puntata va nella direzione opposta: preferire pochi oggetti che fanno molte cose. Il nastro telato al posto del cerotto, il multitool al posto degli strumenti dedicati.

Allenarsi in modo generico

Essere in forma non equivale a essere pronti per quella specifica attività. Il consiglio di Daniele è concreto e verificabile: se vai nel deserto, cammina con dodici-quindici chili sulle spalle; se vai in montagna, allena la salita.

E c’è il dettaglio che quasi nessuno considera: sono le discese a punire le ginocchia, non le salite.

Sottovalutare l’ambiente e sopravvalutare il trauma

Chi si prepara tende a immaginare scenari drammatici: l’emorragia, la frattura esposta, la manovra salvavita. Sono eventi rari.

Ciò che accade davvero, molto più spesso, è una distorsione a due ore dal parcheggio con la pioggia che arriva e la luce che cala. La competenza che serve in quel momento non è chirurgica: è saper tenere una persona al caldo e riportarla indietro.

Fidarsi di fonti non verificabili

È il tema dei mythbuster. Le credenze più radicate, dall’urina sulla medusa al laccio sul morso di serpente, si trasmettono per via familiare e sociale, e la loro diffusione viene scambiata per prova.

Il correttivo proposto è metodologico: risalire alle fonti, incrociare due siti autorevoli, e diffidare di chi non cita mai nulla.

Scambiare l’aneddoto per evidenza

«A me non è mai successo» non è un dato. È un campione di uno, selezionato per sopravvivenza. Chi ha fatto la cosa sbagliata e ne ha pagato le conseguenze, statisticamente, non è lì a raccontarla con la stessa disinvoltura.

Abbassare la guardia quando si diventa bravi

È l’avvertimento più controintuitivo della puntata e vale la pena ripeterlo: l’inconveniente capita più spesso a chi è competente, perché la paura di chi non lo è funziona da sistema di sicurezza.

La contromisura non è diventare meno bravi, ma mantenere deliberatamente il livello di attenzione che si aveva da principianti.

Considerare la formazione un traguardo

Un attestato certifica ciò che sapevi il giorno dell’esame. Daniele racconta di aver rifatto un modulo dopo due anni e di aver trovato «un paio di cose interessanti» cambiate.

Nel primo soccorso le linee guida evolvono, e alcune raccomandazioni di dieci anni fa oggi sono considerate errate.

Andare da soli dove non si dovrebbe

È il rischio che nessun kit compensa. Tutte le procedure di autosoccorso descritte nella puntata sono ripieghi, non piani. Il piano è non trovarsi solo in condizioni in cui un infortunio ti lascia senza assistenza.

Dove si colloca questa puntata nel percorso del podcast

L’episodio 20 apre una fase riconoscibile di Paracadute Podcast, e vale la pena inquadrarlo perché dialoga in modo diretto con altre conversazioni della serie.

Il legame con l’episodio 12

Daniele Dal Canto, ospite dell’episodio dedicato alla sopravvivenza reale, non è solo un nome citato di passaggio. È la persona che Daniele Manno ha conosciuto proprio nel periodo in cui affiancava alla scuola di volo la scuola di sopravvivenza, ed è oggi il riferimento a cui delega i corsi di survival puri.

Le due puntate si completano: una copre il procurarsi risorse e il gestire l’ambiente, l’altra copre cosa fare quando il corpo si rompe. È esattamente la lacuna che Manno racconta di aver individuato: puoi essere il miglior survivalista del mondo, ma se sei ferito serve altro.

Il legame con la preparazione domestica

La puntata sui bunker e le panic room affrontava la preparazione alle emergenze da un’angolatura strutturale. Questa la affronta dal lato opposto: non l’infrastruttura, ma la competenza individuale.

Il punto di contatto è la stessa domanda di fondo: cosa succede quando il sistema che diamo per scontato smette di rispondere?

Il legame con le puntate sulla difesa personale

Gli episodi dedicati ad armi e difesa personale condividono con questo una struttura argomentativa: smontare l’immaginario cinematografico, distinguere tra competenza reale e posa, e insistere sul fatto che lo strumento senza formazione è inutile o dannoso.

È un filo che attraversa buona parte del catalogo: la preparazione non è un oggetto che si compra.

La Domanda Finale come firma della serie

Chi segue il podcast sa che ogni puntata si chiude con la stessa domanda: cosa c’è nell’istante dopo aver chiuso gli occhi per l’ultima volta.

È una scelta editoriale che produce un effetto particolare proprio con ospiti come questo. Daniele Manno passa un’ora e mezza a essere rigoroso, a chiedere fonti verificabili, a distinguere l’aneddoto dall’evidenza. Poi, davanti a una domanda che non ammette verifica, si commuove e risponde con un’immagine.

Il contrasto non indebolisce nessuna delle due parti. Semmai mostra che il rigore metodologico è uno strumento per il conoscibile, non una posizione esistenziale.

È anche il motivo per cui quella domanda, ripetuta puntata dopo puntata a persone molto diverse, è diventata la cosa più riconoscibile del podcast: mette tutti gli ospiti, indipendentemente dalla competenza tecnica, sullo stesso piano.

Le cinque cose da ricordare

Se dovessi trattenere solo cinque elementi da questa puntata, sarebbero questi.

1. Il rischio vero non è quello che fa notizia

Api, vespe e calabroni fanno in Italia dieci-quindici volte i morti di orsi, lupi, vipere e ragni messi insieme. La paura mediatica è distribuita in modo inversamente proporzionale al rischio reale.

2. Metà del primo soccorso è sapere cosa non fare

Non succhiare il veleno, non incidere, non mettere lacci su un morso di vipera, non applicare ghiaccio, non sterilizzare con l’accendino, non temere il turniquet. La cultura popolare ci ha insegnato una serie di gesti che peggiorano la situazione.

3. Le procedure controintuitive vanno conosciute prima

Aspettare che l’abitacolo si allaghi per poter aprire la portiera è l’esatto contrario di ciò che l’istinto suggerisce. In dieci-venti secondi non c’è tempo per ragionarci.

4. L’ambiente uccide più del trauma

Tenere la vittima calda, asciutta e idratata è l’attività che più frequentemente determina l’esito in ambito remoto. Ed è anche l’unica che chiunque può fare senza abilitazioni.

5. Il kit senza le conoscenze è un fermacarte. È la frase che riassume la puntata, ed è anche il criterio con cui valutare qualunque acquisto fatto in nome della sicurezza.

Conclusioni: la scatola cranica prima dello zaino

Se dovessimo estrarre da questa conversazione una sola idea, sarebbe questa: la preparazione non è un oggetto, è una conoscenza. Tutto il resto discende da qui.

Il mercato del survivalismo vende attrezzi. Gli attrezzi sono utili, e Daniele è il primo a portarsi dietro un turniquet dedicato invece di improvvisarne uno. Ma l’ordine dei fattori conta:

«Le conoscenze sono la prima cosa da mettersi nello zaino».

Da questa idea centrale discendono alcune conclusioni operative che vale la pena portarsi via.

L’ambiente è una variabile clinica. In ambito remoto non stai solo curando una persona: stai gestendo un contesto che lavora attivamente contro di te. Tenere la vittima calda, asciutta e idratata per il tempo necessario vale, statisticamente, molto più di qualunque manovra spettacolare.

La paura giusta è sulle cose comuni. Gli imenotteri fanno in Italia dieci-quindici volte i morti di tutti gli animali che occupano le prime pagine. Il rischio reale non è quasi mai quello che fa notizia, ed è per questo che una penna di adrenalina prescritta merita più attenzione di un coltello da sopravvivenza.

Sapere cosa non fare vale quanto sapere cosa fare. Non incidere, non succhiare, nessun laccio sul morso di vipera, nessun ghiaccio. Metà del primo soccorso consiste nell’astenersi dai gesti che la cultura popolare ci ha insegnato.

Le procedure vanno conosciute prima, non improvvisate dopo. Uscire da un’auto sommersa richiede dai dieci ai venti secondi e una sequenza controintuitiva, che include l’attesa che l’abitacolo si allaghi. Nessuno la deduce sul momento.

Il pericolo cresce con la competenza percepita. «L’inconveniente capita di più a quelli che sono bravi». È forse l’avvertimento più utile dell’intera puntata, e vale ben oltre l’ambito remoto.

La formazione va rinfrescata. Un modulo rifatto dopo due anni conteneva «un paio di cose interessanti» cambiate. Le linee guida evolvono, e una certificazione vecchia è una fotografia, non una competenza.

Resta, sopra tutto, la constatazione da cui parte la puntata. Finché il telefono prende, esiste un sistema che ci raccoglie. Fuori da quella copertura, l’unica cosa che ci portiamo dietro davvero è quello che sappiamo fare.

Contatta Daniele Manno

Daniele Manno è remote paramedic, istruttore di primo soccorso in ambito remoto e guida escursionistica. Tiene corsi articolati su tre livelli, basati sui protocolli della Wilderness Medical Society.

Trovi tutti i suoi riferimenti, i social e il sito con il calendario dei corsi nella descrizione dell’episodio su YouTube.

Se ti occupi di escursionismo, se organizzi uscite di gruppo, se viaggi in aree dove il soccorso non è a portata di chiamata, o se semplicemente hai un kit di primo soccorso che non hai mai imparato a usare, è il tipo di formazione che vale la pena considerare.

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